Prima Domenica di Quaresima
La tentazione nel deserto: Matteo 4,1-11
Papa Francesco ha proposto di tradurre diversamente la frase del Padre Nostro “Non ci indurre in tentazione”. Riteneva che desse l’impressione fuorviante che Dio ci attiri in tentazione e ci tenda delle trappole: come se Dio si divertisse a giocare a fare Dio con noi e sorridesse quando cadiamo nella trappola. Ha proposto una versione più chiara: “Non abbandonarci alla tentazione”.
Vale la pena riflettere su queste opzioni mentre entriamo nella Quaresima con il racconto evangelico di Gesù condotto dallo Spirito nel deserto, dove viene tentato dal diavolo dopo il digiuno. A quel punto, era inevitabile che fosse particolarmente debole e vulnerabile quando il diavolo si presentò. Nel profondo di sé, Gesù forse sentiva quanto sarebbe stato facile scivolare in una o in tutte e tre le parti delle illusioni dell’ego.
Il primo è affidarsi ai surrogati materiali della realtà, evitando così le infinite sfide che essa ci presenta nella vita quotidiana. Quanto è più facile scivolare nell’autoindulgenza e giustificare l’uso del nostro potere o dei nostri doni in modo egocentrico (trasformando le pietre in pane) – più facile che imparare ciò che la sopportazione del deserto deve ancora finire di insegnarci. In secondo luogo, egli respinse la tentazione di gettarsi dal pinnacolo del tempio solo per dimostrare che gli angeli lo avrebbero salvato. Quanto è allettante l’illusione dell’orgoglio dell’egoismo di correre il rischio per evitare di confrontarsi con la realtà e cadere nelle confortanti reti dell’illusione. In terzo luogo, egli infrange la tentazione di espellerci completamente dalla realtà, intronizzando gli impulsi e le brame dell’ego di potere e controllo.
I Maestri del Deserto credevano che avessimo bisogno di tentazioni e tribolazioni per uscire finalmente dalla rete di illusioni e autoinganni. È bello vedere che stiamo facendo progressi nel vivere la vita come un cammino spirituale, ma è pericoloso adagiarsi sugli allori e pensare che i vecchi schemi non torneranno mai più. “Siate vigili”, quindi, “in ogni momento”. Ecco cosa significa l’esperienza del deserto: rimanere svegli. Abba Sisoes era sul letto di morte, con il volto splendente come il sole e circondato dai suoi discepoli. Quando gli angeli vennero a prenderlo, chiese ancora un po’ di tempo per pentirsi. I monaci più giovani, che lo consideravano perfetto, gli chiesero perché avesse chiesto più tempo. Rispose: “In verità vi dico, credo di non aver nemmeno iniziato a pentirmi”.
Le innumerevoli tentazioni che ci spingono alle illusioni dell’orgoglio sono parte integrante della scuola della vita. Proprio quando senti di averla sotto controllo, il sussurro insinuante può tornare. Non dallo Spirito che ci accompagna nel deserto e non ci lascia mai in balia delle forze dell’oscurità, nemmeno quando cadiamo in tentazione. Le tentazioni provengono dall’inclinazione umana, sotto costrizione o delusione, a negare la verità e a scegliere l’irreale rispetto al reale.
Affrontare questa debolezza umana è ciò che significa il deserto ed è il motivo per cui lì incontriamo non il diavolo. Incontriamo lo Spirito che ci copre sempre le spalle. Davanti a noi vediamo e siamo aiutati da angeli radiosi quando ne abbiamo bisogno, per tutto il tempo che ne abbiamo bisogno.
“Allora il diavolo lo lasciò, e degli angeli gli si avvicinarono e lo servirono”. (Mt 4,11)
Laurence Freeman
Bonnevaux







