TABLET MARZO 2012

Faceva troppo freddo per nevicare. Tutti erano ben imbacuccati, ma non pensavano al tempo. Il rabbino,  cappello nero e cappotto, barba brizzolata, venuto da un’altra città,

era al centro del gruppo e molto presente, un punto focale per  le telecamere. Ma avevo la sensazione che magari fosse, e comprensibilmente, il più assente. Un ospite richiesto   troppo tardi da coloro che avevano respinto i suoi predecessori. Che cosa poteva sentire, a parte il freddo?

Persone di diverse fedi, e senza dubbio alcuni i cui dubbi erano più forti della loro fede, si trovavano intorno al cenotafio ebraico nella città di Kielce, in Polonia, circondata dalle montagne della Santa Croce. Bogdan Blalek, un editore e attivista nelle relazioni ebraico-cristiane, un cattolico di Kielce nato dopo la guerra, aveva sponsorizzato la Menorah di Kielce, situata in pendenza nel marciapiede e visibile solo a metà. Stava affondando nel terreno o emergendo  da esso? Non è per i morti,  disse Bogdan, ma per i vivi.

Un video di YouTube lo mostra seduto con due anziane signore ebree sopravvissute all’olocausto. Egli ha dedicato gran parte della sua vita interiore a sopportare questo mistero di iniquità, come la sua croce, e a rimediare al male senza fine che ne era derivato. Le donne descrivono la loro esperienza e, come le donne anziane di ogni luogo, ricordano con umorismo beffardo i ragazzi che hanno amato quando erano giovani. ‘A diciassette anni non si  è troppo giovani per amare: lui era così bello .. ma poi si deve riflettere se ne valeva la pena. ‘ Quando ricordano il raduno degli ebrei nel ghetto nel 1941 – 27.000, fra i quali solo pochi sopravvissuti alle uccisioni, sia durante il processo e dopo a Treblinka  – Bogdan si copre il volto con le mani e piange. Una donna anziana lo guarda e dice, come se lui non fosse lì eppure a lui: ‘è nato dopo la guerra, ma la sente come noi che l’abbiamo vissuta.’ L’altra gli dice, con la durezza pragmatica di coloro che hanno attraversato l’intero spettro delle emozioni, ‘smetti di occuparti di questa cosa, Bogdan. Ti consumerà. Allontanati da essa, per quanto possibile. Lui risponde’ come posso? Lei dice:’ Lo so che è impossibile’.

Nel 1939 un terzo della popolazione  di Kielce era ebrea. Oltre alle morti dei campi di sterminio i tedeschi sterminarono  con un’iniezione letale tutti, medici e pazienti negli ospedali ebraici. Molti polacchi cattolici nascosero e protessero singoli ebrei. Molti non lo fecero. Nel 1945, quando arrivarono i russi, in città erano rimasti due ebrei . Una terribile eredità con cui convivere, ma Kielce doveva conoscere cose peggiori. Circa 200 ebrei tornarono o vennero a Kielce in attesa di emigrare in Palestina. Nel luglio 1946 un giovane ragazzo cristiano scomparve e –  come era successo in innumerevoli città e villaggi per secoli  –  si diffuse la notizia che era stato ucciso dagli ebrei che avevano usato il suo sangue per fare matzot. La folla  linciava la gente  per le strade e vennero uccisi 42 degli ebrei sopravvissuti. Il ragazzo fu trovato più tardi in un villaggio vicino. Kielce nel 1946 convinse gli ebrei che non avrebbero avuto futuro in Polonia.

Si potrebbe immaginare che questo abbia reso ancora più difficile fuggire dalla memoria della Shoah. Ma, forse perché risulta impossibile addossare tutta la colpa ai tedeschi, la più sconfinata soluzione “cerotto”,  scattarono repressione e negazione.  Il mio traduttore, un giovane polacco educato, non aveva idea del pogrom del 1946.

Tocca a Bogodan e a pochi come lui sopportare la memoria senza venirne schiacciati. Per i vivi. I morti non hanno bisogno di ricordare; se noi preghiamo per loro è più per noi che per loro. Dobbiamo ricordare ciò che è sempre più facile dimenticare, al fine di sfidare la vergogna della memoria selettiva e la tragedia dell’amnesia. Ma il ricordo deve essere finalizzato non nostalgico. Per timore che possa accadere di nuovo – e la continua profanazione dei cimiteri ebraici e  le scritte antisemite dimostrano che questo virus europeo non è ancora sconfitto – ma anche in modo da poter purificare la religione stessa. La religione ha  fornito le categorie e anche le ragioni per questi atti disumani.

 

Buddisti, ebrei, musulmani, cristiani e credenti di altre fedi hanno pregato insieme dopo la cerimonia di menorah in una calda sala parrocchiale. La colpa è stata condivisa ed anche la speranza in un mondo in cui ciò non accada di nuovo. Il giorno dopo, buttandomi tutto alle spalle come l’anziana signora aveva consigliato, stavo parlando della Chiesa in Polonia con un abate benedettino: profondamente divisi, persino con accenni di antisemitismo in alcuni ambienti cattolici. Abbiamo discusso lo sviluppo contemplativo e teologico della fede in Polonia, così necessario visto che il consumismo ha sostituito il comunismo. Quanto è importante, come Bogdan mi aveva detto, ricordare nel modo giusto – non solo i fatti, ma perché il cuore,  sede di coscienza e di vita nuova, è stato toccato in modo indimenticabile.

 

Laurence Freeman OSB