ANNO 3 LETTERA 44
Clemente di Alessandria
Nell’insegnamento di Clemente di Alessandria (150-215) è ben spiegato come i primi Padri della Chiesa vedono il collegamento tra la nostra Marta e la nostra Maria, tra l’ego e il sé, la nostra scintilla divina. Sappiamo davvero molto poco di Clemente Alessandrino, come d’altronde succede per la maggior parte delle figure di rilievo di questi primi secoli del cristianesimo. È nato all’incirca verso il 150 d.C., probabilmente ad Atene, visto che aveva una profonda conoscenza della cultura e della letteratura greca. Sappiamo che i suoi genitori erano pagani e che aveva studiato filosofia ad Atene. Clemente arrivò alla fede più in là negli anni. Fu un convertito. Come molti giovani ricercatori del tempo viaggiò in lungo e in largo e fece esperienze in varie scuole. Qualche tempo prima di arrivare ad Alessandria scoprì il cristianesimo. La sua sfida fu quella di comprendere il cristianesimo mettendolo a confronto con la propria formazione greca. In tal modo è diventato il primo filosofo / teologo cristiano che ha cercato di esprimere l’esperienza mistica e la relazione tra l’anima umana e il Divino.
Come il reverendo professor Andrew Louth spiega nella sua sezione in “Journey to the Heart”: “l’intuizione centrale di Clemente… è un senso di interiorità umana, un senso che ciò che realmente siamo è nascosto dentro di noi, e quindi ha bisogno di essere ricercato. Il primo passo per conoscere qualsiasi cosa è quindi conoscere se stessi; inizia così un viaggio verso l’auto-scoperta. Il sé è l’anima, anche se Platone e Clemente usano una parola più specifica e cioè ‘psiche’, intesa come ‘forza vitale’. Sono stati tentati di andare tanto in là da dichiarare che noi siamo anime che abitano i corpi. Non hanno negato che siamo anime e corpi, ma l’essenza di ciò che siamo veramente si trova nell’anima”.
I greci credevano che il punto più alto della nostra anima fosse il ‘nous’, il nostro modo intuitivo di comprendere la realtà. Clemente l’ha spiegato in termini cristiani come ‘l’immagine di Dio’ in noi, in cui siamo ‘come’ Dio, e quindi possiamo essere in contatto con Lui. Come Andrew Louth continua a spiegare: “La parola ‘nous’ è difficile da tradurre in inglese e in italiano. La traduzione normale è ‘intelletto’, ma il problema con ‘intelletto’ in inglese è che non trasmette ciò che significava per i greci. Per Platone ‘nous’ o l’anima era proprio al centro di ciò che significava essere umano. ‘Nous’ include una capacità intellettuale, ma era più di questo, voleva dire avere un certo senso del valore reale delle cose, conoscere la Verità. Infatti, il nostro ‘nous’ è il nostro punto di contatto con Dio. Platone ha avuto questa idea che l’anima o il ‘nous’ può occuparsi del mondo della realtà mutevole in cui viviamo, o può tentare di vedere cosa si nasconde dietro questa realtà e cercare di scoprire la natura della Verità stessa… E così facendo accadono due cose. In primo luogo, entriamo in quella stessa Realtà, che ci permette di giudicare le cose direttamente e in modo corretto. In secondo luogo, scopriamo chi siamo veramente. Scopriamo in noi stessi un centro in grado di rapportarsi con la Realtà stessa e che non è distratto da cose di questo mondo. Non è la tentazione di costruire un quadro del mondo che in realtà è semplicemente il nostro costrutto stesso, il modo in cui vorremmo che le cose fossero… Siamo esseri puramente spirituali, esseri del tutto liberi e tutto ciò lo vede come riflesso di Dio.
‘Nous’ è anche visto come ‘l’organo della preghiera, sottolineando che la preghiera / meditazione che ci porta alla preghiera profonda e silenziosa, è la strada per un “impegno con la Realtà vera, che è Dio”.
(estratto da ‘Journey to the Heart – Christian Contemplation through the centuries – an Illustrated Guide’ , curato da Kim Nataraja)







