ANNO 4 LETTERA 11
La sfida di abbandonare il sé
Abbiamo visto l’importanza e la difficoltà di lasciare andare i nostri pensieri. Ma abbiamo bisogno di tenere sempre a mente che noi siamo molto più di una mente piena di pensieri, sentimenti, desideri e bisogni. Questa è solo la punta dell’iceberg di tutto il nostro essere. Questa identità di superficie, il nostro ego, si basa sul fare, determinato dai condizionamenti, in tutte le loro forme. E tuttavia, è proprio questo il ‘sé’ di cui Gesù parla – le ferite e la parte del nostro ‘sé’ che agisce condizionato – quando dice di ‘abbandonare il sé’. Naturalmente abbiamo bisogno di questa parte del nostro essere, il nostro ego, il nostro istinto di sopravvivenza datoci da Dio. Ma è l’ego sano di cui abbiamo bisogno; quello che ci lasciamo alle spalle sono le nostre ferite, le nostre ansie, le nostre preoccupazioni, la nostra paura di non sopravvivere, la nostra paura della morte. Per fare questo abbiamo bisogno di coraggio, audacia, fede, dell’impegno di cui parla San Paolo. Quindi possiamo solo andare più a fondo, e renderci conto che siamo più del nostro guscio esterno di pensieri.
Ma questo guscio esterno basato sul fare è quello dominante, ammirato nella nostra attuale società. Ciò che è considerato importante al giorno d’oggi è il successo e le posizioni di potere e di influenza che si raggiungono. L’insegnamento di Gesù ‘è contro-culturale, come ci dice John Main in “Dalla parola al silenzio”: “L’auto-rinuncia non è un’esperienza familiare ai nostri contemporanei o che neppure capiscono molto chiaramente, soprattutto perché la tendenza della nostra società è quella di sottolineare l’importanza dell’auto-promozione, auto-conservazione, auto-proiezione.”
Essere schivo e umile è considerato un segno di debolezza. Inoltre, l’io governato dalla paura non ama il cambiamento, non vuole che si entri in contatto con le parti più profonde della coscienza, con il resto dell’iceberg che si trova sotto le onde dei tuoi pensieri, in quanto il cambiamento comporta una diversa tattica di sopravvivenza; si sa che il silenzio è trasformativo e si evita una tale trasformazione. E così ci fa dimenticare che abbiamo anche un sé più profondo che si basa sull’essere. Questo aspetto più profondo è pura coscienza individuale, non influenzata dal fare e dall’ambiente. La sua ragion d’essere è puramente che esiste. E’ priva di contenuti, legata ad un regno di là del tempo e dello spazio. Ma molti nel nostro mondo attuale negano che ci sia un’altra realtà al di là di quello che possiamo sperimentare con i nostri sensi o con i test nei nostri laboratori. Tuttavia, il 95% dell’Universo è pieno di materia oscura ed energia oscura, di cui non possiamo dimostrare la sua esistenza ma i suoi effetti possono tuttavia essere osservati. Allo stesso modo non si può dimostrare l’esistenza di un sè più profondo, che tutto abbraccia, ma siamo in grado di sperimentarlo. Possiamo scoprirlo entrando nel silenzio – al silenzio si accede con la meditazione.
C’è una sete nel nostro tempo per conoscere non solo questa realtà altra, ma anche il nostro stesso vero essere. Come dice John Main in “Dalla parola al silenzio”: “Poche generazioni sono state così introverse ed auto-analitiche come la nostra, e tuttavia lo studio dell’uomo moderno di se stesso è notoriamente improduttivo. La ragione di questo è… che è stato radicalmente non spirituale… nessuna autoanalisi intellettuale può sostituire la vera conoscenza di sé alla base del nostro essere “. Ma ci sono segnali incoraggianti. La ricerca di chi siamo veramente è diventato sempre più la ricerca del fondamento del nostro essere, una ricerca spirituale e molti ora scoprono la verità nelle parole di John Main: “Per trovare il nostro spirito, dobbiamo rimanere in silenzio e lasciare che il nostro spirito emerga dal buio in cui è stato bandito. Per trascendere dobbiamo essere fermi. Il silenzio è il nostro pellegrinaggio e la via del pellegrino è il mantra.”
Kim Nataraja







