TABLET Ottobre 2012

Nelle prime ore del mattino, quando la densa notte amazzonica veniva riscattata dalla luce del giorno, andavo giù al piccolo pontile a meditare lungo il fiume.

A San Paolo o a Los Angeles, a Sydney o a Londra la giornata lavorativa inizia più o meno a quest’ora ,con gli esseri umani  che si avviano al lavoro, leggono il giornale, bevono di corsa un cappuccino, e si preparano alla loro l’attività di sopravvivenza.

Anche qui, nella giungla, c’era  un aumento evidente dei livelli di attività. Il regno animale si stava svegliando per mettersi al lavoro. Ma qui si percepiva di più il trapasso dal profondo sonno della natura. Era un rito della natura, un nuovo inizio di una celebrazione primordiale, un’espansione dell’ azione nella pace, piuttosto che in  battaglia. I conflitti delle specie, la sopravvivenza del più forte e l’uccidere e il divorare che guidano il loro ciclo di vita erano senza peccato. C’erano i predatori, ma non gli oppressori, quelli per i quali  era finito il tempo di vivere , ma non c’erano vittime. La freschezza e la purezza del mattino riflettevano questo ordine naturale come il fiume rifletteva la crescente intensità del sole.

Dall’altra sponda del fiume arrivò un rumore che distolse la mia attenzione dalla continua sinfonia  della vita – il fiume e la giungla   attraverso cui scorreva – il brusio degli insetti e degli uccelli, gli spruzzi dei  pesci che  increspavano la superficie liscia dell’acqua, il fruscio senza fine e impossibile da identificare che popola il giorno e la notte. La giungla amazzonica è silente. Ma il silenzio, come sa bene ogni meditatore , non è assenza di rumore, è l’ essenziale innocenza dell’essere, l’esistenza in armonia con la propria natura, un’unione tra sé stesso e tutto ciò che è altro.

Non riuscivo a localizzare questo nuovo rumore, stranamente aggressivo eppure fastidioso e triste. Veniva da qualche parte – laggiù, o dietro di me, o più giù a valle. Per un attimo mi  è sembrato quasi umano e, come in un lampo dell’ immaginazione, ho visto un battello carico di schiavi  portati lungo il fiume verso il loro futuro senza speranza. In un contrappunto, singole voci a tratti  dominavano sul coro di questo discorso pre-linguistico – i maschi alfa, mi hanno detto in seguito –  facevano valere i loro diritti sui compagni  ululanti scimmie . Era rassicurante sapere di che  rumore si trattava. I ‘letteralisti’ biblici si domandano come abbia fatto Adamo a dare un nome a tutte le specie animali in un solo giorno. Ma, come custode della creazione, doveva  dare a tutti un nome per poterli  comprendere e per realizzare come meravigliosamente formavano un tutt’uno unificato.

Quelli che leggono il racconto biblico della creazione alla luce della meditazione sanno che ci sono molti modi di misurare il tempo e che i tentativi  di comprendere la vita fanno rafforzare il senso di meraviglia. Il mio associare le urla delle scimmie con la malinconia umana  divenne meno antropocentrico. Il rumore trovò il suo posto nell’ orchestra della  miracolosa biodiversità del mondo a cui l’Uomo appartiene per servire piuttosto che per sfruttare. Così tante specie, tanti universi paralleli intorno a me. Quanto più noi vediamo e capiamo, tanto più vasto diventa il mondo,  tanto più riflette la fulgida gloria e l’immensità della sua origine. “In tutte le cose naturali”, diceva Sant’Agostino, «c’è qualcosa di meraviglioso.”

Il crescendo di questa silente energia nella foresta amazzonica cresce man mano  nella luce che precede l’alba e affievolisce di nuovo al tramonto. In entrambi i momenti è energia intensamente pacifica. Si sente che la pace è energia, una forza che vivifica e rinnova tutto ciò che tocca. Avvolge il mondo, ma senza possessività. La nostra capacità di raggiungere questa pace è infinita eppure la si deve sviluppare  gradatamente. Ricevere troppo e troppo presto potrebbe sembrare come una minaccia e addirittura, paradossalmente, terribile.Comunque in quanto  energia può essere trasmessa (Vi  lascio la pace, vi do la mia pace ).  Essere vicini ad una persona con il cuore  pieno di pace è  avere il proprio cuore aperto oltre ogni limitazione che deriva dall’ ansia, dalla paura e dalla rabbia. Ma anche davanti alla pace più stabile e al mistero dell’amore da cui scaturisce – tutto ciò che è reale deriva dall’amore – noi siamo liberi e possiamo anche rifiutare quella pace.

Sentire questa pace naturale vicino al fiume liscio come un cristallo, con gli uccelli che gli girano e danzano sopra, col cielo che si illumina come un  irresistibile sorriso umano che sai non ti deluderà, vuol dire scoprirsi del tutto  nuovo. Vuol dire  ritornare all’armonia della natura – lo shalom in cui siamo in risonanza con tutto il creato, con tutti gli esseri viventi  nel grande ordine splendido del cosmo. Quindi, per capire la pace in queste condizioni, semplicemente come assenza di conflitto o come fuga dal rischio – come fanno gli esseri umani urbanizzati nei loro comprensori sorvegliati mentre camminano sotto lo sguardo freddo delle telecamere  – significa  non esserci per niente. Vuol dire  perdere il dono della pace ed essere lontanissimi, in un mondo illusorio.