L’influenza risanatrice di Gesù verso coloro che si sono rivolti a lui con fede si estendeva oltre il regno fisico. Dopo aver guarito i dieci lebbrosi o l’emorroissa, malattie che escludevano socialmente, si è preoccupato del loro reinserimento nella comunità. Era consapevole che la sua missione fosse quella di far arrivare a portare il “salus” – la salute della salvezza – a tutti. Così ha toccato la malattia in tutti noi, perché chi non è bisognoso di guarigione? [. . .]
Il salvatore non è, quindi visto come colui che condanna e dichiara dannato chi non prende la medicina che egli offre. L’iconografia cristiana lo ha in realta spesso ritratto così, come il Pantocratore, il giudice universale con il braccio alzato minaccioso come lo vediamo nella Cappella Sistina. In seguito fu immaginato come l’imperatore divinizzato che regnava dal suo trono. Ma la prima immagine di Gesù che abbiamo è quella di un giovane pastore, che riporta a casa sulle sue spalle la pecora smarrita. Guaritore o giudice? Come abbiamo visto in precedenza per quanto riguarda la fede, le metafore contano.
Quando le metafore principali che riguardano Gesù e il cristianesimo riflettono una religione che possiede una dimensione contemplativa debole o assente, la fede si confonde fatalmente con la convinzione (credenza). Le idee su Gesù, le formule teologiche che lo definiscono, i riti di adorazione, tutto diventa troppo definito e tutelato, perfino assolutizzato e idolatrato. [Ma] quando la dimensione contemplativa del vangelo viene riconosciuta e insegnata, le metafore e le formalità delle pratiche nella chiesa iniziano a cambiare.







