ANNO 4 LETTERA 18
La Lectio Divina e la preghiera contemplativa
Abbiamo visto l’importanza che hanno avuto i Vangeli, nella nascita della cristianità nei primi secoli. Ma ciò che spesso viene dimenticato è che essi erano, allo stesso tempo, la sorgente di una preghiera contemplativa profonda. “Almeno fino al XII secolo, la spiritualità cristiana e la sua tradizione mistica erano radicate nella Lectio Divina, la lettura profonda del Vangelo… I monaci del deserto sono una prima fonte di ispirazione sia per la Lectio che per la preghiera contemplativa, con la quale essa è strettamente congiunta.” I Padri e le Madri del deserto erano, nel loro insieme, ancora parte di una cultura orale; gli eremiti del deserto ascoltavano le scritture durante le loro riunioni settimanali, chiamate “Synaxis”, piuttosto che leggerle personalmente. Dopo, tornavano nelle loro celle e ruminavano su ciò che avevano ascoltato e, così facendo, imparavano a memoria e portavano il significato essenziale nel loro cuore anche durante i loro momenti di lavoro. In questo modo, le Scritture sono diventate la guida su come condurre la loro vita.
Clemente di Alessandria (150-215 d.C.) e Origene (186-251 d.C.), che lo seguì come capo della scuola catechetica in Alessandria, non erano più soddisfatti dell’interpretazione letterale delle scritture, così come insegnate da Ireneo ed alcuni altri vescovi. Per loro, questo era solo il primo stadio, sebbene importante. La consideravano il fondamento per una comprensione esperienziale della fede, basata su una profonda preghiera contemplativa ed una lettura intuitiva delle scritture. Per loro, contemplazione e teologia, le idee sulle scritture che scaturivano dall’esperienza, erano inseparabili.
Origene delinea sistematicamente questo approccio della Lectio Divina alle scritture – un metodo di lettura lento, profondo e attento- nel suo più importante lavoro Sui Primi Principi. “Egli vedeva la lettura della Bibbia come un modo per approfondire la consapevolezza”. Origine sottolinea che ci sono quattro livelli di lettura delle scritture. Inizia indirizzandoci verso il primo livello: il prendere il testo letteralmente, concentrandosi sul significato superficiale. Sottolinea, poi, la necessità di andare oltre questo, verso l’insegnamento morale sotteso. Poi, ci incoraggia ad andare ancora oltre e a cercare il significato allegorico del brano, che considerava di primaria importanza. In questo, era in perfetto accordo con San Paolo: “la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita.” (2 Cor. 3:6). Questo, alla fine, ci avrebbe portato, come avevano fatto i Padri e le Madri del Deserto, a confrontarci con lo spirito essenziale del testo in oggetto, che veniva visto come un incontro con il Cristo risorto: “è così che dovete comprendere le scritture – come il perfetto corpo della Parola”. A Origene e a Clemente di Alessandria e a coloro che seguivano la loro interpretazione dell’insegnamento di Gesù, la prima fase letterale, sebbene molto importante, rappresentava solo la base di una comprensione esperienziale della fede.
Ma Ireneo era molto sospettoso riguardo a questo approccio contemplativo, con la sua interpretazione allegorica delle scritture, e riunì insieme tutti i vari gruppi che seguivano questo filone sotto l’ombrello dell’eresia. Nel suo trattato Contro le eresie, parla di Gnosis cosiddetta falsa, implicando in questo modo che la cristianità, nel modo letterale in cui lui la interpretava, era la vera conoscenza.
Clemente, che visse circa nello stesso periodo di Ireneo, nel II secolo, chiamava “i veri gnostici” quei Cristiani contemplativi maturi, che erano giunti ad una più profonda comprensione della fede. Lui stesso si è senz’altro annoverato tra loro.
Kim Nataraja







