Sabato, 7 Marzo 2020 – Prima settimana di quaresima

I contemplativi possono non avere molti doni di cui vantarsi, ma devono essere capaci di affrontare il demone dell’acedia. I demoni sono forze semiautonome nella psiche che bloccano la grazia. L’acedia è una di quelle forti, perché può essere cacciata via, ma poi tornare in momenti inaspettati. I suoi sintomi sono comuni: scoraggiamento, irrequietezza, mancanza di speranza, rinuncia alla pratica del lasciare andare. Questo è essere messi alla prova, la tentazione ricorrente di ogni pellegrino. Secondo il racconto del Vangelo sui quaranta giorni di Gesù nel deserto, egli fu tentato da un potente trio di illusioni di cui ha riconosciuto la vera natura. Ma “il diavolo lo lasciò per tornare più tardi”. Forse tornò nel giardino dei Getsemani.

In quel luogo, nelle prime ore del mattino del suo ultimo giorno, Gesù attraversò la paura e il tremore della morte, l’abisso della solitudine, nonostante i suoi amici dormissero profondamente vicino a lui. “Il mio cuore è triste fino alla morte”. San Luca, uno degli evangelisti più realistici, racconta che a questo punto di sfinimento, sull’orlo della disperazione, “un angelo apparve dal cielo per portargli conforto”. Gli angeli possono non fermarsi, ma quando si è in grado di affrontare il proprio dolore, essi arrivano quando hai bisogno di loro.

I nostri cuori si spezzano quando ci sentiamo isolati. Una perdita, un tragico fraintendimento, un demone che non possiamo scacciare, ci convince che siamo disperatamente soli e a pezzi: separati da tutto e da tutti. Qualsiasi cosa sembri connetterci agli altri o al mondo, ci appare superficiale ed evidentemnete una falsa consolazione.

La frattura interiore ci può sopraffare o ci può portare alla compunzione del cuore. La grazia della compunzione accade quando manteniamo il cuore spezzato aperto, a dispetto della tentazione di rifiutare e di resistere alla grazia, di proteggere il nostro cuore ferito con la separatezza dell’io. La compunzione smonta l’illusione che tenersi da parte sia la soluzione migliore da praticare. Poi, dal cuore che resta aperto, nonostante il dolore, la compassione sgorga.

Dal timore e dall’incubo dell’essere divisi da tutto, emergiamo rendendoci conto che — è proprio vero — siamo parte del tutto. Per un certo tempo, forse per alcune decadi, oscilliamo tra queste due versioni della realtà, fino a che i quaranta giorni sono completati.

Laurence Freeman