Una lettera di Padre Laurence Freeman O.S.B. (clicca qui per l’intera newsletter in inglese)
Non abbiate paura: la terapia dell’anima
Non abbiate paura
C’è un’idea suggestiva secondo cui l’invito «non abbiate paura» ricorrerebbe nella Bibbia 365 volte. In realtà viene pronunciato circa cento volte, da profeti, angeli e altre figure altrettanto degne di fiducia. Eppure è davvero radicato nello strato più profondo della sapienza biblica, anzi di ogni sapienza spirituale. Quindici volte Gesù comanda esplicitamente di non temere. Due volte chiede: «Perché avete paura?». È un richiamo che oggi abbiamo bisogno di ascoltare più che mai, mentre un ordine del mondo muore e fatichiamo a sperare che ne nasca uno nuovo e migliore.
«Non abbiate paura» non è quella rassicurazione consolatoria che un genitore potrebbe comprensibilmente sussurrare a un bambino mentre un aereo precipita nell’oceano. È l’invito fondamentale verso una nuova forma di esistenza umana.
Ogni generazione crede che le proprie paure siano senza precedenti e in effetti lo sono, perché ogni capitolo della storia umana è unico. Come una compagna aggrappata a noi, che non possiamo scrollarci di dosso, la paura accompagna l’umanità fin dalla prima, acuta consapevolezza che siamo destinati a morire. Cambia aspetto a seconda delle circostanze, ma il suo sussurro insinuante resta sempre riconoscibile e spesso irrompe in noi all’improvviso. Come un pettegolezzo malevolo, non si può cancellare una volta che si è diffuso. Le ricerche suggeriscono che oggi la nostra paura collettiva più grande riguardi le conseguenze del crollo dell’integrità delle istituzioni. La fiducia non è mai stata così bassa. È come vedere la giungla invadere un giardino un tempo curato e bello, o un bambino piccolo accorgersi che i genitori bevono troppo. Temiamo anche il terrorismo e la guerra. Temiamo sempre di più la tecnologia e chi la utilizza, l’instabilità politica, il collasso economico. Temiamo quei leader, ciechi sul piano morale, che alimentano la paura per ingannarci e controllarci. Poiché siamo influenzati dai media su cosa dovremmo temere, finiamo per non vedere ciò che dovremmo temere davvero di più: la negazione della nostra distruttività suicida nei confronti del mondo naturale.
La paura fa paura in se stessa, perché mina ogni cosa. Possiamo provare a sfuggirle inseguendo risultati, impegni frenetici o distrazioni. Può diventare così distruttiva da impedirci di diventare la persona che sentiamo di essere chiamati a essere. La paura ci controlla più di una prigione fisica. Il comando biblico, dunque, non è semplicemente un buon consiglio psicologico. È una rivelazione spirituale sulla natura e sullo scopo della coscienza umana. Gesù non dice che le cose spaventose non accadranno, né promette una vita libera da sofferenza e incertezza. Afferma però che la paura non ha l’ultima parola in nessuna situazione e che superarla è la via verso una crescita senza limiti, pur dovendo accettare i nostri limiti naturali. Gli esseri umani non sono creati per la paura, ma per una coscienza illimitata: per «partecipare della natura stessa di Dio», come dice la Scrittura (2 Pt 1,4).
Quando la paura prende il sopravvento, diventa l’aria che respiriamo e qualcosa di essenzialmente umano in noi muore. Ci ritroviamo intrappolati in quello che chiamiamo inferno: non uno stato dopo questa vita, ma una condizione di esistenza in cui l’amore e la vita stessa vengono soffocati. Come l’inquinamento dell’aria, del mare o della terra, la paura distrugge le condizioni per una vita sana. Tutto ciò che diffonde deliberatamente paura per fini egoistici è demoniaco, nel senso che prospera nella divisione e nel disprezzo reciproco. Chi manipola la paura ne è già controllato a sua volta. Alla fine ne viene distrutto. Resta prigioniero di ciò che costruisce per seppellire e controllare gli altri, di cui ha paura. Nella narrazione cristiana, Cristo si immerge nei livelli più profondi e oscuri dell’inferno e tende la mano per sollevare chi vi è intrappolato.
«Dichiararsi per Cristo»
Nel capitolo 10 di Matteo, Gesù avverte i suoi discepoli che, seguendolo, sperimenteranno rifiuto e tradimento. Descrive la sofferenza che anche noi dobbiamo attraversare per riemergere in un mondo nuovo che egli chiama il Regno di Dio. Gesù sta fortificando i discepoli in anticipo contro la paura, ma aggiunge qualcosa che, a prima vista, potrebbe sembrare accrescere la loro paura:
«Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Si è tentati di saltare questi passi e cercare quelli più facili sull’amore e sul perdono. Eppure, se compresi, possono essere illuminanti.
Cosa significa dichiararsi per Cristo, riconoscerlo davanti agli uomini? Non significa essere un pedante religioso o un fanatico. Né significa trionfalismo religioso. Né tanto meno il bisogno insicuro di dimostrare di avere ragione. Credo significhi che non siamo più costretti dalla paura a nasconderci dalla verità più profonda. Quando la paura è dominata, diventiamo trasparenti. Diciamo ciò che pensiamo davvero. Riconosciamo ciò in cui crediamo veramente, non più governati dal calcolo ansioso di come gli altri ci giudicano.
Una trasparenza di questo tipo non è né ingenua né aggressiva. Emana pace. Espande lo spazio invece di riempirlo. Invita invece di costringere. Questo tipo di apertura coraggiosa, anche in una sola persona, libera apertura negli altri. Quando ai membri dell’amministrazione Trump viene chiesto, nelle audizioni al Congresso, se accettano il risultato delle elezioni del 2020 (che Trump sostiene essere state «rubate»), si agitano e rivelano ripetutamente la loro paura della sua disapprovazione, rifiutandosi di dire ciò che ogni persona ragionevole sa essere vero. Questo, credo, è ciò che Gesù intende con «dichiararsi» per lui davanti agli altri: dire senza paura la verità di chi non ha paura, qualunque cosa questo ci costi. Siamo allora redenti, non dalla punizione divina, ma dalla paura.
Il coraggio di una dichiarazione veritiera contro le minacce della paura e della repressione ha il potere di «disperdere i superbi nei pensieri del loro cuore e rovesciare i potenti dai troni», come dichiarò Maria all’Annunciazione (Lc 1,51). Rende visibile la «mente di Cristo». Dissipa l’inquinamento della paura e dell’inganno. La «mente di Cristo», a cui tutti aspiriamo, è liberante perché non ruota attorno all’autoprotezione. Non ha bisogno di calcolare all’infinito come sopravvivere. Semplicemente respira profondamente e ama. La paura chiude e spranga ogni porta. L’amore lascia ogni porta aperta.
Come la mente contemplativa percepisce, la paura non è solo personale, è culturale. Intere società e istituzioni possono organizzarsi attorno alla paura. Burocrazie, governi, mezzi di comunicazione, mercati finanziari e persino insegnamenti religiosi possono lasciarsi sedurre dalla scoperta che le persone impaurite sono più facili da gestire degli spiriti liberi. La Chiesa stessa, per esempio, non è stata immune da questa tentazione. Nel corso della storia ci sono stati periodi in cui la paura è diventata uno strumento di controllo religioso e morale così potente che il sistema è stato ereditato da coloro che ne erano stati essi stessi prigionieri. Il linguaggio di liberazione usato nel Vangelo è stato ricoperto da minacce di punizione eterna o di scomunica. Quando questo è accaduto, non è stato perché Cristo insegna la paura, ma perché i cristiani sono stati contagiati dalle paure della loro epoca. Il potere della paura è straordinariamente sottile. Coloro che hanno paura in prima persona diffondono la paura senza capire cosa stanno facendo. Potrebbero credere sinceramente di proteggere la verità, difendere la morale o preservare l’ordine. Ma la sola sincerità non apre le porte del Regno di Dio. È necessaria anche l’autenticità per sintonizzarci con la verità. Eppure la paura si traveste facilmente da virtù. Per questo serve discernimento per smascherare la paura ed è per questo che tutto va messo in discussione. La verità non ha mai paura. L’amore non ha nulla da difendere, perché «risplende sui buoni e sui cattivi allo stesso modo ed è benevolo verso gli ingrati e i malvagi».
Terrore da ogni parte
Il profeta Geremia descrisse il mondo del suo tempo con una lucidità tagliente che illumina anche i nostri giorni: «terrore da ogni parte». Ogni generazione fabbrica le proprie forme di terrore. Può darsi che noi non viviamo, come invece accade oggi a molti, in luoghi dove ondate quotidiane di droni e missili traumatizzano il sistema limbico del cervello e creano condizioni di allarme psicologico estenuanti e continue.
Il sistema nervoso resta intrappolato in una vigilanza permanente. Ci abituiamo ad aspettarci una catastrofe. Attendiamo ansiosamente la prossima crisi. L’immaginazione scandaglia costantemente in cerca di pericoli.
La neuroscienza ci offre un linguaggio per comprendere la paura che le generazioni precedenti non possedevano. Conosciamo l’amigdala e le risposte ormonali del corpo. Sappiamo che la paura, come l’amore, è incarnata e si risveglia in millesimi di secondo prima che ne siamo consapevoli.
Il nostro sistema neurologico e fisico è splendidamente concepito per il momento in cui appare un pericolo reale. Se una tigre o un uomo con un coltello ci corre improvvisamente incontro, la paura è una risposta intelligente. Prepara il corpo all’azione. Il problema sorge quando il sistema d’emergenza non si spegne mai. Come un allarme antincendio scattato per errore, di cui abbiamo perso la password per fermarlo. In un mondo simile ogni disaccordo o incomprensione con un’altra persona diventa una minaccia. Ogni estraneo desta sospetto. Ogni incertezza diventa opprimente. Ogni silenzio diventa scomodo. Cominciamo a vivere come se la tigre non si fosse mai voltata e allontanata. Molte persone portano questo fardello nascosto di paura ogni istante della giornata, per decenni. Il corpo resta in stato di allerta inutilmente alta per pericoli che non sono più realmente presenti. I maestri di saggezza che hanno compreso e dominato lo stato di paura ci dicono: «Questo non è modo di vivere».
Mai presenti davvero
La paura ha un’altra conseguenza: ruba il momento presente. Chi resta intrappolato nella paura raramente vive dove si trova realmente. È perseguitato da ciò che è accaduto o ansioso per ciò che potrebbe accadere. La sua attenzione non può riposare, perché viene continuamente distolta dalla realtà.
La meditazione, che ci risveglia profondamente alla conoscenza di sé, ce lo rivela gradualmente. Scopriamo quanto spesso la mente sia distaccata dal qui e ora. Arriviamo a vedere con quale rapidità essa vaghi in conversazioni immaginarie, anticipando disastri o rivisitando vecchie ferite. La paura è straordinariamente ripetitiva. Racconta compulsivamente le stesse storie, ancora e ancora. Il futuro diventa semplicemente un’estensione di ieri. Ecco perché le persone impaurite si sentono intrappolate nello stress o paralizzate dall’inazione. Esteriormente la vita può cambiare, ma interiormente i vecchi schemi si ripetono. Perdiamo la mobilità. Perdiamo la spontaneità. Perdiamo la capacità infantile di gustare la vita come dono. Il momento presente è dove la grazia appare. La paura diffida della grazia e la rimanda, perché blocca il presente.
Possiamo uscire dalla paura ragionando? A volte capire meglio le cose aiuta. Una buona psicoterapia può essere preziosa. L’amicizia, i consigli saggi e le relazioni di affetto contribuiscono tutti a spezzare gli schemi della paura e a guarire le ferite che li hanno generati. Eppure scopriamo presto che la comprensione intellettuale non può liberarci. La paura si annida più in profondità del pensiero. Le sue radici scendono fino agli strati più originari della coscienza. La storia di Adamo ed Eva esprime proprio questo. La caduta si presta a molti livelli di interpretazione, ma descrive chiaramente l’emergere dell’ansia da separazione. La coscienza umana affiora. Appare l’autocoscienza. Con l’ego arriva il confronto. Il confronto genera insicurezza. L’insicurezza produce paura. La paura genera vergogna.
La vergogna porta a nascondersi. Quando Dio chiede ad Adamo: «Dove sei?», Adamo risponde: «Ho avuto paura perché ero nudo». Dio, che come al solito insegna attraverso domande, chiede: «E chi ti ha detto che eri nudo?». Molte persone con una paura profonda cominciano a farne esperienza non appena si svegliano ogni mattina. La paura è entrata nella storia umana non appena ci siamo destati alla coscienza.
Il «peccato originale», dunque, non va inteso principalmente come disobbedienza o fallimento morale, ma come la consapevolezza della separazione, che nasce con l’«individualità» propria dell’autocoscienza. È l’inizio della sofferenza, ma è anche inevitabile e necessario. «Oh, felice colpa di Adamo!». La forza di volontà non può guarire questa ferita della coscienza divisa. L’analisi non la dissolverà. Serve qualcosa di più fondamentale. Qualcosa che potremmo chiamare una terapia dell’anima.
Senza questa guarigione più profonda, cerchiamo un qualche sollievo e lo troviamo più facilmente, ma solo in modo temporaneo, nella distrazione. Evitiamo la realtà quando la realtà sembra insopportabile. Questo evitamento assume molte forme. Alcuni diventano dipendenti da sostanze. Altri dal lavoro. Altri dall’approvazione e dal successo. Altri dallo svago. Altri da forme di religione consolatorie e superstiziose.
La dipendenza è insita nell’idea stessa di «peccato». Promette libertà mentre segretamente costruisce una prigione. La funzione della dipendenza è evitare la paura. Alcuni approcci alla preghiera diventano fuga dalla realtà. Possiamo moltiplicare devozioni, attività religiose esteriori e shopping spirituale, evitando così la trasformazione della coscienza che è il vero scopo della preghiera. Ecco perché la dimensione contemplativa delle tradizioni religiose fonda il proprio insegnamento sulla preghiera del cuore. Tutto il resto ha valore perché è radicato lì.
La preghiera del cuore
La meditazione è incredibilmente semplice e notoriamente non facile come sembra. È un lavoro umano impegnativo ma essenziale. Ci sediamo. Stiamo fermi. Diciamo il nostro mantra fedelmente, per distaccarci dal flusso dei pensieri. L’attenzione si semplifica man mano che si approfondisce. Non sembra accadere nulla di eclatante. Eppure sentiamo, con certezza interiore, di essere sulla strada giusta e autentica e così continuiamo. La fede cresce. Dentro questa semplicità si sta dispiegando qualcosa di immenso. Con delicatezza e precisione, come un chirurgo esperto, la meditazione interrompe il meccanismo della paura. Il sistema nervoso impara gradualmente un altro ritmo e, infine, il valore positivo dell’abitudine. La mente scopre il silenzio al di sotto del proprio chiacchiericcio compulsivo.
Il corpo comincia a fidarsi di nuovo del presente, come faceva agli inizi della vita. La meditazione è il modo semplice per estirpare le radici della paura. Eppure, stranamente, qualcosa in noi teme la meditazione stessa: la quiete che ci porta oltre il desiderio e la distrazione, il silenzio che ci mostra ciò che è al di là del pensiero e persino la semplicità che conduce all’unione attraverso la perdita del sé separato.
Anche se era stato loro anticipato, tutti sperimentano con sorpresa che, sotto la paura, l’ansia, l’autocritica e l’inquietudine, c’è e c’è sempre stato un amore incontaminato. Questa scoperta non può essere programmata né costruita. Si insinua come una grazia delicata che trasforma la vita. Molte persone iniziano a meditare per ragioni pragmatiche: riduzione dello stress, equanimità, equilibrio emotivo o semplice curiosità. Poi, inaspettatamente, incontrano qualcosa di più di ciò che cercavano. Scoprono che l’amore che temevano irraggiungibile non è mai stato assente, ma solo nascosto. Questo è l’inizio della liberazione dalla paura.
Ricevere la medicina
La meditazione è la terapia più universale che esista. Non appartiene a una sola cultura. Non richiede alcun talento particolare. Non costa nulla. Come ogni medicina, tuttavia, va assunta. Il solo conoscerla non è meditare.
L’inosservanza della terapia, il non assumere la medicina prescritta, si aggira intorno al 50%. Le scuse addotte sono in gran parte le stesse. Ammirare la contemplazione non è contemplazione. Leggere libri spirituali non equivale a entrare nel silenzio. Tutti i guaritori spirituali dicono che occorre praticare, fedelmente, pazientemente, senza aspettarsi risultati immediati. La guarigione delle condizioni in cui la paura prospera si dispiegherà, allora, gradualmente: l’amore non può violare la libertà. La grazia agisce in silenzio sulla natura, attraverso il legame di fede, una relazione simile alla fiducia che riponiamo in un medico.
Il sentiero esteriore e il sentiero interiore
Le grandi tradizioni religiose lo comprendono. Un bel richiamo a questa verità universale viene dal sufismo, dove troviamo due dimensioni complementari della vita spirituale. La prima è la Sharia, il vasto sentiero dell’azione esteriore, della vita etica, rituale e comunitaria. La seconda è la Tariqah, il sentiero interiore, il cammino contemplativo verso l’esperienza diretta di Dio. Queste due dimensioni non competono tra loro. Si completano a vicenda. Le forme esteriori senza trasformazione interiore diventano vuote. L’esperienza interiore senza incarnazione etica diventa illusione. Sacramenti, culto, comunità e servizio fioriscono quando sono radicati nella preghiera contemplativa. Senza quella radice, finiscono per perdere vitalità. La preghiera del cuore dà vita alla vita.
Una forte paura contemporanea riguarda oggi l’intelligenza artificiale. Molti si chiedono se finirà per sminuire la nostra umanità. Queste preoccupazioni meritano una seria considerazione. Eppure forse la domanda più profonda non riguarda la tecnologia in sé ma le paure che essa rivela in noi. L’umanità ha a lungo sognato di superare i propri limiti. Ogni generazione immagina che una nuova invenzione riuscirà finalmente a vincere la vulnerabilità e la mortalità. Ma il limite non è il nemico. Non saremmo umani senza i nostri limiti e diventiamo meno umani quando li neghiamo. Diventiamo più umani quando accettiamo ciò che essi ci insegnano sul nostro valore e potenziale infiniti.
Questo paradosso è al cuore di ogni tradizione spirituale. John Main lo esprimeva con la sua tipica semplicità: «L’unico modo per trascendere i nostri limiti è accettarli». La meditazione è precisamente questa umile accettazione. Accettiamo che l’attenzione vaghi. Accettiamo l’immobilità fisica. Accettiamo l’irrequietezza mentale e la sensazione di fallimento. Paradossalmente, accettare la via stretta ci allarga. Opporre resistenza ci restringe.
La libertà oltre la paura
Il frutto più dolce della meditazione è la libertà. Non la libertà dalla difficoltà o dalla perdita. Di certo non la libertà dalla morte. Piuttosto, la libertà dalla paura stessa. Questa libertà trasforma ogni relazione. Non abbiamo più bisogno di possedere o manipolare le persone. Non abbiamo più bisogno di dominare le conversazioni. Non abbiamo più bisogno di avere ragione in ogni discussione. Non abbiamo più bisogno di essere il morto a ogni funerale o la sposa a ogni matrimonio.
L’amore diventa possibile perché la paura viene ora espulsa dal centro del nostro essere. Questo libera un’intuizione spirituale essenziale: l’opposto dell’amore non è l’odio. L’odio nasce dal senso di rifiuto nell’amore ferito. Il vero opposto dell’amore è la paura. L’amore espande, la paura rattrappisce. L’amore dà, la paura afferra. L’amore abbraccia, la paura si ritrae. L’amore concepisce comunione. La paura scava prigioni.
Gridarlo dai tetti
Gesù afferma con inquietante sicurezza: non tenete nascosta questa verità, ossia che si può vivere senza paura. Gridatela dai tetti. Cosa accadrebbe se un numero sufficiente di persone cessasse davvero di vivere nella paura?
Forse e con più urgenza per la nostra sopravvivenza cambierebbe la nostra relazione con il mondo naturale. Se Confucio consultasse l’I Ching sull’emergenza climatica che stiamo causando potrebbe ricevere l’esagramma 28 che offre l’immagine di una trave il cui centro è ancora forte ma le cui estremità sono deboli e destinate a cedere. Ci avverte che dobbiamo cambiare o subiremo una sventura certa. Una rivoluzione è necessaria ma non va temuta perché non procederà con la forza bensì con una dolce penetrazione nel significato della situazione.
La paura genera ideologia ma non viene dissolta dalle idee. La liberazione non comincia con le élite sociali, ma nella coscienza trasformata di chiunque pratichi in silenzio la preghiera del cuore. Ogni sessione di meditazione è un atto di resistenza contro l’impero della paura. Ogni volta che torniamo al mantra, dopo aver tentato di sfuggire alla realtà nella fantasia, la paura diminuisce. Ogni puro momento di silenzio amplia la presenza dell’amore nel mondo intero.
Cristo non ci chiede di diventare eroi senza paura, ma di fidarci che sotto la paura c’è una forza più grande. L’amore scaccia la paura. La verità dissolve l’illusione. La vita vince la morte. L’invito rimane lo stesso oggi come è sempre stato. Qual è? Siate aperti. Siate trasparenti. Siate veri. Ricevete il dono che è dato. Lasciate che l’amore diventi il vostro cammino. Entrate nella vostra stanza interiore. Poi, prima di rendervene conto, scoprirete che la porta della prigione è sempre stata spalancata. Non abbiate paura.
Con grande affetto,
Laurence
Laurence Freeman O.S.B.







