Una lettera di Laurence Freeman (clicca qui per l’intera newsletter in inglese)
Carissimi amici,
il primo di gennaio ho inaugurato un canale Medium come piattaforma per una nuova tipologia di testi che va dalle mie riflessioni personali e insegnamenti sulla meditazione ad articoli di più ampia portata come l’arte, incontri casuali e come cambiare direzione. Una foto fatta da me sarà accanto ad ogni pezzo. Potete dare un’occhiata e iscrivervi : https://laurencefreemanosb.medium.com/
Ho pensato di includere in questa prima lettera del nuovo anno un’anticipazione di ciò che vi troverete.
La sola cosa di cui possiamo esser certi è che nulla è certo. Possiamo cercare di negarlo, reprimerlo, nasconderlo o in qualche modo fuggire dal principio di incertezza della realtà umana. O… possiamo accettare la realtà ed essere al di sopra dell’ansia e trovare pace nella semplice arte del vivere contemplativo che vuol dire: individuare la prossima cosa da fare, farla e prepararsi alla successiva. Così il bel paesaggio della vita e il mistero dei semi spirituali che spuntano continuamente si rischiara man mano che il centro dell’attenzione si sposta dall’Incertezza al Momento Presente. Sto leggendo una straordinaria novella intitolata “Orbital” che descrive un piccolo gruppo di astronauti che girano in orbita intorno al nostro pianeta sedici volte al giorno. Non succede un gran ché se non la scoperta della gloria del pianeta a cui stanno girando intorno e di una pace mai sperimentata prima. Possa il nostro girare intorno quotidiano risvegliare in noi la stessa realtà.
Questo è un modo pratico e coinvolgente per analizzare come i temi, con voi condivisi brevemente in questa lettera, possano diventare non solo altre parole che producono ulteriori ipotesi ma approfondimento per vedere la realtà in modo trasformante.
La Cappella di Rothko
Non possiamo sapere cos’è il silenzio fino a quando non lo troviamo. In un mondo così chiassoso come il nostro dove ogni spazio vuoto è riempito di pubblicità o graffiti, siamo imprigionati in menti talmente rumorose che non riusciamo a stare fermi e ascoltare. Il silenzio diventa incomprensibile. Pensiamo che voglia solo dire abbassare il volume.
All’inizio della mia terapia a Houston ero felice di aver scoperto di essere a solo mezz’ora di cammino dalla Cappella di Rothko, uno spazio aperto a tutti in cui il silenzio ti compenetra. Lungo molti anni, precedenti visite in questo posto hanno lasciato una profonda traccia sacra dello spirito indimenticabile del luogo. Alcuni anni fa ho tenuto qui una conferenza che temevo potesse offendere il profondo, denso silenzio in cui eravamo ma, forse perché abbiamo anche meditato, sapevo che le mie parole non si accordavano bene con quel silenzio.
Mi riprometto di venire qui a piedi ogni giorno, quando potrò farlo, e meditare, cosa che ho già cominciato a fare. Forse così scriverò ancora dell’ultimo capolavoro di Mark Rothko nelle prossime settimane. Per ora comincerò questa rubrica mentre un nuovo anno si dischiude dal guscio. Proverò e non riuscirò a descrivere la forza tangibile, l’invisibile campo energetico, l’assoluto raccoglimento nel silenzio in questo spazio sacro.
Tutt’intorno sulle pareti ci sono quattordici pannelli. Quando si entra in questo spazio, illuminato da luce naturale che viene dall’alto, i dipinti sembrano neri. Ma appena gli occhi si abituano diventano scuri in modo dinamico. In alcuni punti un denso color malva appare sotto la superficie della tinta. Grazie a Dio, che sollievo, non ho percezione di immagini o spiegazioni. Le pitture sono talmente ampie da essere intime e ti accolgono mentre ti avvolgono. Rothko ha dipinto usando un pennello da imbianchino e le pennellate sono vive, come la parte interna di una nuvola scura.
Immersi in questi dipinti un campo di forza del silenzio si crea attorno e in voi. Così si dissolve il velo fra interno ed esterno. E’ puro silenzio senza limite e vuoto, così emana una piena, reale presenza. O uno vuole rapidamente tornare alla propria mente rumorosa e al mondo che la produce, o è attirato completamente dalle acque del silenzio e vuole continuare a dissetarsi anche se questa sete non sarà mai soddisfatta
E’ più grande di me ma non spaventa. E’ questo ciò che vuol dire timor di Dio ? E’ senza coordinate o proporzioni perché immersivo in tutte le direzioni e in tutte le dimensioni. Niente a cui tenersi stretto. Eppure nel profondo del silenzio c’è tenerezza e accoglienza. Ti senti a casa.
In questo profondo silenzio il tempo converge nel presente, alla presenza di ciò che è presente ora e dovunque. Ovviamente è più facile meditare qui dato che la meditazione si sta già realizzando.
Sala d’attesa
Oggi ho deciso di cominciare subito la terapia anche se vuol dire non poter celebrare il Natale a Bonnevaux. I dottori sono ottimisti e si aspettano un buon risultato. Sarà come seguire un corso di otto settimane. Anne e Tom membri affettuosi della Comunità di Houston sono stati una benedizione per me e mi hanno accolto con amorevolezza nella loro casa con straordinaria attenzione.
Stamattina mentre ero seduto nell’affollata sala d’attesa aspettando di esser chiamato, come tutti, per nome, mi divenne chiaro che tutti avevamo un appuntamento. Eravamo come uno schieramento di sofferenti in un campo di battaglia indifferenti alla sconfitta o alla vittoria. Ma ho anche provato una profondissima, amorevole compassione su cui tutti ci appoggiamo, che supera di gran lunga il dolore, se solo riusciamo a percepirla. Un uomo anziano con una tosse catarrale seduto sulla sedia a rotelle accanto alla figlia di mezza età guardava davanti a sé con sguardo assente. Un giovane con un berretto di lana ficcato in testa piegato sulle ginocchia e con gli occhi chiusi. Su ognuna delle persone pesava un carico di dolore ma un filo di speranza si intrecciava attorno alla croce che ciascuno portava. Era la silenziosa condivisione di una malattia che si viene a creare fra di noi. C’è anche una comunione rigenerativa di vita che nasce dalla risvegliata presenza del Regno di Dio che ogni comunità contemplativa conosce poiché si trova dappertutto e tutto può trasformare.
Perciò, se tutto va bene, spero di essere a casa prima di Pasqua. Grazie a tutti per i messaggi affettuosi ed amorevoli che mi sono arrivati nella nostra sala d’Attesa dell’Avvento.
La Cappella di notte
La maggior parte dei pazienti è già andata a casa per Natale. Quelli che sono rimasti sembrano confinati nelle loro camere. Gradatamente la giornata dell’ospedale si esaurisce, subentra un grande e benvenuto senso di vuotezza che riempie tutti gli ambienti. Da fabbrica della salute sta diventando quasi un monastero in cui tutta la comunità è andata a riposare.
Mi sento bene e ho bisogno di camminare ma sono legato al mio albero della flebo da cui per quindici ore gocciola nel mio corpo l’idratazione per eliminare la chemio. D’altro canto sono libero di fare uno strappo alla regola. Scendo giù, esco dall’edificio senza problemi. Il pavimento non va d’accordo col mio amico a cui sono collegato ma lo posso alzare per superare il dislivello e gli intoppi vicini all’ingresso. Due donne sono sedute su una panchina e chiacchierano insieme. La più giovane sta parlando di qualcosa con sdegno mentre l’altra, forse sua madre, ascolta passivamente. Ho sentito di sfuggita una frase che si pronuncia spesso in questa società, tipo “Non lo sopporto. Nessuno mi può trattare in questo modo”.
Mentre passo loro accanto la più giovane mi nota e mi domanda subito “Sta facendo la chemioterapia ?” Le rispondo di sì e le dico che sto portando a spasso il mio amico. Esita un momento e poi sorride.
Rientrato nell’edificio cammino lungo i corridoi deserti e silenziosi, l’andirivieni e gli obiettivi quotidiani tutto è sospeso. Una indicazione “Cappella” attira la mia attenzione. Sento una tonificante fame di uno spazio sacro. Mentre mi avvicino alle porte mi appare un giovane paziente alto e discreto. Ha il capo tutto bendato, forse un tumore cerebrale. Il volto è radioso, pieno di gioia e gli occhi brillano di amabilità, quella specie di sorriso disarmante che nasce chiaramente dal cuore e va direttamente al cuore. Ci guardiamo in silenzio e lui dice “Tutto andrà bene”.
Percepisco le sue parole e gli rispondo “Spero anche per lei”. “Sì certo” mi dice. Ci scambiamo uno sguardo in un silenzio intimo e pregnante d’amore. Una semplice pausa. “Buona notte” “Buona notte”.
Nella cappella vuota, simboli ben conosciuti sono fedelmente in attesa. Una piccola luce è accesa accanto al tabernacolo. Medito fino a quando il mio amico con la flebo fa bip e capisco che anche lui ha bisogno di una presa per la ricarica.
Mille sfumature di umorismo
Ci sono migliaia di sfumature di umorismo e più ne conosciamo meglio è. Mi domando se un salutare senso dell’umorismo non è sempre collegato alla scoperta di qualcosa di nuovo. E all’istante ha l’effetto di ripristinare un mondo andato in pezzi, ristabilire delle relazioni in frantumi e rinnovare la speranza.
Potrebbe essere una storia che finisce con un pugno, un colpo di scena o un collegamento imprevisto e poi (almeno così spera chi la racconta) si scoppia a ridere in modo spontaneo e divertente come per uno starnuto. Ridere libera dalla tensione, rilassa, ridimensiona la prospettiva, avvicina lo straniero, è un nuovo inizio. Le donne, si dice, sono attratte dagli uomini che le fanno ridere. Gli uomini, lo so, apprezzano le donne che ridono dei loro scherzi. Ci sono diversi tipi di risate in questo aspetto dell’umorismo, secondo il genere.
Ci sono anche quelle ‘più nere’. A tutti piace vedere un babbeo pomposo o un prepotente scivolare su una buccia di banana. Se lo merita e lo butta per terra con una dura giustizia. Ma i cinegiornali della Germania nazista facevano vedere vicini e passanti che ridevano mentre una famiglia di ebrei veniva trascinata per strada umiliata e picchiata. Come si può capire questo aspetto ? Oppure un candidato per le elezioni presidenziali che si fa gioco di una persona disabile in un discorso pubblico e per di più suscitando una risata nella folla.
Ci possono sempre essere delle lievi tracce di crudeltà anche nelle forme più leggere di umorismo. Ma, come nelle risate dei bambini per una storia ridicola, rimane fondamentalmente il buonumore; rifugge il sadismo ed evita di maltrattare qualcuno ripetutamente dopo che è stato buttato per terra o prende di mira un vecchio, un povero o un debole. C’è una linea di confine lungo lo spettro dell’umorismo. Oltrepassare quella linea è rischioso, sia che si voglia solo verificare il limite o negare che una tale linea di auto controllo esista veramente. Non c’è davvero nulla di cui non si possa ridere ? Uno sbaglio di questo genere è costato la carriera a più di un comico. La sete del pubblico per uno spettacolo comico, una forma odierna del giullare di corte che cerca di superare il limite, è divertente, in un certo modo come e quando incoraggiamo un intrattenitore a mettere alla prova i nostri limiti.
Non ridiamo per le cose che conosciamo bene a meno che non ci propongano una nuova prospettiva che ci fa vedere le cose familiari sotto una luce diversa. Il vecchio è rifatto da capo e noi siamo felicemente in salvo dalla mancanza di originalità e dalla noia. In questo modo l’umorismo può salvare delle relazioni. Per esempio quando una discussione o un rapporto sono scivolati ad un punto morto o ad una impasse. Non succede nulla di nuovo e il quotidiano è diventato tossico fino a che un’ondata di umorismo dalla parte giusta della linea di demarcazione ripristina il collegamento e si celebra la vita anche se nel dolore, nella sofferenza e nell’ingiustizia. Allora un salutare umorismo proclama una tregua, la ripresa del dialogo aiuta chi aveva opinioni divergenti a vedere l’un l’altro in una nuova luce.
Il nostro panorama pubblico polarizzato ha bisogno di questa specie di brezza umoristica piuttosto che di un umorismo cinico e crudele che ‘non diverte più’ connesso, come dice T.S. Eliot. al lato oscuro dell’età. La rabbia camuffata da umorismo.
Una salutare risata è terapeutica e compie in modo amabile dei piccoli miracoli.
La preghiera un passo per volta
Quando il corpo smette di funzionare come dovrebbe (o come ci piacerebbe che facesse) può essere terrificante: come un amico che ci volta le spalle. Il nostro modo di vedere e di rapportarci con ogni cosa viene travolto. Quando è successo a me sono diventato più accentratore e perciò ovviamente mi sono sentito più solo. La linea di salvaguardia fra interiore ed esteriore ha cominciato a dissolversi.
Non c’è nessuna reale differenziazione fra interiorità ed esteriorità. Il grandioso tempio del nostro corpo ci insegna proprio questo attraverso la sofferenza o il piacere. Nonostante tutto, di solito siamo faziosi, sbilanciati e così anche orientati verso l’esterno. Ci sentiamo spinti a cercare la via della verità nell’azione della dimensione esterna. Pensiamo che sia lì la possibilità di risolvere i problemi. In realtà i problemi si dissolvono grazie ad un cambio di prospettiva.
Quindi è utile parlare del ‘cammino interiore’ , del ‘viaggio dentro’ e così via non perché esista separatamente ma perché ci fa capire la natura della realtà, della complementarietà dell’interiore ed esteriore. Chiaramente, la stessa idea di interiorità può essere irritante quando ci sentiamo sotto pressione per risolvere problemi all’esterno. Aprirsi ad una interezza rigenerante lungo un ‘cammino interiore’ ci può sembrare una perdita di tempo, o un rischio per noi stessi il seguire nuovi modi ai quali non siamo preparati. Meglio prepararsi con una ‘pratica interiore’ così da esser pronti quando arriveranno le sfide. Aggiusta il tetto mentre splende il sole.
‘Mi dispiace dovervi dire …’ un giorno dirà il dottore. E’ un colpo, ci sconvolge e ci disorienta radicalmente. Eppure è l’alba di una opportunità di espansione e approfondimento. Esser buttati in questa nuova ed insicura prospettiva per un male fisico può essere un cataclisma di dolorosa solitudine anche se si è tanto fortunati nell’esser sostenuti in comunione e in una comunità di amore (come è stato per me). Sorgono nuove, vivide forme delle antiche domande: Chi sono ? Cosa sto diventando ? Dove andrò a finire ? Cosa succederà ? Queste domande ti assalgono quando il normale senso del sé e la percezione degli altri ci fanno tremare come in un terremoto. La meraviglia del vero se stessi alla fine emergerà attraverso questo processo ma il viaggio ci farà passare momenti difficili, inquietanti, insicuri, impossibili.
Ci sono stati giorni in cui anche io mi sono sentito libero e accoglievo i miei momenti di meditazione con grande serenità. Altre volte non ero praticamente capace di meditare, magari mi addormentavo o sentivo che la connessione su cui facciamo affidamento per la meditazione era svanita proprio quando mi era più necessaria. Questa connessione non può mai interrompersi. Quando si ristabilisce il collegamento la capiamo meglio. La sua assenza, come per la nuvola scura del dipinto di Rothko deve esser penetrata non dobbiamo fuggirne via.
C’è un passo, solo uno, nella semplice, non auto riflettente ‘preghiera del cuore’
che chiamiamo meditazione. Porta alla generosa libertà senza confini e alla gioia della contemplazione, cioè al semplice godimento della verità. Comunque, come dobbiamo unificare l’interiore e l’esteriore, o come ogni passo che facciamo camminando, è fatto di due tempi prima che sia completo. Uno avanti e l’altro viene di seguito.
Possiamo sperare che la meditazione possa aiutarci ad ottenere quello che vogliamo. Al contrario mette in risalto la natura illusoria del desiderio, e poi ci fa vedere che abbiamo già quello che veramente vogliamo ed è per noi necessario. Desiderare è pur sempre pregare ‘per qualcosa’. La vera preghiera vale di per sé. Non è strumentale o un mezzo per ottenere qualcosa, per quanto evidentemente cambierà tutto.
Gesù ha fatto questo passo nella sua crisi esistenziale nel Giardino del Getsemani (Matteo 26:39).
Andando ancora un po’ avanti prostrato con la faccia a terra ha pregato con le parole ‘Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice…’
Parole chiave: è caduto a faccia in giù. Nel primo passo dobbiamo cadere proni a testa in giù, accettando totalmente, esprimendo ciò che sentiamo e lasciando andare. Più siamo impotenti, meglio è. A quel punto sappiamo di non stare recitando, posando o contrattando con una immagine proiettata di Dio. L’altra metà avviene spontaneamente: non come vorrò io ma come vorrai tu.
Dante ha detto ‘nella sua voluntade è la nostra pace’. Non sono sicuro che Dio abbia una ‘volontà’ ma il punto è che il nostro io volontà deve svanire. Così facendo la nostra resistenza ad accettare la realtà soccombe e si trova pace.
Una volta che abbiamo fatto questo passo non c’è più bisogno di ripetere di nuovo il primo passo.
Con grande affetto,
Laurence
Laurence Freeman O.S.B.






