ANNO 4 LETTERA 36
Il terzo livello di consapevolezza
Quando riusciamo a riconoscere ed accettare quello che accade, per quanto doloroso possa essere, raggiungiamo un livello più profondo, il terzo livello di consapevolezza. John Main l’ha chiamato “il livello del silenzio, in cui vediamo con stupore la luce del nostro stesso spirito” e in cui “siamo in contatto con l’essenza del nostro essere” (Dalla parola al silenzio). Laurence Freeman spiega che prima di fare esperienza di questo contatto divino ci rendiamo conto dell’ultima barriera dell’ ‘ego’ – il senso di finitezza dell’ego nudo è come un muro di mattoni che da soli non riusciamo a superare. Quando Dio vorrà e come dono gratuito, appare un’apertura nel muro dell’individualità. In quell’apertura di auto-trascendenza ci lasciamo alle spalle il sé e troviamo il nostro vero sé in Cristo. (Condividere il dono) Quest’ultima barriera ci provoca un dolore profondo, causato dalla nostra percezione apparente di esser separati da Dio. Giovanni della Croce la chiama ‘notte oscura dell’anima’. Ma attraverso la grazia ci rendiamo conto che si tratta di una falsa percezione – siamo sempre integralmente collegati con la Realtà Divina – e poi, come dice così bene l’inno Amazing Grace: “Un tempo ero perduto, ma ora mi sono ritrovato, ero cieco, ma ora vedo”. Poi ci accorgiamo di essere stati noi a costruire il muro e il muro scompare, e siamo ricolmi della gioia e della pace che derivano dall’unione.
Questi tre livelli che abbiamo preso in considerazione non sono diversi, livelli distinti, ma tre aspetti della nostra consapevolezza, che si realizzano a tempo debito. Nella meditazione, continuiamo a toccare questi aspetti nelle diverse fasi del nostro viaggio in una specie di spirale. Continuiamo ad imparare e a crescere (e talvolta a momenti regrediamo). Quanto più entriamo nel silenzio e nella quiete della meditazione, tanto più ci lasciamo alle spalle le nostre distrazioni, tanto più comprendiamo le nostre ferite emotive attraverso il dono del discernimento e siamo guariti, resi integri. L’ ‘ego’ e il sé comunicano sempre più e si integrano, sostenendosi a vicenda. Abbiamo bisogno di entrambi i modi di essere e di percepire la realtà per fare esperienza della ‘vita in tutta la sua pienezza’. Con il distacco dai nostri condizionamenti e dalla necessità di usare il mondo e gli altri come sostegni emotivi, siamo finalmente in grado di lasciarci alle spalle il nostro sé e aprirci agli altri e a Dio. Da ciò emerge un modo diverso di conoscere, una più chiara comprensione intuitiva: noi ora percepiamo a livello intuitivo con l’ ‘occhio del cuore’, quando vediamo “la realtà così com’è, infinita”, come dice Blake. Il nostro modo banale di affrontare il mondo, prima di questa crescita, è stato quello di vedere la realtà con ‘ l’ occhio della carne’. L’accento era incentrato sulla nostra esperienza nel mondo materiale, il mondo dei sensi: eravamo degli scienziati che raccolgono dati. Poi abbiamo cercato modelli e abbiamo provato a dare un senso a quanto percepito, utilizzando l’ ‘occhio della mente’, il livello razionale.
Il famoso scienziato Stephen Hawking lavora a livello dell’occhio della carne e dell’occhio della mente. Come scienziato razionale, pensa che tutto possa essere compreso con la mente razionale, anche Dio: “Tuttavia, se davvero scopriamo una teoria completa, dovrebbe nel tempo essere comprensibile in grandi linee da tutti, non solo da pochi scienziati. E poi tutti noi, filosofi, scienziati, e gente comune, saremo in grado di prendere parte alla discussione sulla questione del perché noi e l’universo esistiamo. Se trovassimo la risposta, sarebbe il trionfo definitivo della ragione umana: allora conosceremmo la mente di Dio”.
Eppure, forse, Stephen Hawking potrebbe, dal momento che lo scrive, esser ora d’accordo con Albert Einstein, che sottolineava l’importanza dell’ ‘occhio del cuore’: “il fattore davvero prezioso è l’intuizione” e “l’esperienza religiosa cosmica è la forza trainante più potente e nobile della ricerca scientifica.” San Paolo ha anche richiamato l’attenzione al guardare con l’occhio del cuore: “prego perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati” (Efesini 1, 17-18). Anche Sant’Agostino sottolinea l’importanza di una visione intuitiva: “Lo scopo di questa vita è quello di sanare l’occhio del cuore con cui Dio può essere visto.” In quella fase della nostra crescita, i tre livelli di conoscenza sono integrati. Ciò può accadere improvvisamente, o nel corso del tempo, nel silenzio e nella quiete. Allora raggiungiamo una “conoscenza puramente spirituale… Udiamo senza alcun suono e vediamo senza materia.” (Meister Eckhart)
Kim Nataraja
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Foto di Laurence Freeman






