Il Falso Sé
Perdere il sé significa abbandonare quegli strati di identità che chiamiamo falsi, perché sono impermanenti. Sono falsi solo se attribuiamo loro permanenza o se ci aggrappiamo ad essi: “Ho i miei diritti; ho la mia identità; ho la mia posizione; trattatemi con più rispetto”. Questo spesso deriva dal falso sé, da un senso di sé che cerchiamo di difendere o affermare. Fa parte del nostro sviluppo umano e psicologico.
L’ego si manifesta in tenerissima età, a due anni, e causa ai genitori immense sofferenze, ma anche gioie, fino all’adolescenza, quando diventa fonte di pura sofferenza. Va tollerato, e può esserlo perché lo consideriamo parte di un processo evolutivo emergente. Non può invece essere tollerato se questo ego di due anni è ancora attivo all’età di 70 anni, come può accadere, o in qualsiasi altra fase intermedia. In tal caso, non è più affascinante.
Bisogna quindi essere in grado di riconoscere quando e in quali circostanze si manifesta il nostro ego o, se preferite, il nostro falso sé. È falso solo se lo consideriamo vero, se ne siamo ingannati o dominati. Altrimenti, è semplicemente lì. Ha una funzione. L’ego ha una funzione: è un veicolo. In sanscrito, la parola strettamente correlata a ego è ahamkara, che deriva da due parole o due significati, uno dei quali è “io sono” (aham), e l’altro è kara, che ci dà la parola “carrozza”, “auto” o “veicolo”. Quindi si potrebbe dire che l’ego è il veicolo, il vettore, la piattaforma per veicolare il vero sé finché non siamo pronti, finché non siamo più maturi. Dobbiamo considerarci come un’opera di maturazione in corso. Quindi l’ego ha una funzione.
Ci permette di differenziarci, di separarci dai nostri genitori, dal grembo materno, dall’amore di nostra madre; e ci separa dalle istituzioni che altrimenti ci controllerebbero e ci trasformerebbero in nazionalisti, bigotti o persone piene di pregiudizi. Quindi l’ego ci permette di distaccarci da ciò a cui ci siamo legati, e in questo processo soffriamo.
Ogni separazione causa dolore, ma allo stesso tempo ci libera. Quando un bambino si separa dai genitori e lascia casa, è molto doloroso. Quando i genitori accompagnano il figlio all’università e lo lasciano lì, sanno di averlo perso, in un certo senso, per sempre. Allo stesso tempo, ne sono felici; e naturalmente il rapporto continua perché il figlio torna a casa. Ma quella separazione è necessaria per una relazione sana, così come il distacco è necessario nelle nuove relazioni che costruiamo, perché ora abbiamo un senso di noi stessi, un senso di chi siamo. Dobbiamo comunque stare attenti a non ricadere negli schemi infantili di attaccamento – sposare nostro padre, sposare nostra madre – e desiderare di ricreare quel tipo di sicurezza uterina. Quindi tutto questo è psicologia umana, no? Questo è il sé che cerchiamo di perdere, è l’attaccamento a manifestazioni temporanee o transitorie della nostra identità.
Man mano che impariamo a metterli da parte – e il modo più efficace per farlo, a mio avviso, è la meditazione – la vita ci offre innumerevoli opportunità per farlo. La meditazione è la nostra scelta per raggiungere questo obiettivo. E naturalmente, una volta che ci siamo abituati a farlo durante la meditazione, diventa più facile farlo anche nella vita di tutti i giorni. Siamo in grado, ad esempio, di riconoscere ciò che ci sta sopraffacendo, ciò che ci controlla con la paura, con la rabbia, con la gelosia, con l’amarezza, con qualsiasi cosa, con il desiderio di controllare o possedere. Quindi ce ne accorgiamo e diciamo: “Ah, vedo che sta succedendo nella mia mente; devo controllarlo, devo riconoscerlo e devo mordermi la lingua, oppure non devo inviare subito quell’email, oppure devo aspettare prima di avere quella discussione”. Questo è l’autocontrollo, che è uno dei frutti dello Spirito Santo, frutti della meditazione. Se non riusciamo a controllare l’ego, allora sarà l’ego a controllare noi.
–
Tratto da The False Self, From Finding Oneself 1 by Laurence Freeman OSB, Meditatio Talks 2017.







