TABLET GIUGNO 2012

Solevo pensare di voler fare lo spazzino. Mi colpisce ancora, potenzialmente, come un lavoro molto contemplativo,

tipo la tessitura dei tappeti dei monaci del deserto, una vita solitaria ma socialmente utile. Poche persone notano un uomo spazzare le strade, tranne nel momento in cui gli passano vicino (non ho mai visto uno spazzino donna).

Eppure se è in presenza di Dio, in pace con se stesso – ‘consapevole’ in linguaggio laico – allora sta elevando la consapevolezza delle folle stressate che fluiscono irritate e competitive attorno a lui. Può amarli con quel misterioso, intimo amore, la compassione che proviamo per gli sconosciuti, ogni volta che siamo in contatto con il nostro vero sé e liberi da tutti i ruoli che recitiamo.

Un tale spazzino sarebbe un tipo di sannyasa (rinuncia, abbandono), un vero monaco che ha fatto un passo in un ordine acosmico di esistenza, fiorente in una libertà disinteressata al di fuori di tutte le gerarchie sociali. Egli non è in cima, al centro o in fondo  al sistema di classe, né ricco né povero, né onorato né disonorato dalla società, alla scoperta della felicità che non consiste nella soddisfazione dei nostri desideri.

Inutile dire che questo è un po’ romantico. Senza dubbio ci sono alcuni spazzini che vivono in questo stato – soprattutto i pochi che stanno scomparendo e che ancora utilizzano scope, piuttosto che quelle aggressive autobotti meccanizzate che sembrano inquinare piuttosto che pulire. Ma ciò che è strano è che la maggior parte di loro sono infelici nel fare  un lavoro che è comprensibilmente considerato abbastanza in basso nella gerarchia sociale, infinitamente lontani da quelli che vengono invitati sulla lancia reale, ed esclusi anche dai ranghi delle famiglie felici  che sventolano bandiere sulla riva del fiume.

Il mese scorso ho meditato con un gruppo di persone senza fissa dimora che si incontrano settimanalmente con il loro appassionato prete di strada, una giovane donna che ha una leggera antipatia per gli edifici ecclesiastici, ma ama pregare e render lode con queste persone emarginate. Alcuni di loro potrebbero effettivamente essere stati spazzini, altri sembra che non riescano a mantenere un qualsiasi lavoro. Si tratta di un branco eterogeneo di persone. Alcuni sono caduti dall’alto di rispettabilità sociali, persino da posizioni di tutto rispetto. Hanno un’aria di saggia tristezza,  di chi  ha scoperto qualcosa di prezioso pagandolo caro.  Altri sono malati di mente e lottano per affermarsi o stanno per rinunciare a qualsiasi tentativo, dopo molti fallimenti. Alcuni sono umili. Altri hanno quell’orgoglio disperato che reagisce ai ripetuti rifiuti. Normali e socievoli toni di voce o alcun dialogo sembrano loro decisamente estranei.

La nostra buona mezz’ora di meditazione risultò inaspettatamente calma e silenziosa. Chiaramente, come individui e soprattutto trovandosi a far parte di un gruppo di cui aver fiducia, erano aperti ad un livello profondo di preghiera che i ‘sapienti e gli intelligenti’, come Gesù li ha chiamati, predicano o insegnano soltanto. Erano una risposta alla domanda che spesso pongono le persone: ‘cosa rende cristiana la meditazione ?’

E’ passato il vescovo e ha parlato di come questo gruppo di contemplativi di strada è stato un’ispirazione e una sfida per tutta la sua curia. Il parroco canonico che era stato assunto per incrementare la congregazione della domenica era solito disperarsi quando veniva a lavorare e trovava i senzatetto sdraiati sui gradini della cattedrale. Come avrebbe potuto convincere gente fine a venire in chiesa passando davanti a persone come loro ? Ma a quel punto vide che erano loro la congregazione. La loro fame di crescita spirituale non convenzionale ma sincera, il loro modo  pieno di fede di affrontare le difficoltà  e la loro immediatezza disarmante, sgombra dalle solite devozioni della religione, li ha resi un modello per gli altri. Non avevo mai sentito la prima delle Beatitudini  descritta meglio.

I poveri li avrete sempre con voi, Gesù ci ha avvertito. O era anche, stranamente una promessa? Gli emarginati stanno a ricordare a tutti che l’umanità è una famiglia. Anche le pecore nere, gli esclusi, i portatori di handicap, gli inabili, gli sfortunati cronici sono fratelli e sorelle dei facoltosi, delle celebrità, di coloro che possono perdere qualche milione ma non sentiranno mai la morsa dell’era di austerità in cui stiamo entrando. Il collegamento consapevole  tra questi due estremi della società – dal più adorato sovrano al più umile suddito – è la vera prova di  civilizzazione.

Ignorare o sospendere il valore umano di ciò che in termini economici  è da buttare,  significa minare il fondamento della giustizia su cui poggia la società.  Vedere la bellezza che brilla nella loro  sgradevolezza  esteriore, l’ingegno nelle loro disabilità sociali, lo spirito nella loro spontaneità, vuol dire  vedere la via d’uscita dalla crisi sotto i cui colpi l’ordine del mondo  sta attualmente crollando. Ogni nuovo ordine deve essere costruito su questa intuizione e poi protetto dalla corruzione che presto potrebbe  attaccarlo di nuovo. Il silenzio dei meditanti senzatetto mi ha insegnato quanto l’esperienza contemplativa  sia centrale e fondamentale per uno sviluppo sostenibile e per la comunità umana. Forse la chiesa tutta, nella sua rapidamente crescente marginalità, potrebbe imparare anche questo.

Laurence Freeman OSB