Terza settimana di Avvento 2020

Terza settimana di Avvento

Oggi la Chiesa mette una pennellata di rosa nei colori austeri dei paramenti. Il viola, il colore della Quaresima e dell’Avvento – le stagioni dell’attesa e della preparazione – non è il mio colore preferito. Nei tempi in cui viaggiavo, mi dava tristezza la vista di tutti gli assistenti di volo all’areoporto di Heathrow, vestiti in modo funereo con questo colore mentre, in piedi, si guardavano intorno per aiutare i passeggeri.

Gioite. Oggi è la ‘Dominica Gaudete”, la domenica della gioia; e per sottolinearlo c’è un po’ di rosa. Il punto è che anche nel lungo periodo antecedente una importante celebrazione, un evento a lungo atteso (una nascita, una laurea, un anniversario, l’apertura di un nuovo centro), l’attesa per il suo compimento non dovrebbe adombrare il diritto di essere gioiosi. Certo, qualcuno che ti dice di essere gioioso è immediatamente deprimente. Allo scopo di essere educati, potremmo fingere. Ma il sorriso si spegne non appena passa la necessità. Questa è una caratteristica di molte persone religiose che credono di dover essere educate con Dio e nascondere la loro ineluttabile tristezza e rabbia.

Ondate di tristezza scorrono nella vita anche dei più fortunati. Ma si può cavalcare un’onda di perdita o fallimento o logorio, senza perdere la gioia dell’essere che viene descritta nelle letture di oggi:

Il Signore mi ha consacrato con l’unzione;

mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri,

a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,

a proclamare la libertà degli schiavi,

la scarcerazione dei prigionieri,

[…]

Io gioisco pienamente nel Signore,

la mia anima esulta nel mio Dio

Is 61,1-2.10-11

Forse non per tutti, ma per me queste parole risuonano come vere e portano una consolazione che non è falsa, anche nei periodi più turbolenti. Con il mettere l’accento sulla gioia dirompente, al cuore di tutte le cose, invocano una sorgente di purezza nella natura della coscienza stessa. Il solo fatto di essere consapevoli rende partecipi della gioia dell’essere.

Difficilmente se ne fa esperienza in modo continuativo. Va e viene, durante la meditazione o da un giorno all’altro. Intravista una volta, fattane esperienza anche solo una volta, tuttavia, non può più essere confutata. Ma l’isolamento in se stessi, così dilagante nella cultura di oggi nel suo rifiuto della intimità e fiducia in quanto minacce dolorose alla propria autonomia, soffocano la gioia e ne bloccano la fonte. Questa tristezza è un buco dal quale è impossibile poter uscire da soli. 

L’aiuto viene sempre nella forma di un altro. Anche quando l’altro emerge invisibile dall’interno, avrà una espressione che possiamo vedere e toccare. Mentre lo attendiamo, impariamo a lasciar cadere le aspettative e ogni immaginario di come lui potrebbe essere. Si tratta della pennellata viola, apofatica e senza immagini. È necessaria perché noi in modo arrogante, interpretiamo chi lui sia. Lo giudichiamo dall’altezza del podio in cui l’ego si pone. Siamo noi a dire come lui è. Tutto questo ci protegge dalla rivoluzione della coscienza che lui porta, dalla dolorosa gioia dell’estasi.

La meditazione ci rende come Giovanni il Battista nel vangelo di oggi (Gv 1,6-8.19-28). È così sicuro che l’altro verrà che sente già la sua presenza. Questo lo rende così assurdamente e inespugnabilmente umile, che la sua gioia trabocca; e fa sì che lo si veda come il profeta in rosa.

Laurence Freeman