La chiamata ad essere autentici
Da quando ho trovato l’amore dell’Amico
Questo mondo e l’altro sono per me una cosa sola
Non piango più, non si incupisce il mio cuore
Perché la voce di verità è udita
E io sono alle mie nozze.
Yunus Emre
Come i mistici di tutte le tradizioni, Yunus Emre Sufi del XIII sec. contemporaneo di Rumi, ebbe molti crolli. Ognuno di questi esaurimenti lo portò ad un nuovo e più ampio cambiamento, un viaggio che ha celebrato attraverso i secoli con liriche d’amore rivolte a Dio e a lui stesso. Molti dei suoi poemi finiscono con un messaggio indirizzato al suo stesso nome. Forse per ricordarci che crede in Dio – l’Amico – inseparabile e impensabile lontano dall’essere umano che si è innamorato di Lui.
Per Yunus Dio è il Tu e l’Io : “Tu sei la fine e tutto quanto in mezzo. Il mio cammino va da Te e verso di Te. La mia lingua parla con Te e in Te. Eppure la mia mano non può toccarti. Sapere ciò mi stupisce.”
Oggi nel nostro mondo secolarizzato può meravigliarci leggere tali dichiarazioni di amore per Dio così sfacciate e passionali. Ci dovremmo aspettare di più un Dio assente o che è morto o un fedele che affronta la Notte Buia dell’anima. Ho pensato di recente a questo grande cambiamento mentre parlavo con una persona giovane che stava attraversando un doloroso esaurimento per quel che riguarda fede e fiducia nella vita. Quando, dopo un lungo silenzio, ho udito la domanda sommessa “che senso ha ?” Ho sentito la profonda delusione e il dispiacimento che rivelava. Qualsiasi cosa io o chiunque possa rispondere – si potrebbe dire che il crollo porta ad una svolta, che tutto passa – potrebbe suonare come una vuota banalità o un incoraggiamento fasullo. Ma qualunque cosa si possa dire, non capiamo il senso delle cose attraverso le parole. E’ solo con la conversione del cuore che sopraggiunge inaspettatamente una nuova speranza, o addirittura che nel buio si vede la luce e che ci convinciamo che c’è un senso. Non un punto che si debba esprimere in modo convincente; più che altro come punto di arrivo che allo stesso tempo è il punto di partenza.
John Main una volta ha usato la definizione matematica di punto per descrivere il viaggio interiore intrapreso in quella specie di solitudine difficilmente condivisa ma che all’improvviso si può aprire, nel momento più buio, verso l’alba. Diceva che un punto matematico ha la sua posizione – è, esiste e può esser identificato – ma non ha una grandezza – cioè non può esser misurato o oggettivato. E’ un punto allora come la “singolarità” di cui sentiamo parlare parecchio ai giorni nostri che arriverà quando i computer prenderanno il potere e noi presumibilmente diventeremo i loro cuccioli o i loro badanti ? Gli esperti di IA dai quali ho imparato non sembrano trovar credibile questo timore perché considerano un errore chiamare questa tecnologia, per quanto possa essere sorprendente, “intelligente”.
Qual’ è il punto ?
Un punto contiene tutto. In effetti l’ho visto per un attimo, come il poeta Henry Vaughan, l’altra notte.
Ho visto l’Eternità l’altra notte,
come un grande anello di luce pure e infinita,
tutto calmo, così brillante;
e intorno, sotto, il Tempo in ore, giorni, anni
sospinto dalle sfere
avanzava come una vasta ombra; in essa il mondo
e tutto il suo seguito veniva trascinato…
Molti di voi leggendo questi versi possono aver visto o scorto il significato più ampio o il punto di qualcosa che vi creava ansietà. E forse, come me, non siete riusciti a scrivere tutto prima che cominciasse a sparire e diventasse una memoria lontana e confusa. Non sono solo prove che non riescono a convincerci che ‘c’è un senso’ nelle cose, ma anche la memoria perde la capacità di ricordare tutto ciò che accade nel tempo. Addirittura una fugace intuizione può dare un filo di speranza – più di un desiderio intangibile – una speranza reale che ci sia un punto dove tutte le cose tornano in un flusso verso la stessa sorgente da cui hanno preso vita. Tutti gli opposti, i contrari, i misteri, gli enigmi e le assurdità, tutto ciò che si può spiegare e rimane inspiegabile oltre le capacità della mente, tutto trova la sua via di ritorno verso il senso di tutto il punto di unità. Anche se desideriamo che questo punto esista, possiamo anche averne timore, come succede per l’idea di un buco nero o di una cosa eccezionale dove addirittura la nostra identità venga distrutta e si esaurisca. C’è sempre un prezzo da pagare per scoprire il significato, il senso.
Diciamo ai bambini che non è educato indicare qualcuno col dito perché sembra accusatorio o aggressivo. Quindi pensiamo a puntare il dito, cercare il significato in un altro modo. Ci piace avere la punta ben temperata della matita con cui scriviamo o dello strumento che stiamo usando. Se leggiamo un racconto o guardiamo un film ci aspettiamo che abbiano un senso altrimenti ci sembra di aver perso tempo. Trovare un punto o un significato ci dà una grande soddisfazione. Capire che non c’è nessun senso ci fa paura. Se abbiamo passato anni a seguire un lavoro e poi scopriamo che è stato danneggiato e respinto da altri, proviamo una profonda amarezza come quella di un giovane deluso quando la vita lo blocca per la prima volta. E’ il peggior tipo di vuoto che ci possa essere.
Se uno parla con troppa sicurezza di ciò che dichiara essere il punto, il senso o lo scopo, la sua stessa energia può esser la causa per cui restiamo scettici. Il vero convincimento è difficile da comunicare. Ci possiamo anche indispettire se ci dicono senza ombra di dubbio qual’ è la verità quando non abbiamo nemmeno cominciato a percepirla da noi stessi. Come sapevano i grandi maestri, è meglio non indicare il punto con un colpo diretto ma con cenni di orientamento con un ampio movimento della mano, come per invitarci a seguire il loro sguardo così che gli altri possano riconoscerlo da soli . ‘Venite e vedete’ ha detto Gesù ai primi discepoli.
La perdita di significato, o della percezione dello scopo in una intera cultura può riscontrarsi quando, per esempio, Dio e la trascendenza sono svaniti. La vacuità sociale trapela ben presto nell’angoscia che le persone provano per la loro stessa vita. Forse mai prima d’ora la popolazione in genere – stiamo parlando di un problema globale – è stata così delusa dalle speranze che avevamo riposto nel progresso. Ci domandiamo quale sia il senso dello sviluppo economico e tecnologico, dei passi avanti in campo medico, delle meraviglie del cosmo rivelate dai telescopi più moderni che quasi ci convincono di poter vedere l’origine di tutte le cose che avvengono nell’arco di migliaia di anni luce. Meraviglioso. Sorprendente. Anche bello. Ma qual’ è il senso quando vediamo contemporaneamente la follia auto distruttiva di nazioni civilizzate, genocidi portati avanti con tecnica precisione a scopo di ‘auto difesa’, la sfacciata negazione di fatti evidenti e il lavaggio del cervello di una intera popolazione, la sparizione di dissidenti, l’oscenità di una eccessiva ricchezza incurante delle vittime della fame e senza casa.
Il Pozzo della Saggezza
“E la terra sarà piena della conoscenza della gloria del Signore, come le acque coprono il fondo del mare”. (Abacuc 2:14) Questa profezia non solo ci incoraggia a credere che la speranza di salvezza del mondo sia nel maggior numero di saggi, ma anche presuppone silenziosamente che, malgrado i fallimenti che minano questa speranza, permane il destino e il senso dell’esistenza umana nel conoscere la gloria di Dio. La gloria trabocca illimitatamente sulla pienezza. Siamo fatti anche per capire che siamo conosciuti da Dio, l’essere creatore dell’amore ! Come possiamo dire quanti saggi sono necessari o come possiamo valutare quanto il loro sapere si diffonda e si moltiplichi. Eppure questa speranza esige che noi lavoriamo senza attaccamento a risultati visibili o alla produttività, il che significa impegnarsi fedelmente ad elevare il livello di consapevolezza contemplativa in tutte le tradizioni sapienziali e nei loro seguaci.
Ognuna di queste tradizioni sacre è una sorgente di acqua pura da cui si può dissetare una parte dell’umanità. La saggezza nasce da uno stesso punto originario verso cui possiamo solo tendere ma non descrivere. Supera tutte le frontiere e non viene bloccata, come succede spesso coi mezzi di comunicazione umani, nemmeno dalle diversità di linguaggio. Nei millenni ci sono stati difensori straordinari di queste sorgenti di saggezza, generalmente persone emarginate, lontane dal potere e dal prestigio come artisti, profeti e visionari. Fra di loro ci sono stati i monaci che costituiscono uno dei maggiori fenomeni transculturali e trans epocali delle società umana. Questi uomini e donne seguivano una vita monastica dedicata in primo luogo, in quanto priorità di vita, alla pratica della contemplazione e alla diffusione della saggezza. Preferivano il silenzio al pronunciare parole di falsità o sciocchezze. Primi esempi di questo stile di vita possono esser stati gli sciamani dei più antichi gruppi umani migranti. Intorno al 600 a.C. alcuni monaci si erano stabiliti nelle zone culturali del subcontinente indiano e sono stati parte della grande ondata di consapevolezza evoluzionistica cioè il periodo assiale – l’era delle Upanishad, dei profeti ebrei, del Budda, di Confucio e Platone. In quel periodo la consapevolezza umana si risvegliò a se stessa in modo definitivo e percepì per la prima volta di esser destinata alla piena realizzazione e alla perfezione.
Gesù era visto dai suoi discepoli come la fioritura di questo livello di evoluzione umana. Il movimento monastico cristiano che l’aveva ispirato, era dedito alla purezza del suo insegnamento e alla consapevolezza trasformativa della sua interiore presenza risorta. Come si era verificato secoli dopo con i Sufi nell’Islam, lo sviluppo di strutture religiose e divisioni basate sull’insegnamento del fondatore aveva dato origine ad un movimento mistico piuttosto che semplicemente istituzionale. I monaci o i Sufi non asserivano di esser speciali – ognuno di noi è speciale – ma erano stati toccati da una diretta innegabile consapevolezza del divino. Agli occhi del mondo convenzionale sembravano davvero un po’ “toccati”, un po’ matti o strani, e a volte erano monaci inutili ma essenziali.
Folli della follia dei sapienti, liberi con la libertà dello spirito, colmi della beatitudine consolidata, fondata nel mistero del non-duplice. (Upanisahd)
Liberi da qualsiasi senso di alterità, con il cuore colmo dell’esperienza unica del Sé, pienamente e per sempre vigili. (John Main, Comunità di Amore)
Il loro insegnamento e addirittura l’adempimento imperfetto della loro pratica ascetica ha dato prova di essere un antidoto alla corruzione delle istituzioni religiose. Ai giorni nostri è una valida contrapposizione sottoculturale al fondamentalismo e agli estremismi. I monaci erano semplicemente umani e avevano le loro colpe. Spesso le loro istituzioni hanno perso il fervore iniziale e sono state risucchiate da valori più rozzi di avidità e potere che tendono a dominare qualsiasi società. Ma con una certa forza interiore sono stati capaci di rinnovarsi e rivitalizzarsi, non solo grazie alla rinuncia ad uno stile di vita più convenzionale, tipo matrimonio o management sociale, ma soprattutto attraverso un fervido impegno nella totale integrazione con tutto ciò che è umano. Se hanno rinunciato al mondo, è stato perché l’hanno amato non appena hanno compreso l’essenza radiosa dell’amore creativo e della bellezza. Per quanto molti gruppi monastici possano fallire, basta un solo monaco in una grotta per rivitalizzarne il processo, qualsiasi esso sia, l’integrazione avrà la priorità sulla mera rinuncia. Tutto quello a cui dobbiamo rinunciare, dopo tutto, è ciò che impedisce l’importante inclusione nell’unità essenziale. Come il matrimonio, la vita monastica è la grande affermazione della fondamentale bontà di una umanità imperfetta e sofferente. L’inserimento del monaco nell’essere ora di Dio è la fonte della sua resilienza. Come ben sapeva Meister Eckhart “il Padre dà vita all’unico Figlio generato in un perpetuo presente: Dio crea il mondo adesso.”
Lungo tutta la storia il monachesimo e le sue differenti sottoculture sono state testimoni di una innocenza umana riconquistata non appena apriamo gli occhi al momento presente. Ciò si raggiunge non auto incensandosi ma seguendo la propria unica chiamata interiore, vincendo i propri demoni, confessando le proprie imperfezioni e continuamente ricominciando da capo. All’apparenza (soprattutto attraverso la lente dei media) oggi sembra che la vita monastica si sia ridotta ad essere irrilevante. I monasteri chiudono. Spesso i loro lavori tradizionali sembrano non avere nessuna importanza. Come se il monachesimo sia diventato una curiosità invece di essere un importante protagonista sul palcoscenico umano. Qual’ è la sua influenza nel cammino che sta facendo il mondo ? Non è visto come impegno distaccato dal mondo ma più spesso come rinuncia o fuga dal mondo o addirittura come un atto di disperazione personale. Il suo significato deve comunque essere riscoperto, quello cioè di mettere in luce la grande unità a cui appartiene il mondo e l’umanità e che nulla può distruggere.
Nuova Santità
Stiamo subendo un enorme scontro tra religione e cultura. La velocità del cambiamento ha lasciato indietro la religione, l’ha buttata giù dal piedistallo disorientata dalla perdita di potere e in dubbio su come reinventare se stessa. L’auto reinvenzione del monachesimo ha un ruolo fondamentale nel ristabilire nella società una pura consapevolezza religiosa. Come diceva il teologo von Hugel ci sono tre aspetti della religione. Quelli istituzionale e intellettuale sono fondamentali ma, senza l’influenza del terzo elemento – il mistico – non funzioneranno a dovere e falliranno. Il monachesimo non ha maggior responsabilità di quella di salvaguardare il primato della la mistica in modi così persuasivi come niente altro può fare. Non ci convertiamo leggendo commentari ma attraverso la nostra esperienza diretta, “l’esperienza è maestra”.
Una riscoperta del monaco deve affiorare dal caos in cui viviamo. Thomas Merton diceva che ‘il monachesimo è un problema e uno scandalo’ e quindi non possiamo aspettarci che il nuovo monachesimo necessario ai giorni nostri sia il prodotto di relazioni pubbliche e marketing. Spunterà dai margini e sorprenderà, deluderà e turberà. Singolarmente i monaci reagiscono alla prepotente complessità sociale e insignificanza proprio nel punto in cui la maggioranza ha timore che ‘non ci sia proprio nessun senso’. Il potere della semplicità non si ottiene solo col fare tagli o rinunce alla ricerca di pubblicità. Nel tempo lo si trova nella continua ricerca monastica di Dio in quanto grande Unità in armonia con i ritmi fondamentali e i modelli di vita. E’ un modo semplice di vivere con priorità chiare e fedeli rinnovate di continuo a fronte di ripetute sconfitte e fallimenti.
Simone Weil vide la necessità di una ‘nuova santità’. ‘Senza precedenti’ e ‘praticamente equivalente ad una nuova rivelazione dell’universo e del destino umano… la rivelazione di una gran parte di verità e bellezza fino adesso celata sotto uno spesso strato di polvere’. Come per il ‘cristianesimo dei senza religione’ di Dietrich Bonhoefer così le espressioni profetiche di Simone hanno aperto una nuova era nell’identità cristiana con l’annuncio dell’emergere dal caos di un nuovo ordine.
San Benedetto dice che ci sono vari tipi di monaci, con alcuni dei quali era più d’accordo. Il nuovo monaco che si desidera oggi condivide le caratteristiche essenziali di tutte le precedenti manifestazioni dell’archetipo monastico. Questo archetipo che abbiamo nascosto in noi in attesa di farsi sentire, è un prototipo perpetuo. Non è mai completato nel tempo. Le sue componenti essenziali sono evidenti: semplicità raggiunta attraverso l’integrazione non solo ricucendo e rinunciando; un impulso irrefrenabile verso uno stato unificante, un’irrinunciabile desiderio di amare Dio in modo autentico, il desiderio di essere educato, un orientamento all’esperienza piuttosto che alla conoscenza, l’amore per l’innocenza.
Sono semi messi nel profondo delle persone in attesa del loro momento di ‘fioritura’ o dello schiudersi. Se sono davvero gli elementi del monaco archetipo che si aprono con l’evoluzione umana, allora, almeno potenzialmente, siamo tutti monaci. Ma, come sempre in natura, non tutto accade allo stesso momento. Ci sono persone per le quali questa fioritura comincia a farsi sentire magari in una fase iniziale del loro sviluppo personale. Nelle culture primitive la consapevolezza spirituale poteva esser scoperta nell’infanzia anche ad un livello avanzato come oggi riconosciamo un bambino prodigio per la matematica o la musica. Spesso dopo una lotta interiore, si ha come la sensazione di esser attratto da una forza di gravità interiore verso l’assoluto attraverso una semplice e onnipresente sorgente. Il più delle volte portava l’individuo a scegliere una forma esteriore di vita chiaramente ‘monastica’. Oggi questo tipo di vita che guarda lontano da sé è sempre più rara, ma la nascita e la iniziazione del monaco interiore non sono meno reali e persistenti. I ‘nuovi monaci’ dei giorni nostri saranno quelli che dopo sforzi e studi hanno costruito nella loro vita quotidiana una pratica contemplativa divenuta prioritaria e senza la quale non potrebbero più sentirsi loro stessi.
Essere fedeli alla pratica contemplativa significa resistere alla tentazione di essere superficiali, perdere il proprio tempo prezioso in questioni di fugace importanza e soddisfazione. Tutta la nostra cultura è una materializzazione di questa tentazione di esser banale, che emerge continuamente nei media e nel commercio e cerca sempre di attirare la nostra attenzione. Benedetto descrive il risvegliarsi del monaco dallo stupore della superficialità come esser toccati da una domanda di Dio, diretta dal profondo dell’essere. La domanda trasformativa è semplice: ‘qual’ è la persona che desidera la vita e molti giorni per poter godere della sua prosperità ? Cosa può essere più dolce cari fratelli e sorelle di questa voce del Signore che ci invita ? La lotta del monaco nella sua interiorità è discernere fra la tentazione dell’illusione e la chiamata ad essere autentici.
Nuovi contemplativi
Contemplativi sono coloro nei quali la distinzione è per lo meno iniziata. La pratica contemplativa per prima cosa risveglia in tutti noi l’archetipo del monaco. Poi ci porta più profondamente nell’esperienza dell’Essere, attraverso la semplicità verso il non dualismo, inserendoci sempre di più nella realtà. Questo è il tipo di vita che cerchiamo quando cerchiamo la felicità. E’ la vita stessa e ne è prova la gioia che ci dà nel benessere di tutti gli esseri umani. Non può essere comprata e venduta, mercificata o strumentalizzata, o addirittura mutarsi in una scelta di vita che oggi facciamo nostra e domani lasciamo. Ci mostra cosa veramente vuol dire semplicità. Non la si può paragonare a nulla e perciò è impossibile descriverla ma è facile riconoscerla. La semplicità configura il modo in cui pensiamo e ci rende cauti nei confronti di un linguaggio esoterico e complesso. Rende puri i nostri sentimenti aiutandoci a riconoscere ciò che realmente sentiamo. Influenza anche il nostro modo di vivere, ci fa stare alla larga dal lusso e dallo spreco e dalla dipendenza del desiderio di possedere sempre più di quello di cui abbiamo bisogno.
La semplicità è un segno caratteristico della contemplazione. Le è intimo compagno il silenzio. Il silenzio ha molti livelli e li attraversiamo man mano che seguiamo la nostra pratica. Diventa sempre più semplice, non giudicante e sempre meno centrato su noi stessi. Non possiamo davvero parlare di silenzio perché le parole ed i pensieri ci fanno invischiare nella molteplicità. In questo senso il silenzio non ha messaggi per il mondo. Lasciamo che le persone ne facciano quel che vogliono. E però ci porta sempre più in profondità nel mistero della Trinità dell’Essere, nella Parola originaria generata dall’eterno silenzio del Padre.
E quindi il mondo ha bisogno di recuperare la contemplazione e i contemplativi sono destinati a diffondere la saggezza della contemplazione. E lo fanno più con l’esempio che con le parole e più con la quiete che con gli affari. I contemplativi che ascoltano la chiamata e si armonizzano ad essa diventano i monaci dei quali abbiamo bisogno per incarnare questa saggezza. Ho detto le stesse cose recentemente al ritiro per gli oblati a Bonnevaux. John Main ha accolto il primo oblato di questa comunità all’incirca cinquanta anni fa ed essa è cresciuta nel tempo e nello spazio come forza silenziosa e segno di cambiamento. Ho detto agli oblati che ritengo siano loro i nuovi monaci.
Nella Regola gli oblati sono giovani inseriti nel monastero per esser educati ed allevati nella comunità fino alla loro decisione di restare o abbandonare. Più tardi nella storia monastica gli oblati erano persone che vivevano normalmente fuori dal convento ma erano ‘associati’ – ad una certa distanza – dai monaci e dalla loro vita. Nel passare dei secoli si sono avuti molti tipi di oblati perché lo spirito Benedettino è istintivamente inclusivo e preferisce trovare modi di accoglienza piuttosto che di esclusione. Col declino del monachesimo istituzionale sviluppatosi per molti anni dopo San Benedetto e per tutto il periodo medioevale, è sopraggiunto un senso di crisi. La definivano una crisi di vocazioni ma, se quello che sto dicendo ha un senso, non c’è certo crisi nel numero di persone che si sentono chiamate ad una seria vita contemplativa o ad esprimere il loro essere ‘monaco interiore’ vivendo gli elementi imprescindibili del monachesimo.
John Main, Bede Griffiths ed altri formatisi nel monachesimo tradizionale hanno considerato il percorso dell’oblazione come la via ovvia per offrire al carisma del monachesimo una nuova strada per trasformarsi in sorgente nel deserto della vita moderna. Non prendono i ‘voti’ di castità, povertà ed obbedienza come si fa nel modo tradizionale, ma le loro promesse Benedettine di obbedienza, stabilità e conversione si fanno sempre dopo una seria formazione con una guida in quanto impegno ad una vita consacrata.
Se la sola maggior differenza fra un monaco nuovo e uno antico, per lo meno nell’ambito della chiesa cattolica, è l’astinenza sessuale abbiamo lo stesso dilemma nel monachesimo come nell’ordinazione sacerdotale. La conclusione è che il celibato è una priorità non negoziabile. L’estinzione della setta religiosa degli Shaker nella società americana è stata causata proprio dall’incapacità di adattarsi ai tempi. Comunque, dove una forte pratica contemplativa è centrale e fondamentale per la formazione dell’individuo e per la vita in comunità, il matrimonio e la creazione di una famiglia, diverse forme di vita da single o il totale celibato, tutte diventano opzioni autentiche. Il ‘nuovo monaco’ non è una versione annacquata di quella dei monaci chierici il numero dei quali sta oggi drasticamente diminuendo, ma una nuova manifestazione dell’archetipo intramontabile. Senza riscoprire una nuova cornice ed un nuovo significato del monachesimo ai giorni nostri, esso continuerà a perdere significato e al mondo verrà meno una indispensabile sorgente di grazie e saggezza.
Ispirazione Celtica
O è così nuova ? I monaci di Benedetto, come i primi monaci della tradizione cristiana non erano chierici, eppure erano rispettati e coinvolti. Non si può impedire ai contemplativi di formare delle comunità ai margini delle istituzioni, come non si può evitare che dei musicisti possano creare una banda, un coro, un quartetto o un’orchestra. Dove è lo Spirito, lì c’è libertà.
Il tipo di cristianesimo che prese forma nel mondo celtico fra il IV e XII secolo, più particolarmente in Irlanda e con notevoli differenze, testimonia questa differenza unificata. Il cristianesimo celtico era diverso: non una chiesa separata ma un’unica espressione del vangelo in una cultura creativa profonda e ricca. Né dobbiamo vederlo come chiuso o isolato quando ricordiamo gli innumerevoli gruppi di monaci Irlandesi itineranti che aderirono alla Parola e stabilirono monasteri in posti nuovi lontano da casa.
Prima di esser assorbito nel modello romano, il Cristianesimo Celtico era una chiesa monastica. I vescovi erano indispensabili e rispettati ma di solito erano membri di un monastero e non parte di una gerarchia più allargata. Il monastero non si sviluppava secondo il modello di fortezza che si è creato in seguito dopo Benedetto, basato su un chiostro chiuso con un unico battente di sicurezza. Il chiostro celtico aveva piuttosto un cancello a due battenti per poter entrare ed uscire. Il monastero non era formato da un solo ampio edificio ma da un insieme di abitazioni che includevano asceti e famiglie riunite in cerchi concentrici con al centro un fulcro sacro nell’area originaria stabilita dal fondatore. I più inclini all’ascetismo formavano un gruppo separato ma tutti i membri, qualsiasi fosse il loro tipo di pratica, erano chiamati ‘monaci’.
Il Seminario John Main a novembre 2025 dal titolo ‘Cristianesimo Integrale’ si svolgerà nella Chiesa di Balally a Dublino e saremo ospiti della Comunità WCCM Irlandese. Prenderà in esame le fonti d’ispirazione della chiesa celtica per i nostri giorni. La comunità parrocchiale di Balally ci accoglierà e noi saremo in grado di vedere in prima persona cosa una parrocchia contemplativa di questo tipo potrà diventare in futuro. Unitevi a noi in persona oppure online.
Quando si arriva al punto di qualsiasi cosa, abbiamo una nuova possibilità di ampliare in molte direzioni la nostra percezione di significato e obiettivo. Così il senso diventa più chiaro e crea speranza. E la speranza rafforza sempre lo sviluppo dell’unità. Lo stato unificato di consapevolezza non è un sogno di pace apparente. Favorisce una personale conversione e trasforma il caos in ordine. Alla fine, chiunque e qualsiasi cosa viene attirata in quel ‘grande anello di pura luce infinita’.
Con grande affetto,
Laurence
Laurence Freeman O.S.B.





