Seconda Domenica di Quaresima
Matteo 17:1-9 La Trasfigurazione
La settimana scorsa eravamo in un deserto ad affrontare i nostri demoni ed in seguito accuditi dagli angeli che ci hanno confortato. Questa settimana siamo in cima a una montagna nebbiosa e il nostro amato, seppur misterioso e sfuggente maestro, si rivela a noi in un modo che infrange la nostra speranza di una vera intimità con lui. Lo vediamo (come Arjuna vide Krishna nel capitolo 11 della Gita) nella sua gloria cosmica, il suo corpo fisico e tutto il suo essere accecantemente traslucidi. Vediamo ciò che avremmo potuto sospettare: che la sua verità trascende il regno del tempo e dello spazio in cui ci siamo sentiti attratti da lui. Forse siamo immensamente privilegiati nel vederlo, ma siamo totalmente incapaci di reagire adeguatamente e quindi distogliamo lo sguardo e siamo terrorizzati. Poi, senza che lo vediamo, si avvicina di nuovo in un modo che riconosciamo, ci tocca e ci dice di non avere paura. È di nuovo come lo abbiamo sempre conosciuto, eppure non potremo mai dimenticare ciò che abbiamo visto, anche se lo volessimo.
Non sarebbe bello se potessimo accontentarci di vedere le cose semplicemente a livello di apparenza? Eppure, anche quando non ci troviamo in uno di quei rari momenti in cui intravediamo il reale nell’irreale, l’eterno nel transitorio, anche se siamo comodamente immersi nel livello di consapevolezza mondano, non possiamo fare a meno di percepire che ciò che appare non è mai tutta la verità. La vita comporta il rischio che una verità accecante possa irrompere nel familiare in qualsiasi istante e sconvolgere ogni cosa. Lo desideriamo quasi quanto lo temiamo.
La paura è istintiva, chimica ed egocentrica: l’amigdala invia segnali di SOS all’ipotalamo provocando una scarica di adrenalina e cortisolo. Si tratta di salvare la mia vita così come la conosco ed evitare il rischio di conoscerla in qualsiasi altro modo perché potrei perderne il controllo. Quindi, mi ritraggo da qualsiasi cambiamento in uno schema familiare e cerco disperatamente di rimanere al sicuro dove sono, anche se si tratta di un luogo e di uno schema di vergogna autoinflitto. La paura ci dà la ragione di non correre il rischio che un modello imprigionante si dissolva.
Anche quando cerchiamo di essere liberi e creativi, la paura ci impedisce di farlo, immaginando di essere esposti e rifiutati. La possibilità di provare e fallire è terrificante. Ci tiriamo indietro anche quando prendiamo una piccola decisione che potrebbe cambiare le cose. Se ci proviamo, ci fermiamo a metà strada, sentendoci inautentici nel processo incompiuto che ci cambierebbe. Torno indietro o procedo a passo di lumaca. Se qualcuno, qualcosa, in qualche modo non si avvicina, non ci tocca e non ci dice di non avere paura, potremmo non riconnetterci mai più al coraggio di essere umani e vivi.
Questa storia mi sembra meno una manifestazione di gloria che traspare dalla superficie, quanto una rivelazione di tenerezza e pazienza che ci tocca più a fondo della superficie delle cose e che suggerisce una prova di come Dio sia veramente: molto più simile a noi di quanto pensiamo.
Laurence Freeman
Bonnevaux







