Giacomo, il “fratello del Signore” e guida della prima comunità cristiana di Gerusalemme, mi sembra sempre collegato alle parole e agli insegnamenti di Gesù. Non parla molto del Cristo Cosmico, ma in qualche modo ci avvicina a Lui attraverso la sua saggezza pratica. Con un pizzico di consigli di marketing avrebbe potuto scrivere un bestseller. Nella lettura odierna sembra un nonno i cui consigli ci influenzano più di quelli dei nostri genitori. “Guardate come l’agricoltore aspetta con pazienza il prezioso frutto della terra, finché abbia ricevuto la pioggia della primavera e quella dell’autunno. Siate pazienti anche voi. Rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non mormorate gli uni degli altri, fratelli, per non essere giudicati…”
Non siamo cresciuti per comprendere la pazienza. Tutto, dalla condanna dei politici da parte dei media al modo in cui pretendiamo la consegna in giornata, rivela un’impazienza endemica e come questa produca rabbia e ansia. Ci sono cose, come la crescita delle piante o l’embrione umano, che hanno la paziente autorità della natura stessa quando si tratta di insegnarci ad aspettare – con aspettativa, senza desiderio – cosa che possiamo imparare recitando il mantra. Giacomo identifica i sintomi dell’impazienza come lamentele costanti, giudizio e negatività verso gli altri, che negano il tempo e la gentilezza necessari al processo di maturazione e guarigione.
Chiedono a Gesù: “Dicci, sei tu colui che tutti aspettiamo o no?”. È una domanda impaziente. La sua risposta mostra come Egli sopporti pazientemente gli impazienti. Pazienza significa soffrire, sopportare, subire e attendere con calma. Egli mostra loro l’unica via, trovare la risposta alla loro domanda dentro di sé, piuttosto che come una risposta da spuntare per soddisfarli brevemente. Coloro che stanno imparando la pazienza rimangono, dopo che gli impazienti ne hanno avuto abbastanza e se ne sono andati, spesso rivoltandosi contro se stessi e gli altri con un crudele senso di fallimento e di autocritica.
Ci invita a prenderci il tempo per leggere. Leggere è un buon esercizio di pazienza, poiché si girano le pagine al proprio ritmo o, come a volte sembra, mentre si girano da sole. L’esercizio migliore è il silenzio interiore. La pazienza può spesso essere misurata dal silenzio. Ci invita a leggere i segni del tempo: a comprendere cosa sto facendo nel guarire i malati e nel rianimare i morenti. Invece di tenere i riflettori puntati su di sé come fanno impazientemente i suoi interlocutori, sposta lo sguardo da sé al Battista.
Forse, come altri profeti prima, Giovanni Battista non riuscì a gestire l’impazienza e l’avidità del suo tempo. Scelse la via che meglio poteva aiutare sé stesso e gli altri, contro la malattia dell’impazienza e dell’intolleranza. Essa si diffonde rapidamente in spazi ristretti. E la via allora, è quella di ritirarsi nel vasto spazio interiore dove il tempo si allunga costantemente fino a scomparire nell’eternità. Il contemplativo ritorna alla pazienza del deserto per comprendere la pazienza e non condannare chi non la comprende.
Laurence Freeman






