Una lettera di Padre Laurence Freeman O.S.B. (clicca qui per l’intera newsletter in inglese)
Benvenuti nel nostro nuovo formato WCCM Journal! Quest’anno ricorre il centenario della nascita di John Main. Le comunità nazionali WCCM lo celebreranno in due modi complementari. In primo luogo, incoraggiandosi a vicenda ad approfondire il silenzio trasformativo che Padre John ha insegnato e verso il quale ha guidato una generazione. E condividendo con più persone il dono della meditazione in un mondo ancora più travagliato che ai suoi tempi e collaborando con altre organizzazioni e movimenti impegnati nello sviluppo della consapevolezza. Più in profondità e più ampio: il viaggio personale di ogni meditatore e l’obiettivo di ogni comunità spirituale.
Ricordare John Main, che ha un’importanza storica nella tradizione contemplativa a cui appartiene, non significa guardare indietro. Significa entrare più profondamente nel presente. In senso cristiano, ricordare è l’opposto della nostalgia. È più vicino a ciò che la Chiesa primitiva chiamava anamnesi, un rievocare nello Spirito ciò che altrimenti potrebbe essere perso e dimenticato nel tempo. L’Eucarestia, come la meditazione, significa diventare presenti a ciò che è eternamente ora nel mistero senza tempo della dimensione spirituale della realtà. In questo tipo di ricordo, qualcosa accade nella stessa consapevolezza. Non ci limitiamo a re-immaginare una vita. Lasciamo che quella vita ci insegni ora.
Questa continua vitale presenza di un maestro nello Spirito è il motivo per cui John Main, scomparso più di quarant’anni fa, continua a essere importante. L’essenza della sua vita non è svanita nella storia. Questa essenza è ciò che chiamiamo eredità. Lungi dalo svanire, il suo insegnamento è diventato più forte e chiaro, mentre il nostro mondo è diventato più rumoroso, più distratto e più complesso.
Non si propose di fondare un movimento o di voler essere al centro dell’attenzione. Condivideva ciò che trovava in sé più semplice e appagante di qualsiasi comunicazione egocentrica: una via di attenzione, una disciplina del silenzio in una pratica che conduce dalla mente al cuore. Nel commemorare ciò che ci ha lasciato, durante quest’ anno condivideremo più pienamente la pienezza dell’esperienza che ha trovato e che desiderava far godere agli altri.
“Fate questo in memoria di me”, dice Gesù, non come osservatori ma come chi partecipa. Il passato può essere rievocato con una maggiore presenza e significato perché entra in noi ora e ci cambia. Questo è il tipo di ricordo che ci chiede di ascoltare, e a cui prestare attenzione per essere trasformati. La vita di un grande leader politico o scrittore può impressionare profondamente, e possiamo ammirarlo o respingerlo. L’impatto di un maestro spirituale è diverso. Agisce dall’interno della persona che ascolta, e ciò che insegna è ciò che è. Risuona con il futuro. L’autorità di John Main non era fondata sulla personalità, sull’intelletto o sullo status, ma piuttosto su quell’esperienza di trasformazione che tocca coloro che seguono i suoi insegnamenti.
La ricerca della pienezza che dà forma alla vita.
John Main visse diverse vite prima di scoprire quella che avrebbe potuto contenerle e finalmente integrare tutte le sue parti nella libertà e nella pace che cercava. Divenne monaco, disse, perché voleva e aveva bisogno di essere libero, a qualunque costo.
Nato in una famiglia cattolica irlandese dalla fede forte ma intelligente e interrogativa, il senso del sacro era profondamente radicato in lui, ma si intrecciava anche con l’amore per la vita e l’avventura. Gli anni dell’infanzia plasmarono un senso di radicamento e di libertà di cambiamento che lo accompagnò per tutta la vita: due qualità della sua personalità che anticipavano i precetti benedettini di stabilità e conversione, per i quali in seguito pronunciò i voti solenni.
La sua prima età adulta fu caratterizzata da rischi e cambiamenti che lo condussero a vari tipi di successo. Prestò servizio nell’esercito negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, entrò brevemente in un ordine religioso, studiò legge al Trinity College di Dublino e poi si arruolò nel Servizio Esteri britannico, dove studiò la lingua cinese. Inviato in una Malesia dilaniata dalla guerra, si dedicò con sicurezza al lavoro e si godeva la vita; era ammirato per la sua intelligenza e apprezzato per il suo fascino e il suo umorismo. A Kuala Lumpur, un incontro inaspettato unì la sua vita professionale a quella interiore. Durante una visita ufficiale a un monaco indù noto per il suo impegno a favore dell’armonia tra i gruppi in lotta, Douglas Main si rese conto di trovarsi al cospetto di un uomo coinvolto con il mondo, ma dotato di una profonda interiorità e saggezza.
Terminata la parte ufficiale della conversazione, iniziarono a parlare di vita spirituale e infine di preghiera. Swami Satyananda parlava di Dio che dimora nel cuore umano e che nel silenzio è amorevole verso tutti. Questa eco delle Upanishad colpì il giovane irlandese con la profondità personale di esperienza autentica. Il monaco sapeva di cosa parlava; e ciò risuonò immediatamente con la fede cristiana propria di John Main. Non percepì una contraddizione di idee, ma una convergenza di esperienze che andava oltre le parole. Man mano che parlavano di preghiera, ciò lo portò a essere introdotto alla pratica della meditazione. Imparò la semplice disciplina del mantra: una pratica due volte al giorno da seguire con fedeltà e senza aspettative. Capì che non si trattava di teoria, ma di un nuovo modo di essere. La sua semplicità trasformativa sarebbe rimasta in lui e in seguito sarebbe stata al centro del suo insegnamento per il resto della vita. Ogni settimana, il giovane ufficiale coloniale si sedeva a meditare con il suo insegnante indiano. In uno degli ultimi incontri tenuti poco prima di morire nel 1982, affermò che “questo insegnamento del mantra era la saggezza più profonda sulla preghiera” che avesse appreso nel corso della sua vita.
Aveva comunque un’inquietudine interiore, come molti toccati da Dio. Ebbe successo in ciò che fece – nel servizio pubblico, nel diritto e nell’insegnamento – ma il successo fine a se stesso non lo soddisfaceva e, se qualcosa finiva in un fallimento, non si amareggiava. In momenti chiave della sua vita, cambiò carriera con calma – con sorpresa di chi lo conosceva – e alla fine abbandonò completamente il percorso professionale per seguire la sua precoce sensazione di essere chiamato a diventare monaco. La capacità di distacco in diverse fasi della vita gli insegnò quello che sarebbe poi diventato un elemento chiave del suo insegnamento spirituale: la rinuncia radicale e interiore come via verso la pienezza che cerchiamo.
Amore, Perdita e Apertura del Cuore
Ciò che imparò dal suo maestro sulla meditazione e integrò nella sua pratica spirituale cristiana divenne parte della sua vita e del suo significato. Non lo protesse dalla sofferenza né gli permise di aggrapparsi al successo. La fede non risparmia a nessuno il bisogno di distacco in cui Dio ci forma equamente attraverso la gioia e la perdita. Tornato in Europa, si innamorò e sperò nel matrimonio. Poi, subito dopo quella delusione, soffrì profondamente per la morte, per un tumore al cervello, di un giovane nipote che aveva aiutato la sorella a crescere. Un cuore spezzato dall’amore e dal dolore si apre più profondamente. Presto si rese conto di dover abbandonare una carriera accademica piacevole e di successo e iniziare un nuovo capitolo della vita. La sua pratica spirituale quotidiana lo portò a diventare monaco, non per fuggire dal mondo, ma per aprirsi più pienamente all’impegno verso il mistero di Dio, il cui amore era diventato l’ attrattiva più potente.
La vita monastica, in cui era entrato prima delle riforme del Concilio Vaticano II, non semplificò il suo cammino rendendolo più facile, ma più chiaro. Era ancora l’epoca in cui i novizi imparavano ad accontentarsi delle lamette usate tramandate dai fratelli più anziani. Ora, come Fratel John, comprese che qualsiasi autentica scelta spirituale porta ad una semplicità e a una gioia più piene se preparata a una rinuncia ancora più grande. L’ordine più difficile fu quello di smettere di meditare, perché non conforme alla pratica monastica tradizionale. In seguito avrebbe affermato di essere entrato in un deserto spirituale che ci avrebbe messo un decennio ad attraversare.
Celebriamo la sua vita per come ha contribuito a ripristinare lo spirito contemplativo inclusivo del cristianesimo, ma anche perché le fasi della sua vita formano un’immagine del suo insegnamento successivo. I momenti spartiacque rivelano il tipo di obbedienza che San Benedetto vuole che un monaco sviluppi: obbedire con tutto il cuore e immediatamente. Per la maggior parte delle persone, una nuova fase della vita significa esitare a obbedire, resistendo invece alla chiamata a un più assoluto abbandono di ciò che si possiede, dello status o persino della certezza stessa. In altri, la capacità di obbedire alla chiamata è più spontanea e quindi la fede cresce in loro più liberamente.
In seguito insegnò ad altri ciò che il suo percorso di vita gli aveva insegnato. L’intera vita è un viaggio spirituale. Lavoro, relazioni, successo, fallimento, gioia e sofferenza non sono ostacoli a trovare un senso, così come non sono grossolanamente “inviati da Dio”. Sono i modi attraverso i quali facciamo esperienza del significato, perché ci collegano alla libertà di amare Dio e gli altri con quello stesso amore. Quando riprese la sua pratica, la meditazione aveva concentrato tutto questo per lui, anche durante il periodo più intenso della sua vita monastica. Aveva riconosciuto l’insegnamento universale del mantra come fonte del suo lignaggio monastico cristiano. Lo vedeva in modo molto diverso da come veniva insegnato nella società occidentale dell’epoca, come una tecnica per l’auto-miglioramento o per alleviare lo stress. Per lui era l'”oratio pura” (preghiera pura) della tradizione cristiana del deserto: un modo per purificare il cuore per vedere la realtà. Una via di fede. E una via di vita.
Significato in un mondo frammentato.
In un momento di crisi, tutti sono alla ricerca e la domanda comune è persistente: qual è il senso di tutto questo ? Rendendosi conto di come la maggior parte dei giovani stava vivendo una vita spezzata, vuota e priva di significato, si rese conto anche del fallimento degli approcci religiosi tradizionali nel dare loro guida e speranza. Padre John sentì l’urgente bisogno – e l’opportunità – di ripristinare un’autentica dimensione contemplativa nel nostro mondo e nella Chiesa.
Oggi gli psicoterapeuti osservano spesso che dietro la nostra endemica ansia e solitudine si cela una più profonda perdita di significato. Per molti, la vita è frenetica e stressante, ma anche priva di peso e vuota. I valori che si considerano tali sembrano buoni, ma si rivelano provvisori. Le istituzioni, comprese le religioni, sono disconnesse dalla realtà del sacro. L’insegnamento di John Main si riferisce direttamente a questa condizione perché ne ha compreso il problema fondamentale. Non ha cercato di riparare la religione a livello di idee o strutture esterne. È andato alla radice.
Egli credeva che la religione deve essere fondata sull’esperienza. L’autenticità era sempre più minata e il nostro assenso alla verità doveva (come aveva capito il cardinale Newman un secolo prima) passare dall’essere un assenso “nozionale” a concetti, dogmi o astrazioni, ad essere un’esperienza personale concreta che risveglia la passione per la giusta azione. Il vero assenso, credeva John Main, non poteva essere fabbricato semplicemente attraverso l’entusiasmo o un appello regressivo all’autorità esterna. Come Evagrio e la tradizione del Deserto che lo ispirò, John Main sosteneva che il vero “teologo è colui che prega e colui che prega è teologo”. La preghiera deve essere ridefinita, andando oltre l’intercessione e il devozionalismo, e riscoperta come ciò che è descritto da Gesù: un incontro personale con la realtà. La meditazione riporta la religione al suo vero scopo: “re-ligere”, ri collegando la persona umana ad un’origine e ad una fonte sempre presenti. Questo non avviene al di fuori di noi o in un tempo futuro. Avviene nell’interiorità, qui e ora: l’eterno ora del mistico. Sottolineò quindi l’ordinarietà e la semplicità della pratica quotidiana della meditazione.
John Main intuì i pericoli di quello che Dietrich Bonhoeffer chiamava “cristianesimo senza religione”, diventare cioè una spiritualità senza radici. Il pericolo è un nuovo quietismo, spesso commercializzato come un’interiorità passiva, assorbita nel sè, persino narcisistica, che evita la vera trasformazione. Qualsiasi cosa che trasformi lo spirituale in una merce o ignori l’ascetismo di qualsiasi pratica spirituale non riuscirebbe a produrre pienezza. La meditazione, diceva, è una via diretta verso un sentiero stretto ma ampio verso l’obiettivo illimitato dell’essere “centrati sull’altro”. Non può essere solo un tranquillante o una via di fuga verso stati alterati.
È metanoia: un cambio di direzione, un volgersi al centro del cuore, lontano dalla falsità, dalle paure e dalle fantasie dell’ego.
La metanoia propria di John Main, alla fine del turbolento decennio del risveglio degli anni sessanta, ha rimodellato il suo modo di leggere le Scritture e di comprendere il fine del monaco. Mentre insegnava, testi familiari gli si risvegliavano con nuova immediatezza. Gli insegnamenti sulla povertà di spirito, sulla semplicità infantile e sul Regno cessarono di essere astrazioni e divennero invece indicatori di un’esperienza reale. Il Regno, comprese, non è un luogo in cui andiamo o una ricompensa, ma la realtà in cui entriamo quando le prestiamo attenzione nella quiete di mente, corpo e spirito.
Chi conosceva John Main percepiva la sua stessa qualità di attenzione. Ascoltava senza fretta. Osservava senza giudicare. La sua autorità era percepita, ma non imposta. Proveniva dall’amore e quindi raramente diceva a qualcuno cosa fare,
perché lo aiutava a scoprirlo da solo. Come nella storia di Gesù che guardava al cuore del giovane ricco, il suo modo di vedere gli altri era caratterizzato da un’umiltà sicura di sé, compassione e umorismo. Non era condiscendente, ma accompagnava; reagiva
contro l’essere messo su un piedistallo. Insegnare non era espressione di sé, ma obbedienza a un’esperienza indescrivibile che desiderava aiutare gli altri a scoprire da soli. Una volta gli chiesi quale ritenesse fosse il suo dono principale. Rispose: “Amorevole”.
John Main è apprezzato soprattutto come uno di una lunga serie di rivoluzionari contemplativi che hanno sperimentato l’esperienza trasformativa della fede cristiana e l’hanno compresa nel suo significato mistico essenziale. Questo è l’opposto dell’astrazione: è incarnazione. E così, l’espressione del suo insegnamento ha preso forma in gruppi di meditazione di persone comuni che si riunivano di persona, settimanalmente e ora anche online, per sedersi insieme in un silenzio ricco di fede e creativo. Credeva che questi gruppi di meditazione cristiana portassero i semi della rivoluzione contemplativa iniziata da Cristo e sostenuta attraverso secoli e culture. Una rivoluzione non violenta e autorinnovabile che collega la profondità umana a Dio e agli esseri umani in modi nuovi. Enfatizzava la pratica e osservava che dopo sei mesi di meditazione regolare si iniziava a vedere la vita in modo diverso. I valori cambiano e la qualità della vita si riumanizza. Tale cambiamento non è teatrale. È graduale, paziente, spesso invisibile all’inizio. Ma i suoi effetti si diffondono all’esterno come onde: nelle relazioni, nel lavoro, nella giustizia, nella costruzione della pace e nella comunità.
Se cercate due frasi di tre parole che racchiudono questo insegnamento, non troverete di meglio di “recita il tuo mantra” e “la meditazione crea comunità”. La meditazione, insiste, crea comunità.
La meditazione ci insegna come lasciare alle spalle il sé. O – per dirla in modo diverso ma altrettanto vero – la meditazione ci avverte all’istante quando ricadiamo in abitudini egocentriche. In entrambi i casi, attraverso una profonda conoscenza di sé, libera dentro di noi una sorgente di acqua viva. Ci restituisce a noi stessi risvegliando in noi la fonte dell’essere e, in quella fondamentale riconnessione, ci apriamo alla nostra connessione con gli altri. John Main non ha eccessivamente psicologizzato 5
questo viaggio spirituale, ma ha visto, e ha spesso citato Sant’Agostino a questo proposito, che “dobbiamo prima essere restituiti a noi stessi, così che, facendo di noi stessi un trampolino di lancio, possiamo elevarci a Dio”. Mentre il cristianesimo continua a cercare un nuovo vocabolario, John Main fa luce sulle priorità essenziali.
Insegnava una pratica specifica senza suggerire che fosse l'”unica via”. Eppure, seguendo Gesù che, secondo lui, prega in, con e per noi, mostra l’universalità dell’insegnamento di Cristo: interiorità, silenzio, equanimità, centralità e momento presente. Non astratto o teorico, ma un percorso di esperienza non consapevole del sè che guarisce l’essere umano dalla frammentazione alla completezza.
Insegnò una pratica adatta sia ai giovani che agli anziani, ai credenti, ai semi-credenti e ai non credenti, nel caos delle loro vite. Insegnò una via radicale di pace e ordine per quella che Yeats chiamava la “bottega di stracci e ossa del cuore”.
Il Futuro della Religione.
Non è una coincidenza che il centenario di John Main venga celebrato quest’anno, mentre il WCCM riflette sul tema “Il Futuro della Religione”. Quando John Main ed io arrivammo a Montreal per fondare una comunità benedettina che integrasse e insegnasse la meditazione, trovammo una chiesa un tempo potente e dominante in ginocchio: coiè, umiliata e avvilita. Sotto forti pressioni culturali, era implosa. Guardando a questo Padre John osservò che un giorno lo stesso sarebbe accaduto in Irlanda: come è accaduto, e in molte altre società tradizionalmente religiose. Non stava rilanciando la saggezza contemplativa della chiesa per puntellare la sua infrastruttura al collasso, ma per gettare le basi per una forma di Cristianesimo completamente nuova.
Durante una visita a Taiwan qualche anno fa, sono stato colpito dalla frenetica vita nei templi, in quella società allo stesso tempo anche molto laica. Lì, come altrove, molte persone si definiscono “spirituali, non religiose”. Osservando lunghe file di fedeli in coda per rivolgere qualche parola a un sacerdote del tempio e porgergli una piccola busta rossa, chiesi al mio amico cosa cercassero. La risposta, mi rispose, è semplice: ciò che gli esseri umani hanno sempre cercato dagli antenati o dalle divinità superiori: salute, prosperità, pace mentale, una famiglia, la possibilità di vivere una vita tranquilla e in pace.
Nessuno comprende meglio di Charles Taylor le radici delle moderne società secolarizzate. Egli vede come il cristianesimo ne sia una delle cause principali (Gesù non si è forse detto “Signore del sabato” e non ha messo in guardia contro una religione esteriore e superficiale?). Eppure, il secolarismo non è il nemico della religione. In sostanza, il secolarismo è la libertà di scegliere se essere religiosi o no. Per secoli, il credo religioso è stato instillato alla nascita o imposto con la violenza. Nel 1500, la scelta di credere in Dio, negli angeli, nel purgatorio e nelle reliquie era a malapena un’opzione. Oggi viviamo in un’epoca in cui religione e spiritualità sono separate, così come fede e credo; e l’autorità che cerchiamo per le nostre scelte, necessariamente fragili, non è più esterna, ma identificata con un'”autenticità” personale conquistata a fatica.
Questa libertà è inquietante e confusa, ma (speriamo) è parte integrante di un nuovo capitolo dell’evoluzione umana. Per comprendere il futuro della religione, per avere un’idea della direzione in cui si sta muovendo, dobbiamo guardare al suo passato e leggere i segni del presente. 300.000 anni fa, i nostri antenati iniziarono a seppellire i loro morti con riverenza e simboli significativi. Siamo ancora esseri religiosi per natura. Il fallimento di tutti i movimenti atei nello sradicare la religione lo dimostra. Percepiamo sia la dimensione immanente che quella trascendente dell’esperienza. Le loro espressioni interagiscono per dare significato alle nostre vite. Abbiamo imparato, anche se lo dimentichiamo non appena lo impariamo, che la pienezza dell’essere, la pace e la verità non sono misurabili, ma possono essere scoperte dentro di noi.
Il cristianesimo è sopravvissuto ai suoi tradimenti e ha continuato a diffondersi, sebbene non senza frequenti sofferenze e auto-deformazioni. Guerre di religione, ambizioni imperialistiche e guerre civili hanno lasciato profonde cicatrici, ed è comprensibile che molti oggi affermino di “non essere religiosi”. Ma nel suo cuore, come nel cuore di ogni tradizione di saggezza, si cela un nucleo vivo di saggezza contemplativa. Essa punta verso il vero nord, verso il silenzio, l’attenzione, la quiete, la non-dualità e un’eterna presenza misteriosa. Quando la religione dimentica questo nucleo interiore, diventa desacralizzata, ansiosa, competitiva e distruttiva, proprio come accade a noi individualmente quando perdiamo la connessione spirituale. Quando ce ne ricordiamo, tuttavia, diventa un percorso verso la completezza e la pienezza: un’unione di contemplazione e azione.
Voci profetiche della modernità, come Dietrich Bonhoeffer e Simone Weil, lo hanno compreso. Bonhoeffer dichiarò con parole e azioni che Dio si trova al centro della vita, non solo ai suoi margini. Simone Weil amava la Chiesa, ma si rifiutò di entrarvi istituzionalmente perché, a suo dire, in quanto istituzione apparteneva al principe di questo mondo. Descrisse la preghiera come un’attenzione intensa che si risveglia di fronte alla sofferenza come compassione: non una richiesta, ma un’attesa in cui l’ego si dissolve. Più recentemente, contemplativi di lignaggio monastico, come Thomas Merton e John Main e altri come Bede Griffiths e Thomas Keating, ispirati dalla visione profetica, hanno contribuito a recuperare una pratica spiritualmente democratica nella vita ordinaria: una “disciplina segreta” come la chiamava Bonhoeffer, una “meditazione quotidiana” come insegnava John Main.
In un’epoca secolarizzata, la fede non può più sopravvivere come mera abitudine culturale. L’era del cristianesimo nominale è finita. Come predetto da un altro profeta, Karl Rahner, il cristiano del futuro sarà un mistico – “uno che ha sperimentato qualcosa” – o cesserà di essere completamente. Questo potrebbe essere vero per tutte le tradizioni. Il futuro della religione non dipenderà dalla forza istituzionale, ma dalla profondità dell’esperienza personale.
Non possiamo tornare al passato; se non forse perdendolo e andando avanti senza certezze, riconoscendo infine in forme nuove ciò che abbiamo perduto, come se fosse per la prima volta. Stiamo entrando in una nuova fase della rivoluzione contemplativa, che è centrale per l’evoluzione dell’umanità stessa, persino per la sopravvivenza dell’essere umano.
Vi invito per piacere ad unirvi alla comunità mondiale quest’anno, mentre comprendiamo l’insegnamento di John Main e ci impegniamo a riflettere su questo mistero di trasformazione. Per aiutarvi a farlo, vi invito a partecipare alla nostra serie mensile online “Il Futuro della Religione”: https://wccm-int.org/tfor (di cui ho tenuto la prima presentazione di recente). Ci auguriamo di poter viaggiare insieme nella speranza e nella fede, e soprattutto
Con grande affetto,
Laurence
Laurence Freeman O.S.B.







