ANNO 4 LETTERA 31
L’ultimo ostacolo
Uno degli ostacoli più difficili da spazzare via sul cammino spirituale è il tipo di educazione religiosa che abbiamo ricevuto da bambini. Se siamo stati cresciuti in un approccio religioso che poneva l’accento sulla preghiera vocale e la lettura delle Scritture, possiamo ritenere che qualsiasi altra cosa, soprattutto la meditazione, non sia in realtà preghiera cristiana. Sentiamo l’’ego’ dire: ‘Questa non è la preghiera, come mi è stata insegnata’. Anche se sempre più persone sono aperte a questo cambiamento nel modo in cui pregare, alcuni possono ancora sentirsi a disagio in quanto non stanno più seguendo la strada della loro famiglia e dei loro amici.
Un altro aspetto di questo condizionamento è legato alle immagini di Dio ereditate. Le abbiamo già osservate in precedenza, ma esse sono in grado di formare una tale barriera al nostro progresso spirituale che vale la pena di esplorarle un po’ di più. Sono spesso un prodotto della nostra prima infanzia, legate ai nostri atteggiamenti, soprattutto verso genitori e insegnanti. Dio Padre, immagine di Gesù ‘può generare appunto un ostacolo, se nostro padre era assente, molto critico, impaziente o violento. Questa immagine non ci darà la fiducia necessaria per lasciar andare ed entrare nel silenzio. Non solo Dio può sembrare qualcuno da temere e da evitare, ma anche l’immagine di noi stessi può essere come di una persona totalmente indegna delle attenzioni di Dio. L’immagine di Dio come Madre, un potente archetipo, può essere allettante per alcuni, ma per altri può generare resistenze simili. Se la tua immagine è una di un Dio giudice, come potresti stare a tuo agio in sua presenza? Dio diventa qualcuno da evitare piuttosto che qualcuno con cui entrare in relazione, come per molti di noi che avvertono il peso della colpa. Allora, perché dovremmo voler entrare nel silenzio per essere in Sua presenza? Perché dovremmo voler metterci in una posizione, dove potremmo essere giudicati e respinti?
Ma sono solo immagini, non la realtà. La Genesi ci dice che siamo stati fatti “a immagine e somiglianza di Dio”. Ma piuttosto che intendere ciò nel senso che abbiamo l’immagine e la somiglianza divina in noi, prendiamo questo letteralmente e di conseguenza facciamo Dio a sua volta, a nostra immagine e somiglianza condizionata. Clemente di Alessandria dei primi Padri della chiesa, nel II secolo, disse aspramente “La maggior parte delle persone sono racchiuse nei loro corpi mortali come una lumaca nel suo guscio, rannicchiati nelle loro ossessioni alla maniera di ricci. Si costruiscono un loro concetto di beatitudine di Dio, prendendo loro stessi come modello”. La chiesa primitiva pensava che utilizzare il nome di Dio fosse blasfemo, come qualsiasi nome o immagine che lo sminuisse o limitasse. Clemente di Alessandria diceva: “La nozione di puro essere è la più vicina che si possa accostare a Dio… Egli è ineffabile, al di là di ogni discorso, al di là di ogni concetto, al di là di ogni pensiero.”
Ma anche se sappiamo che non siamo in grado di comprendere il Divino in parole e pensieri, troviamo ancora più difficile nel complesso relazionarci con qualcosa di ‘innominabile, indicibile, e senza limiti’. Il cervello umano opera principalmente attraverso immagini. Così è come è fatto ed è bene che sia, a patto che ci ricordiamo che Dio è molto più delle nostre immagini e guardiamo oltre le immagini della Realtà che esse indicano. Quando diventiamo ‘agnostici’ o anche ‘atei’, questo accade spesso come reazione alla nostra educazione religiosa dell’infanzia – è la nostra immagine di Dio che non è più significativa.
Tendiamo a trattare le immagini come la Realtà, ignorando che esse sono solo ombre del reale. Infatti, facciamo delle nostre immagini degli idoli. Ma abbiamo bisogno di rompere questi idoli. Meister Eckhart (mistico tedesco del XIV secolo) lo disse con forza: “Perciò io prego Dio di liberare me da dio.” Cioè ‘dio’ con la lettera minuscola è la sua immagine di Dio. Abbiamo bisogno di liberarci dal nostro attaccamento alle nostre immagini. E’ il Dio al di là delle nostre immagini a cui noi siamo intimamente legati.
Se perseveriamo con la meditazione sperimentiamo che la natura della Realtà divina che incontriamo nel silenzio della meditazione è una realtà di amore, di perdono e di accettazione. La parabola del figliol prodigo mostra il perdono divino che è in attesa per tutti noi.
Kim Nataraja
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Foto di Laurence Freeman






