Quando Giuseppe scoprì che Maria, la sua promessa sposa, era incinta, avrebbe potuto verificarsi una crisi cosmica. Se non fosse stato un brav’uomo, l’avrebbe apertamente umiliata e cacciata di casa. Invece, ascoltò un sogno e la prese a casa come sua sposa. Quel sogno ci sostiene nella nostra vita personale e come famiglia umana nel corso della storia.
È il sogno che, nonostante dukkha – un concetto fondamentale della saggezza asiatica – la vita sia sopportabile e alla fine porti frutto. Dukkha significa sofferenza nel senso più profondo, ma anche semplicemente la tendenza della vita a deludere, deragliare e diventare disordinata. La parola contiene l’immagine di un mozzo difettoso in una ruota che rende la guida sobbalzante o addirittura fa schiantare il veicolo. Per usare un eufemismo, le cose raramente vanno secondo i piani e l’ottimismo iniziale viene presto minato.
“Buon Natale anche a te”, potreste dire. In realtà, senza considerare questa verità nel quadro generale, la felicità diventa una barzelletta poco divertente. Gesù, sentiamo, è venuto “per salvarci dai nostri peccati”. L’opera di salvezza, o di riparazione, è iniziata dal momento del concepimento, con la crisi di vergogna ed esclusione sociale, per un pelo evitata. È continuata attraverso la sua nascita senza casa e il doloroso esilio che ne è seguito. Anche la sua vita successiva e il suo modo di morire sono stati pieni di dukkha. Pensatelo come un carradore, un tuttofare che ripara ruote difettose e ci rende la guida più fluida. Questo, tuttavia, non è solo un conforto temporaneo. Espone la vera certezza del sogno ad occhi aperti: la vita è redemibile, che siamo amabili e persino che la fine non è la fine.
Dietrich Bonhoeffer morì all’età di trentanove anni, dopo due estenuanti anni trascorsi in una cella di una prigione nazista. Il suo destino gli aveva negato la felicità ordinaria che cercava, eppure, attraverso il suo stile di vita, divenne uno dei testimoni più influenti della fede cristiana del nostro tempo. Scrivendo alla sua fidanzata riguardo all’Avvento, disse che la vita in prigione gli ricordava il vero significato di questo periodo. “Si aspetta, si spera e si armeggia”, le disse, “ma alla fine ciò che facciamo ha poca importanza, perché la porta è chiusa e può essere aperta solo dall’esterno”.
Possiamo ancora celebrare un felice Natale mentre la disumanità dell’uomo verso l’uomo imperversa in ogni continente, i buoni vengono derisi e i mercanti di tenebre continuano la loro campagna contro la luce. Il Natale è una felicità che scaturisce dal pleroma, la pienezza dell’essere. Non è una fantasia, ma un sogno che si dimostra reale anche quando il carro delle mele è sconvolto, ricordandoci ancora una volta l’inevitabilità del dukkha. A penetrare tutte le delusioni c’è la bontà di persone come Giuseppe, l’apertura di persone come Maria e persone sagge che fanno molta strada per aiutarci, persone laboriose che ottengono pochi riconoscimenti ma non si arrendono, per non parlare dell’occasionale angelo glorioso che fa una breve visita con un messaggio che cambia la vita.
La porta si apre con la nascita del Verbo: nell’eternità, a Betlemme e nel nostro cuore. Non ci resta che entrare in tutta la gioia e la pace che esso apre in noi.
Laurence Freeman






