Guardare con occhi nuovi
Carissimi Amici,
Ogni mattina, subito dopo la meditazione, a Bonnevaux ascoltiamo il vangelo del giorno. Oggi era di solo tre versetti: “Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità. Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre che li servivano con i loro beni.” (Luca 8,1-13)
I primi monaci si sono domandati: “Qual è lo scopo reale della vita del monaco?” Sempre più nella confusione dei nostri tempi trovo utile usare i termini ‘monaco’ e ‘meditante’ in modo intercambiabile. Con l’estendersi di una seria pratica meditativa di qualsiasi origine sociale siano i meditanti, per molti versi, loro sono i nuovi monaci. Così possiamo domandarci “Qual è il reale scopo della vita?” E vediamo cosa può risponderci la saggezza monastica. I Maestri del Deserto parlavano di questo scopo su due livelli. Lo scopo ultimo è il regno di Dio. Lo scopo immediato è la purezza di cuore. Questi due livelli, come il primo piano e l’orizzonte nel panorama della vita, si unificano a formare una chiara visione della vita umana.
Di recente abbiamo tenuto un ritiro su “rimarginare un cuore spezzato”. Ascoltare le storie che le persone ci raccontavano era veramente straziante; la morte di bambini, la fine di una relazione preziosa su cui riponevamo molte aspettative, incidenti che hanno violentemente sconvolto una vita tranquilla. Ci vuole tempo per trovare un senso alla sofferenza e mentre poco per volta diventa chiaro, lo proviamo intensamente ma di solito non rientra nel database delle nostre parole. Il significato è più di una risposta o di una spiegazione. E’ connessione ma anche percezione. Meditando nei giorni belli e in quelli brutti, cosa raggiungiamo quando veniamo purificati dal fatto di prendere in esame le cose mentre svolgiamo i nostri impegni quotidiani? Arriviamo a capire cosa significa veramente vedere Dio. Allora la felicità, che a mala pena riconosciamo quando ci tocca, ci prende di sorpresa: beati i puri di cuore perché vedono Dio. Ma Dio ci sorprende sempre. Dio emerge quando si dissolvono le nostre idee su di Lui.
I grandi dilemmi della vita sono immersi nella routine quotidiana e vengono alla superficie meravigliosamente e tremendamente nelle gioie e nei dolori straordinari. Credo che sia questo quello che descrive il vangelo di oggi. Gesù si sposta da un posto all’altro pregando e proclamando la buona novella. Parla dello scopo della vita in un modo che non si è mai sentito da nessuna parte. Il vangelo annuncia la verità. Per quelli che ascoltano è il massimo. Ma ci sono da considerare personalità e logistica. Aveva dei compagni lungo il cammino; le persone hanno problemi e punti oscuri. Abbiamo specificatamente notizie di donne discepole raramente menzionate nei racconti e di supporti economici che servivano lungo il cammino. Gesù non si faceva pagare per i suoi insegnamenti, il prezzo del gas non era un problema, ma qualcuno doveva pur pagare il cibo e l’alloggio. I dettagli sui suoi compagni e le loro finanze mirano allo scopo ‘immediato’ della vita. La purezza di cuore si raggiunge attraverso il modo di affrontare i problemi nel flusso immediato dei rapporti quotidiani, ricordando la ragione per cui erano lì e riallineandosi con l’obiettivo finale. L’obiettivo ‘finale’ è ciò che Gesù sta predicando e proclamando ma ancor più nel modo in cui lo incarna momento per momento.
La buona notizia è che il regno dei cieli è qui a portata di mano. La nuda e cruda verità è che è sempre più vicino di quanto non si possa pensare o immaginare.
Il Regno è qui e ora e determina la nostra risposta agli obiettivi e problemi ultimi della vita. La guerra in Ucraina. Il cambiamento climatico. La degenerazione della democrazia e il sorgere del nazionalismo. I prezzi dell’energia e la disoccupazione. Quando ti diagnosticano un tumore. Il venire meno delle facoltà mentali. La perdita di un amore. Dover affrontare questi problemi, spesso sopraffatti dalle difficoltà, ci fa sentire di ‘dover fare qualcosa ora’ per risolverli. Ci aggrappiamo a risposte facili e a soluzioni allettanti che promettono rapidi successi. Ad ogni modo non ci sono risposte o soluzioni che funzionino sul tempo lungo ma forse al massimo evitano una catastrofe imminente. Ogni successo prima o poi si dissolve in un senso di fallimento.
Maggiore la sfida, più rapida la soluzione. Impauriti e impazienti sbandiamo verso gli estremismi come dimostrano gli orientamenti politici dei nostri giorni. Fuggiamo negando i problemi, dando la colpa ad oscuri complotti o prendendocela con cinici moralismi. Tirandoci indietro dalla responsabilità morale di cittadini, ci trasformiamo in consumatori e la vita della società diventa semplicemente ‘economia’.
L’alternativa è avere nuove prospettive. La soluzione migliore non sta nel presupporre che le soluzioni siano l’immediata risposta. Solo la metanoia cambia le cose: un cambiamento di mentalità si riscontra quando le idee non fanno più presa. Da quel momento in poi nuove percezioni, vedere nuove connessioni, sviluppare innovativi campi di conoscenza, osservare con l’occhio della saggezza per cui si può vedere Dio, tutto ciò connette l’obiettivo immediato con quello ultimo.
Perché è così difficile? Perché implica il cambiamento che chiamiamo morte: la fine dei vecchi modi di vedere, la liberazione dalle illusioni, intraprendere una nuova vita così strana e diversa da sembrare fantastica ma che chiamiamo ‘resurrezione’: è la vita che viviamo qui e ora, dopo ogni morte e che trasforma anche la morte in grazia. Resurrezione è mandare all’aria tutti i programmi e far finire tutto in frantumi. Ma apre la strada verso la pace attraverso la porta del paradosso, eliminando il mondo fatto di contraddizioni e conflitti senza fine. In questo nuovo mondo la morte si rivela come nascita.
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Gesù ha predicato e proclamato questa nuova prospettiva di consapevolezza chiamandola il ‘regno di Dio’. Non è lontano da noi. E’ in noi e fra di noi. E’ il tesoro in cui inciampiamo ma anche l’obiettivo che dobbiamo perseguire ogni giorno. Non è una soluzione ma una rivelazione, un’epifania, qualcosa che era sempre lì di cui ci accorgiamo solo adesso. Gesù l’annunciava nell’ambito di un gruppo di studenti che divennero discepoli ascoltandolo e vivendo con lui, comprendendo le sue parole ogni giorno un po’ di più fino a quando li lasciò. Ma allora, ed è la cosa più strana di tutte, la sua assenza fece comprendere loro la sua presenza reale.
Se lo scopo della vita fosse una risposta o una soluzione, ci avrebbe lasciato dei libri e dei metodi. Ma al contrario, ha lasciato un Verbo parlato, la trasmissione evocata di una percezione, da cuore a cuore. L’esperienza è maestra. L’ascolto e il ricordo trasformano l’esperienza in una nuova visione delle cose. Ciò ci insegna a trasmettere a nostra volta questo nuovo modo di vedere. Possiamo parlarne come di una verità universale grazie all’azione dello spirito in tutte le culture e attraverso tutti i fusi orari.
Chiaramente, quindi, il regno non è la chiesa. Eppure, comunque, per quanto in modo frustrante, la chiesa è imprescindibile, come lo è il nostro corpo. E’ la struttura per comunicare il regno, malgrado tutti gli errori e i limiti delle sue forme istituzionali. Ogni qual volta dimentica la distinzione fra obiettivi immediati e ultimi, la chiesa fabbrica scopi ingannevoli, diventa chiesastica, fissata su se stessa e addirittura come colpita da superbia e arroganza contraddicendo tutto quello che Gesù ha insegnato. Se non fosse per i santi profeti, martiri e contemplativi, una delle sue molte morti potrebbe esser l’ultima.
Una chiesa priva di profondità di visione dogmatizza Gesù e lo mette su un piedistallo. Quando la chiesa diventa una scuola di preghiera e guida il pellegrinaggio verso il regno, Gesù si manifesta anche a quelli fuori dalla chiesa in quanto nuovo modo di vedere e nuova prospettiva per ogni vita. Quando viene oggettivato, scompare, e però quando gli siamo fedeli mentre è invisibile, la sua indescrivibile presenza distrugge ogni illusione.
Il nostro viso è per noi invisibile a meno che non ci guardiamo allo specchio. Gesù è invisibile finché non lo vediamo incarnato nella forma del suo corpo mistico, la chiesa di tutto il cosmo.
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Nella prospettiva della vita di fede diventa chiaramente visibile in ogni persona. Il singolo comandamento di amarci l’un l’altro apre la strada alla comprensione del “Io sono il mio prossimo”. Ogni giorno, questa percezione muta ogni cosa sovvertendo tutti gli apparati di potere innalzati. Con questo sguardo la vita cambia a livello personale e sociale. Una consapevolezza unificata inonda l’anima del mondo di una energia di pace molto più potente di tutte le forze collegate di rabbia e violenza. “Egli infatti è la nostra pace; colui che di due ha fatto una cosa sola” (Efesini 2, 14) E quindi come possiamo intenzionalmente fare del male ad un altro sapendo che stiamo facendo del male a noi stessi e al tutto cui apparteniamo? Questa prospettiva ci spiega perché Gesù ci chiama amici. Il nostro amico è ‘un altro se stesso’.
Per vedere se stesso una persona deve guardare un’altra persona e concentrarsi sull’altro. (John Main)
Con lo svilupparsi di questa prospettiva la vita diventa un dialogo fra uguali che si rispettano. Alimenta lo sviluppo di una società giusta e pacifica in cui la democrazia, per quanto imperfetta e disorganizzata, è lo strumento migliore e più diretto. Quando si mette in pratica la democrazia, comincia addirittura ad esser percettibile una indistinta forma del regno. A volte, come in comunità o in famiglia, può, come una stella cadente, diventare improvvisamente visibile quando tante persone dimenticano i loro problemi e accolgono benevolmente uno straniero che ha bisogni più gravi e immediati. A novembre nel nostro seminario ‘John Main’ confermeremo i valori spirituali della democrazia in un dialogo fra generazioni.
Ma, per quanto si faccia non è una soluzione e nemmeno una spiegazione. La vita non può esse ridotta a generalizzazione. Non la si rende reale generalizzando: diventa reale solo quando diventa chiaro un nuovo modo di vedere e ci persuade della sua verità. L’alba precede il sorgere del sole. L’alba è un’evoluzione, il sorgere del sole è un avvenimento. L’evento in sé è innegabile, istantaneo, sicuramente individuabile: un’intuizione su cui abbiamo riflettuto a lungo è reale. L’alba della realtà è importante perché se non fosse per il risultato, non ci sarebbe nessuna evoluzione.
La meditazione è il processo immediato che ogni giorno purifica i nostri cuori e ci porta nel più intimo, ultimo, unificato stato di consapevolezza che chiamiamo la “mente di Cristo”.
(foto – Padre Laurence durante la sua visita alla parrocchia dell’Ascensione a Balally – foto di MaryP. O’Connor))
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La visione cristiana della realtà vuol dire vedere tutto come interezza interconnessa e crescita comune; senza nessuna separazione astratta fra chiesa e mondo. La chiesa può diventare dolorosamente, assurdamente globale e il mondo può essere sacro e santo. E’ questione di percezione, di vedere cos’è e come ci rapportiamo ad essa. L’alba della percezione è la fede, “la prova di ciò che non si vede“ (Ebrei 11,1). E per questo nella meditazione “noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili” (2 Corinzi 4,18) Come l’alba, muove le montagne di illusioni proprie della mente e sana le ferite della divisione fra noi stessi e gli altri.
Molte persone percepiscono nessi tossici quando sentono parole come ‘chiesa, cristiano o cristianesimo’ ciò che rende difficile parlare dell’essenza della fede. Ma è anche difficile capire come i mali del mondo d’oggi possano venir guariti senza che lo spirito del cristianesimo sia partecipe del processo di rinascita dell’umanità attraverso una universale trasformazione della consapevolezza. Forse il contributo della fede cristiana potrebbe esser supportato dal considerare la parola ‘chiesa’ in quanto verbo, un modo di vedere e di essere insieme, piuttosto che come una istituzione o una ideologia. Questo può accadere se un buon numero di cristiani vedranno loro stessi come parte di un movimento contemplativo di cambiamento, parte di un corpo mistico che trasforma il modo in cui l’umanità vede se stessa.
Ho provato questa sensazione in modo molto forte durante una visita alla Parrocchia dell’Ascensione a Balally, vicinissima a Dublino di cui vi parlo più tardi in questa newsletter. E’ difficile descrivere l’esperienza di rinnovamento di quella comunità. Anche la parola ‘rinnovamento’ suona come una parola usata dagli addetti ai lavori, mentre invece l’esperienza è stata sentita sia in quanto rivolta all’interno e all’esterno. Con ognuna delle persone coinvolte in questo processo ho avuto la sensazione di esser portato avanti e oltre una vecchia concezione di chiesa verso qualcosa di molto più antico, più vicino alla sorgente da cui è nata la consapevolezza di chiesa. Esser rinnovato significa ritornare alla meraviglia della nascita ed immettersi nel fiume della vita in modo completamente diverso. Non era soltanto il rinnovamento di una istituzione ma di individui che nella collettività condividono una visione che aumenta di intensità. Da ciò ho imparato che quella condivisione e quella comunanza sono la vera chiesa, non i palazzi o la burocrazia, la sorpresa che viene dallo Spirito e dalla chiamata al cambiamento.
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Quale specie di preghiera serve per innescare la nuova consapevolezza necessaria alla nostra sopravvivenza e per trasformare questa crisi nella notte oscura in cui l’umanità possa svilupparsi verso qualcosa di diverso? Abbiamo sicuramente bisogno della preghiera, ma di che tipo di preghiera? E’ la preghiera che Gesù ha insegnato nel grande discorso della montagna, la ‘pura preghiera’ che da lui fluisce nella tradizione contemplativa e a lui ci connette.
Antichi maestri ci dicono che la preghiera in sé è cosa buona, necessaria all’umanità intera quanto un ambiente salutare, dieta ed esercizio fisico per mantenersi in forma. Sono molti gli stili, le forme e le espressioni di preghiera, ma in sostanza cos’è la preghiera? E’ necessario saperlo per mantenere tutte le sue espressioni – sacramentali, bibliche, devozionali, personali e pubbliche – autentiche e trasformative. Uno degli elementi essenziali della preghiera pura è quello di cambiare la persona che prega. Non è un tentativo di addormentare una mente in ansia o di far sì che Dio cambi idea. Non abbiamo proprio bisogno di etichettare alcune forme di preghiera come “contemplative” perché se capiamo l’essenza della preghiera, tutte le forme di preghiera diventano essenziali. Pezzo per pezzo demolisce il muro dell’ego fino a farlo crollare e così può portare a compimento l’unitarietà.
Agostino diceva di amare e fare quel che si vuole. Potremmo dire ‘medita e prega come vuoi’. La meditazione ci dà il gusto della pura preghiera e dei suoi frutti. La si trova in povertà – con l’abbandonare pensieri e fantasie – e così ci guida alla purezza di cuore. Purezza e povertà vanno una accanto all’altra e insieme diventano la retta via verso il regno.
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Quel che cerco di dire qui non è proporre nuove idee. La preghiera è più di uno strumento per arrivare ad un rinnovamento della chiesa anche se una trasformazione sociale sarà il frutto di una personale conversione del cuore. Vorrei qui ricordare quello che Gesù ha insegnato essere l’ultimo obiettivo e che il suo modo di insegnare ci prepara a realizzare come ha fatto lui. “Noi possediamo la mente di Cristo”. In parole, lui ha usato soprattutto parabole piuttosto che dichiarazioni dogmatiche o acute risoluzioni. Il suo modo di insegnare crea in un certo senso una identità caratteristica nei discepoli. L’apprendimento, naturalmente, ci fa sempre cogliere nuovi aspetti nel panorama delle nostre menti e nella nostra vita. Imparare qualsiasi cosa, una lingua, in che modo impostare la TV, come preparare una buona omelette, come educare i figli, addirittura come riuscire a capire i segnali dell’aeroporto di Parigi, amplia le nostre menti ed il mondo in cui viviamo.
Apprendere non è subire il lavaggio del cervello. Richiede un cambio di approccio, di direzione della percezione e un’apertura al punto di vista dell’altro. L’esperienza di pura preghiera che ci dischiude la meditazione cambierà il modo in cui capiamo l’insegnamento stesso di Gesù. Nelle parabole e nella storia della vita di Gesù vedremo comunque il primo, ovvio livello di significato. Ma con l’attenzione pura ed amorevole che trasforma le nostre menti, saremo in grado di vedere altri aspetti a livelli più sottili e reali. Non si tratta di trovare risposte o soluzioni ma di vedere ciò che prima non vedevamo. In questo senso la vita stessa è una parabola che ce ne fa capire il significato e lo scopo. Quando la si vive a pieno ci richiede di interpretare le gioie e le sconfitte trasformando il modo in cui le vediamo e in cui viviamo.
Quando sfrecciamo, guidati in malo modo, attraverso i cambiamenti climatici e le tempeste politiche potremmo esser tentati di aggrapparci alla preghiera come fuga dalla realtà. Vorrebbe dire anestetizzare la paura e rafforzare la delusione. Ci potremmo consolare pensando di poter portare un cambiamento solo pregando con buone intenzioni. La preghiera cambierà il mondo quando capiremo come noi, Dio e il mondo siamo una cosa sola. Quando siamo nella condizione di metanoia, il cambiamento dei nostri modi di pensare, ci renderà volano di trasformazione nel nostro mondo, sia che sappiamo come farlo o no.
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Non molto tempo fa uno stato americano ha approvato una legge che proibisce l’insegnamento dell’evoluzionismo nelle scuole e ha imposto l’interpretazione letterale del mito biblico della creazione. Oggi l’Arabia Saudita e l’Egitto vietano anche loro l’evoluzionismo e circa il 46% degli americani (Gallup 2012) credono che il mondo sia stato creato in sei giorni. Un credo che sono liberi di sostenere.
Ciò nonostante, è improbabile che abbiano ragione, come quelli che sostengono che la terra sia piatta o che Elvis sia ancora vivo. La gente ha il diritto di credere quello che vuole, ma i governi e altri influencer sono autorizzati a negare alle persone il diritto, l’evidenza e i corsi formativi che ognuno sceglie per sé? Qual’ è il programma politico nel manipolare la testa delle persone e intrappolarle in tali modi di giudizio? Ecco perché la meditazione è tanto importante. Percezioni ingannevoli di qualsiasi tipo limitano la nostra capacità di aprire l’occhio di un cuore purificato.
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Pensiamo ai cambiamenti climatici. Abbiamo le conoscenze e le finanze per invertire la nostra disastrosa direzione. Ma ci manca il buonsenso e la volontà, l’idea di solidarietà umana e, soprattutto, l’aver fiducia che il bene comune possa trascendere il nazionalismo e l’avidità. Come possiamo aiutare le menti ad aprirsi e a vedere aspetti della realtà nuovi e più profondi?
Per questo la nostra comunità ha chiesto a Herman van Rompuy, un raro politico meditante e statista di condurre il seminario John Main sulla crisi che sta affrontando la democrazia. John Main aveva capito perché la meditazione è collegata oggi a questa questione. Aveva capito come lo scopo finale del regno e lo scopo immediato della purezza di cuore si incontrano in questo mondo e nella nostra responsabilità di salvarlo attraverso l’amore. La contemplazione, sapeva, è il fondamento della civiltà, che allontana la paura e apre una nuova visione della realtà.
La meditazione ci insegna ad imparare, ad ascoltare, a tenere in equilibrio idee diverse e a riconoscere la differenza fra illusione e realtà, inganno e verità. Ci permette di vedere con senso dell’umorismo piuttosto che con paura che la verità è più grande di quanto pensiamo – come per esempio in questo famoso test di percezione. E’ un coniglio o un’anatra? E’ uno o l’altro? O tutti e due allo stesso tempo? Vedere tutti e due gli aspetti spaventa o amplia la vostra visione?
Vedere che il “regno di Dio non è cibo o bevanda ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Romani 14:17) significa essere nel cammino che unisce lo scopo della vita ultimo e quello immediato in un’unione di contemplazione e azione, Gesù e il Cristo e tutti i conigli e le anatre della realtà. L’unità si realizza in uno spazio espanso della percezione. Recupera la perduta armonia dell’interezza in noi stessi e fra di noi.
Non meditiamo solo per alleviare lo stress e l’ansia provocata dalla nostra notte oscura ma per arrivare alla radice della causa e trasformarla. Come ha detto un maestro medievale della preghiera contemplativa, nel linguaggio dell’epoca “questo lavoro della preghiera secca alla radice il peccato che è in te”.
Con grande affetto
Laurence






