ANNO 4 LETTERA 19
Dio di amore e di misericordia
Ci è stato detto che Gesù è venuto a salvare i peccatori. Quindi, siamo cresciuti con l’idea – basata sull’insegnamento di sant’Agostino riguardo al ‘peccato originale’ e spesso rafforzata dai sermoni in chiesa – che siamo tutti ‘peccatori’. Abbiamo assunto questo giudizio senza discutere, perché chi non ha fatto qualcosa a volte, di cui non è molto orgoglioso? Dopo tutto, siamo i nostri peggiori critici. Ma questo senso di peccato e di colpa con cui siamo cresciuti distorce la nostra immagine di Dio come amorevole e misericordioso – il vero messaggio di Gesù.
Essa ci presenta l’immagine di Dio come giudice, “una forza esterna che ci premia materialmente se osserviamo i comandamenti e ci porta sofferenze se li infrangiamo.” Pertanto la nostra fortuna è una ricompensa da parte di Dio per aver vissuto un’esistenza giusta e la nostra sfortuna è una punizione per aver infranto i suoi comandamenti. Questa convinzione non è diffusa solo oggi, ma era molto comune al tempo di Gesù, “tanto che anche i suoi discepoli rimasero esterefatti quando Gesù propose un modo radicalmente diverso di guardare sia la sofferenza sia il benessere. La buona sorte, l’essere comodo e benestante potrebbe infatti, ha detto, essere una maledizione mascherata… La ricchezza porta a pericoli che possono ostacolare il vostro progresso spirituale molto più seriamente di quanto lo possa fare un cattivo comportamento. ”
Un esempio di questo atteggiamento è registrato nel Vangelo di San Giovanni (Gv 9:1 e ss) nella sua reazione verso la guarigione del cieco nato. “Sicuramente, hanno detto… per essere nato cieco è un segno che voi o i vostri genitori avete peccato. Dio, che favorisce i giusti, punisce anche i peccatori… E’ noto che Dio non ascolta i peccatori. Egli ascolta chi è devoto e obbedisce alla sua volontà. ” (Gv 9:31)
L’atteggiamento qui espresso di chiara relazione di causa ed effetto nelle questioni morali, simile alla legge del karma nella religione indù e nella filosofia buddista, soddisfa qualcosa di profondo nella natura umana. Conosciamo e accettiamo che ogni azione ha una reazione corrispondente – i peccatori devono essere puniti e il giusto comportamento ricompensato. Se questo non avviene può causare confusione, amarezza e anche perdita della fede.
Ma che cosa si intendeva con il termine peccatori ai tempi di Gesù? Sorprendentemente, la frase significava qualcosa di più del modo in cui ora consideriamo il concetto di peccatore. “Il termine non si considerava solo nel senso di qualcuno che rompe i codici morali”. Laurence Freeman spiega che le persone erano considerate peccatori in quanto esercitavano dei mestieri che venivano guardati dall’alto in basso, come pastori, sarti, barbieri, pubblicani e macellai, ed erano di norma rigidamente demarcati come lo sono le caste in India. Il motivo per cui venivano chiamati ‘peccatori’ era che, essendo così poveri, non potevano permettersi i costi per i riti di purificazione al tempio e così venivano esclusi a titolo permanente – per gli standard umani, ma non da Dio – dalla comunione religiosa. Proprio con loro Gesù trascorse la maggior parte del tempo – gli emarginati, i respinti e i disprezzati. Era “come un medico per i malati”. Gesù guariva grazie al suo forte senso di compassione per chi era malato fisicamente, emotivamente e spiritualmente. Ha colmato il divario, nella mente della gente, tra Dio e loro stessi. Essi non sono stati respinti da Dio, erano i suoi figli tanto quanto chiunque altro, ma Gesù li ha aiutati a riguadagnare la loro fede nel proprio valore e senso di dignità. Questa accettazione amorevole da parte di Gesù rispecchiava l’amore e la misericordia di Dio verso di loro.
Gesù ha respinto quindi l’atteggiamento della comunità del suo tempo con le sue divisioni di casta’, l’atteggiamento legalistico e la fede incondizionata nella inevitabilità della giustizia della legge di causa ed effetto. Il suo messaggio principale è che l’amore e il perdono è l’essenza di Dio ed essi annullano tutti i sistemi artificiali di pensiero. L’esempio più commovente di questo è la parabola del figliol prodigo. Egli aveva peccato in tutti i modi per cui come esseri umani lo condanneremmo e, quindi, merita una punizione secondo i nostri standard. Eppure, accettando la responsabilità personale per il risultato delle sue azioni egocentriche, si rivolse a Dio e alla sua volontà e fu completamente perdonato e amorevolmente accolto.
Kim Nataraja







