Divenire completo, integro.
Attraverso i suoi scritti, John Main ha continuato a sottolineare l’importanza di sperimentare personalmente il silenzio, a cui ci conduce la fedele ripetizione del mantra.
Abbiamo visto in altri “Insegnamenti Settimanali”, che ciò richiede il superamento degli strati della mente composti da pensieri e da immagini, ovvero “il caotico frastuono della mente devastata da una così grande esposizione a banalità e distrazioni”. Noi dobbiamo anche avere il coraggio di affrontare il primo livello del nostro inconscio, dove l’ego ha accumulato tutte le emozioni che non era appropriato esprimere ad un certo momento in passato, poiché erano contrarie al bisogno di essere accettati, amati e stimati, condizioni necessarie alla nostra sopravvivenza: “un livello oscuro della nostra consapevolezza, fatto di paure represse e di ansie”.
Per quanto spesso ci sentiamo in imbarazzo o confusi che lacrime, sentimenti di rabbia ed irritazione, possano emergere dopo un po’ di tempo, nel silenzio della meditazione, il loro venire in superficie dall’inconscio è salutare. E’ necessaria una buona dose di energia per reprimere le emozioni, e molte sono là da molto tempo. Perciò, molto spesso ci sentiamo meglio quando accettiamo che vengano in superficie e, nel contempo, riconosciamo pure che, in quelmomento ormai trascorso, erano state reazioni valide in quelle particolari circostanze. Ma questo è ora, e quello era allora. Queste intuizioni sono un dono, una grazia, che ci viene offerta da Cristo che dimora in noi. L’esperienza della meditazione ci conferma nella fede che non siamo soli in questo nostro cammino interiore che ci porta “alla sorgente del nostro essere”. La ripetizione del mantra ci ricorda e focalizza la nostra attenzione sulla presenza di Gesù in noi. John Main ha sottolineato in “Moment of Christ”, che nel cammino della meditazione “La nostra guida è Gesù, l’uomo pienamente realizzato, l’uomo totalmente aperto a Dio”. È Gesù, il Guaritore, che ci aiuta ad affrontare e ad accettare ogni ostacolo al nostro procedere sul sentiero spirituale, e così facendo, guarisce le nostre ferite, che formano la nostra “zona d’ombra”. Questo è il termine che C.G. Jung, lo psichiatra svizzero del XX° secolo, diede a questi aspetti feriti del nostro essere, derivati dalla repressione causata dai condizionamenti e dai bisogni di sopravvivenza. La “ombra” consiste in tutte quelle parti del nostro essere che il nostro primo ambiente, l’ambiente cioè in cui siamo cresciuti, non approvava, sia che fossero aspetti positivi o negativi. Diventare completo non significa diventare “perfetto”, cioè quando sono presenti solo e unicamente i tratti positivi. Significa accettare la propria impazienza, così come si accetta la propria generosità.
Questa è la ragione per cui il cammino della meditazione, è un cammino che trasforma. Siamo condotti dalla frammentazione alla pienezza della vita. Come John Main dice in “Moment of di Christ”: “Quando ci avviciniamo al centro del nostro essere, quando entriamo nel nostro cuore, troviamo che è la nostra guida ad accoglierci, siamo accolti da colui che ci ha guidati. Siamo accolti dalla persona che chiama ciascuno di noi personalmente, alla totale pienezza dell’essere”. L’intravedere per un istante la verità che siamo amati ed accettati dal Divino, così come siamo, con tutta la nostra incompletezza, può essere un’esperienza molto breve nel tempo ma, una volta sperimentata, non la si dimentica più; cambia tutta la nostra vita e ci mette in grado di rispondere “all’invito, al nostro destino, … di mettere la nostra vita in completa armonia con questa energia divina”. (La Via della Non-Conoscenza). Allora il nostro modo di essere nel mondo è fondato sull’amore e sul perdono, e perciò non agiamo più basandoci sulla nostra frammentazione.
Kim Nataraja






