NEWSLETTER SETTEMBRE 2014

 Carissimi,

            facciamo tutti dei passi falsi in un modo o nell’altro. Così dice S. Giacomo.

 

Il problema non è tanto nello sbagliare – che è semplicemente umano e tutto ciò che è umano è perdonabile – quanto nel riconoscerlo ed essere onesti in merito. Solo con una consapevole attenzione e un cuore umile possiamo sperare di evitare che gli inciampi diventino dei modi di comportamento che finiremmo ostinatamente per difendere e orgogliosamente giustificare. Questo è un elemento essenziale di tutte le  crescite spirituali e non sorprende che ogni tradizione definisca una metodologia e una cultura per sostenere le persone nell’affrontare i loro sbagli, le ricadute e gli schemi fissi di comportamento. Tutte le tradizioni allo stesso modo concordano nel riconoscere che questo impegno sia l’essenza della pace. Dato che viviamo in tempi violenti e carichi di ansia, traiamo beneficio dal considerare la meditazione come ‘una via di pace’ che inizia col correggere i nostri stessi squilibri ma presto si estende a tutta la rete di relazioni che fanno di noi la persona che siamo.

            Questa estate ho visitato gli antichi monasteri-grotte della Cappadocia in Turchia. Danno un’impressione surreale soprattutto nel caldo intenso dell’estate e non sono molto diversi dall’ambientazione di un film di fantascienza. Sono scavati nella roccia vulcanica in cui la gente abitava molto prima del periodo monastico durato all’incirca mille anni. La caverna è un simbolo spesso presente nella nostra psiche come luogo di sicurezza e rifugio – dalle bestie feroci, dal cattivo tempo o da pericolosi nemici. Ma le caverne sono anche luoghi di trasformazione e di rivelazione. E’ proprio nei lunghi periodi di ritiro nelle caverne che i monaci rinnovavano la mente e accoglievano positivamente il nuovo senso di finalità e destino che ne derivava.

            E’ come se la mente in questo modo venisse ristabilita così da saper discernere la trama divina che emerge attraverso la nebbia dell’illusione e le ondate della distrazione. Quando si dissolvono gli schemi mentali prefissati appare il modello di tutta la realtà, la divina sequenza d’amore, del donare, del ricevere e restituire che si trova in tutto, incluso il nostro respiro, i nostri rapporti e lo stesso ciclo della vita. Nella caverna del cuore – lo spazio più interno che Gesù dice essere il vero luogo della preghiera – capiamo che la realtà non è una quantità immobile, ma una effusione dell’essenza di consapevolezza. Questa corrente comporta l’esperienza di verità che tutti cerchiamo, non semplicemente come formula verbale, ma come un’auto-comunicazione della quintessenza di bontà e un’estatica celebrazione di amore.

            I monaci vivevano nelle caverne in piccoli gruppi sul modello dei monasteri egiziani o celti. All’inizio della storia del movimento non vi andavano per questioni di sicurezza, comodità o prestigio o semplicemente per ‘trovare se stessi’. Erano guidati dall’unica motivazione che giustifica qualsiasi scelta radicale, cioè quella di farsi centro personale di pace, che significa perdersi e trovarsi, trasformati pur restando semplicemente umani. Nelle grotte della Cappadocia o nelle capanne alveare (tipiche costruzioni dell’isola) di Skelling come nella meditazione quotidiana, quando entriamo nella nostra stanza interiore, luogo, come dice Gesù, di preghiera, noi cerchiamo e ci abbeveriamo al pozzo profondo di pace  che è lo spirito di Dio in noi.

 

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            Vi sto scrivendo dal centro John Main dell’università di Georgetown. Non è una caverna ma un piccolo edificio costruito  nel 1792 che sorge nel bel mezzo del campus. Sessioni di meditazione si svolgono regolarmente negli orari stabiliti ma in qualsiasi momento del giorno o della notte studenti, insegnanti, amministratori o visitatori possono arrivare e trovare la sorgente di pace in loro stessi nel silenzio di questa stanza. Alcuni vengono con regolarità ma ci sono sempre delle persone che arrivano per la prima volta. Spesso si può capire chi ritorna o chi è nuovo. Il meditatore abituale mostra un senso di familiarità e di essere a casa. In tutto il mondo le persone trovano che il modo migliore per descrivere l’esperienza della meditazione è quella di “tornare a casa”. Il posto in cui si medita regolarmente diventa poco per volta la casa spirituale. Penso che questo possa spiegare il significato di quel senso di sacro che proviamo nei monasteri o nelle caverne antiche dove la gente ha cercato e trovato il proprio spazio interiore; perché una casa spirituale non è casa solo per chi ci vive ma diventa una casa per tutta l’umanità.

            Ho provato questa sensazione subito dopo aver visitato la Cappadocia quando sono andato pellegrino a Konya nel sud delle Turchia nella casa e alla tomba del grande poeta sufi Jalal ad-Din Muhammad Rumi. Dopo l’immensa e irreparabile perdita del suo amatissimo maestro, Rumi si tuffò nel e attraverso il dolore per riemergere nell’infinito. Molto prima di Leonard Cohen, aveva scoperto che “la ferita è il luogo in cui la Luce penetra in noi”. Immerso in questa luce cantò, nei suoi grandi poemi, l’amore e la libertà e la forza della pace che sgorga dalla grande sorgente dell’essere che scopriamo in noi stessi. E questa è la trasformazione universale che segue la scoperta che noi siamo veramente casa per noi stessi e che questa casa è Dio.

“Ieri ero geniale” ha scritto Rumi “e così volevo cambiare il mondo. Oggi sono saggio e così cambio me stesso”. Cambiamo in tal modo non cercando di essere quello che non siamo ma diventando chi siamo veramente.

            I meditatori di tutte le tradizioni si accorgono di questo processo in atto l’uno nell’altro e diventa così il terreno di un’amicizia che trascende tutte le differenze. Quando però si comincia a meditare, tutto ciò sembra eccessivo e abbiamo quell’aria scettica e riservata che è molto evidente in chi arriva per la prima volta in un centro di meditazione o in un gruppo. E poi, non sempre ma spesso, con l’ascolto e la pratica si nota un cambiamento. Si nota uno sguardo quasi di scoperta e sollievo come quando si ritrova qualcosa che ci si era dimenticati di aver perso, come un foglietto con un  numero di telefono importante lasciato nella tasca del cappotto che mettevamo l’anno scorso. E’ lo sguardo della scoperta che ,le cose – se lo permettiamo – vanno tutte a posto molto semplicemente e ovviamente.        

 

                                               Dovunque è negata l’amicizia umana,

                                          l’inimicizia si allarga come una macchia

                                                           nella coscienza umana.

 

            Non lontano dai monasteri della Cappadocia e dalla marea di pellegrini che sfilano davanti alla tomba di Rumi, dimore di pace profonda e rinnovamento spirituale, si trovano le devastazioni della Siria, le bombe suicide in Iraq, le umiliazioni di Gaza, le violente non verità dell’Ucraina, gli orfani mutilati e la paura che incombe di generazione in generazione in questa regione e che infetta l’intera famiglia umana. Se una vera dimora spirituale è dimora per tutti, allora è universalmente vero che la dissacrazione della vita in un luogo ci inquina in tutto il mondo. Dovunque è negata l’amicizia umana, l’inimicizia si allarga come una macchia nella coscienza umana.

 

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            E’ facile condannare gli altri da un livello morale superiore, guardando le cattive notizie sullo schermo della TV per pochi minuti prima che cominci il nostro spettacolo preferito. Se la meditazione ha provocato in noi un falso senso di distanza e superiorità sarebbe una ipocrisia, una spiritualità consumistica priva e lontana dalla sorgente dell’essere da cui una pace autentica, la pace che supera la comprensione, entra nel mondo. Insegnare la meditazione in una società consumistica offre molte sfide alle persone che sono state condizionate (come quasi tutti siamo stati dalla nostra educazione) a vedere la spiritualità come a provare una nuova marca di prodotto. E’ più facile fare una predica ai convertiti a metà. C’è bisogno di una grande fede nella validità dell’esperienza che si cerca di far scoprire alle persone in loro stesse. Quando questa esperienza diventa più forte vedrete che una nuova percezione di connessione sostituirà gradatamente il solitario individualismo e l’isolazionismo del consumatore. Il sospetto e un’istintiva competitività sfociano nella consapevolezza della fiducia e della collaborazione. La luce non viene tutta d’un tratto, ma appena appare si può vedere la differenza.

            Il mondo della natura è pieno di bellezza e di gioia. La musica è nata quando l’uomo è rimasto incantato per la prima volta dal canto degli uccelli. L’alba e il tramonto, quando la natura si ferma quasi sul limitare del passaggio, diventano momenti di adorazione. Nascita e morte, allo stesso tempo normali e sacre, ci hanno aiutato a comprendere i significati umani della sessualità e dell’amore. Ma ci sono anche forze profonde e violente che controllano la natura e il regno animale è continuamente in lotta per la sopravvivenza. Forse è stato con l’emergere dell’auto-consapevolezza – assente in altre creature ma presente fin dall’inizio nei primi esseri umani – che ha avuto origine quella che noi chiamiamo violenza.

            La consapevolezza umana evoluta vede l’inutilità della violenza nella risoluzione dei conflitti d’interesse creati dall’ego. Essa comprende chiaramente come  la consapevolezza umana degradata gode dell’eccitazione della violenza e la forza di aggressione della crudeltà. La mente illuminata capisce che la violenza è sempre una energia mal posta e che invece è sempre possibile una forma migliore di vita. Ma l’ego è solo un livello dell’evoluzione della consapevolezza. Solo se riusciamo a trascenderlo e a integrarlo e passiamo alla fase successiva, all’esperienza di unità che risolve le divisioni, possiamo capire il vero significato di pace. Fino a quel momento spartiacque di trascendenza, la pace è un mero barlume, le trattative di pace  si bloccano, il cessate il fuoco fallisce.

            Rumi ha scritto: “Gli uomini ignoranti sono nemici dell’anima. L’ignoranza è la prigione di Dio. Il sapere è il palazzo di Dio”. Qualsiasi sia la ragione che ci porta a meditare, qualsiasi sia il tipo di credo che seguiamo, questa conoscenza è frutto della pratica. L’azione del conoscere piuttosto che il possesso della conoscenza. Il conoscere avviene sempre nell’adesso e rivela la natura eterna della verità. Conoscere è sempre ricordare e, benchè sia utile trasmettere questa conoscenza, lo scopo finale è quello di ravvivare l’azione stessa del conoscere. La consapevolezza stessa, piuttosto che avere semplicemente nuove soluzioni ad antichi problemi, è il miglior modo per infrangere la stretta di vecchi schemi e liberare il potenziale senza limiti dello spirito. Con questa loro conoscenza e il loro insegnamento i grandi maestri spirituali condividono una visione fondamentale che nella sua immensa semplicità e innocente immediatezza offre a tutte le tradizioni e culture un percorso comune verso la pace.

            Nell’insegnamento di Gesù questo sapere si chiama regno dei cieli; Gesù lo descrive come una scoperta, una crescita, una via di relazione, una visione e non, come spesso lo immaginavano i suoi seguaci, un posto diverso da qui, una ricompensa futura o un privilegio irraggiungibile, un club per coloro che rinnovano continuamente la loro iscrizione. Non avrebbe potuto esser più chiaro a proposito della sua vera natura. Non lo si può osservare perché non esiste nel mondo della dualità (qui o lì). E’ allo stesso tempo dentro di noi, nel più profondo di noi, nella nostra misteriosa interiorità, nel nostro vero noi stessi, e lo si trova in ogni relazione che collega noi stessi con altri se stessi. E’ contemporaneamente stesso e altro. Soltanto i bambini o i saggi possono percepirlo.

 

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            Spesso i bambini per caso ruzzolano nel regno e, come Rumi in molte storie della sua vita e nella sua poesia, sono ricolmi di una gioia irrefrenabile che sfacciatamente affronta, abbraccia e trasforma tutte le realtà della sofferenza. Gesù fu “glorificato nello Spirito” in questo modo, quando una volta parlò del fatto che solo i semplici possono capire questi misteri e poi subito dopo il grande momento della sua unione consapevole con il Padre: “Io e il Padre  siamo uno”.

            Questi momenti di svolta e di manifestazione sono imprevedibili e irripetibili. L’ego nella stretta del suo principio del piacere e della confusione del sapere secondo conoscenza naturalmente cerca di scoprire la tecnica per poterle accendere e spegnere a piacimento. Magari invidia o condanna altri che sembrano avere più di lui queste esperienze. Prenderà in esame ogni sessione di meditazione alla ricerca di questi momenti e valuterà la meditazione di conseguenza.

            Per questo, maestri di meditazione degni di fiducia come John Main, suggeriscono alle persone non solo che la meditazione si deve praticare ma praticare senza richieste o aspettative. Ma dato che all’inizio è impossibile, significa che dobbiamo identificare questi desideri ‘spirituali’ e riconoscerli e lasciarli andare per quello che sono. E’ utile per le persone della nostra cultura odierna ricordare la distinzione fra benefici e gratificazioni della meditazione. I benefici (tipo abbassamento della pressione e sollievo dallo stress) possono essere misurati e osservati più rapidamente dei frutti (amore, gioia e pace). Appena i benefici diventano evidenti con la pratica, si dischiude grazie all’innata curiosità della mente un nuovo livello di conoscenza. E da dove vengono questi benefici? Come opera questa grazia sulla mia natura? Ogni genuino percorso spirituale inizia con queste domande.

            E così c’è un altro tipo di ignoranza diverso da quello che Rumi chiamava il nemico dell’anima e che, per Budda, era descritto nella nobile verità che ignoranza e desiderio sono le cause della sofferenza. L’ignoranza distruttiva spesso non è stupida, come potremmo aspettarci, ma decisamente intelligente, apparentemente razionale e molto subdola. L’ignoranza oscura è come un carceriere o una persona con la quale abbiamo un rapporto di dipendenza o violento a cui non possiamo sottrarci. C’è comunque anche un’ignoranza  che è descritta bene come non conoscenza o, come la chiama Keats,  una “capacità  al negativo”; l’abilità di vedere senza cercare di analizzare o spiegare e di godere con pura meraviglia. E’ la non conoscenza che pratichiamo nella meditazione quando lasciamo da parte soluzioni ai problemi che sorgono durante la recita del mantra o idee brillanti che vorremmo  cogliere e ricordare o fantasticherie nelle quali indulgere. In questa apparente ignoranza entriamo nella vera conoscenza. In questa apparente, irragionevole perdita scopriamo che ciò che abbandoniamo torna tutto di nuovo.

             Nell’evoluzione umana non è mai stato facile accettare questo percorso perché l’ego resiste e lo nega veementemente. Nel consumismo contemporaneo, basato sulla gratificazione più immediata possibile di ogni desiderio attraverso i miracoli tecnologici e l’illusione della ricchezza, è più difficile che mai. Eppure, proprio gli eccessi e le insidie della nostra cultura offrono spesso l’opportunità di ristabilire la nostra capacità di conoscenza e di pace che andiamo cercando. Diminuire lo stress, cercare un senso nella superficialità dell’abbondanza, riscoprire delle relazioni salutari e la gioia della natura, imparare di nuovo a lavorare con serenità – spesso manchiamo di tutto questo nei modelli della vita moderna – il nostro bisogno di questi valori umani ci riporta indietro a una saggezza antica.

 

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             Nell’impegno verso gli altri della nostra comunità, nell’offrire la meditazione al mondo della finanza e degli affari io trovo un’estesa consapevolezza di qualcosa  di profondamente sbagliato nel modo in cui lavoriamo o gestiamo le noste istituzioni.  Lo stesso senso di inadeguatezza è diffuso in molti altri campi quali l’istruzione e la medicina e sta emergendo un nuovo modello di riferimento in piccoli gruppi che cominciano a collegarsi gli uni con gli altri. Molti leader illuminati, con una reale e personale familiarità del cammino spirituale, si cominciano a domandare come si può trovare una via d’uscita e di progresso.

            Spesso è la tetra ignoranza delle istituzioni che alimenta i conflitti planetari – basti pensare all’industria degli armamenti e della loro quota nel PIL mondiale. Gli stessi paesi che determinano gli accordi di pace sono proprio, in modo perverso, i fornitori di armi. La furbizia di questo tipo di ignoranza cerca addirittura di convincerci che l’aggressione è una forma di difesa. Per bloccare le forme più bestiali di violenza, come si verifica oggi con l’Isis, è evidentemente necessario bloccare l’uso della forza come si dovrebbe fare in un ospedale psichiatrico. Ma in uno stato di ignoranza queste eccezioni diventano la regola e la difesa aggressiva diventa complessivamente un modo di vivere  devastante nei confronti dei più deboli e ampiamente  favorevole nei confronti di pochi.

            Quei leader che hanno intelligenza e tempo per pensare, prendono in esame approcci diversi al cambiamento, di regole e trasformazione personale. E’ meglio introdurre nuove regole con pesanti sanzioni per sconfiggere in modo strategico e bloccare coloro che perpetrano la violenza? E la disonestà finanziaria del livello che abbiamo visto di recente è sicuramente una forma di violenza attuata nei confronti dei più deboli della società; in termini di moralità, il banchiere disonesto non è molto diverso dal terrorista. Ma se le regole non funzionano, possiamo davvero affidarci alla conversione dei cuori che risvegli gli individui e li porti ad una nuova maniera di vedere e agire eticamente? E coloro che hanno vissuto una conversione del genere vorranno poi restare al potere e usarlo per mettere in pratica le loro nuove conoscenze? Saranno la morale o la mistica a trasformare il modello e aprire una nuova strada per la pace? Modifica del comportamento esterno o scoperta del regno in noi?

 

                                   la vera pace non è una condizione al negativo

                                        (la semplice mancanza di conflitti) ma

                                                       un’energia di totalità

 

            Il Dalai Lama crede ed esprime una saggezza universale quando dice che “dove l’ignoranza è maestra non c’è possibilità di pace”. Ma è anche pragmatico nel sostenere che la diminuzione della violenza dovrà precedere la pace completa. Sarà utopico aspettarsi un modo senza violenza alcuna, ma è insensato non credere che si possa dare inizio a nuove linee di condotta che progressivamente riducano i livelli di violenza. Altrimenti ci crogioleremmo nella disperazione di un circolo di odio interminabile.

            Se seguiamo questo approccio – una combinazione di idealismo e pragmatismo   – possiamo capire il senso di una massa critica emergente di leader con una sufficiente esperienza della loro propria trasformazione e che hanno ancora il potere di introdurre un cambiamento sistemico. Potrà essere una cosa improbabile ma giustifica il fatto di introdurre la meditazione nella formazione dei leader e negli stessi luoghi di lavoro. Può non essere l’unica strada. Come dice Rumi “ci sono mille modi di inchinarsi e baciare il suolo; ci sono mille modi di tornare a casa di nuovo” Ma è una strada che vale la pena intraprendere.

 

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Il sostantivo greco usato nel Nuovo Testamento per indicare ‘pace’  (eirene) è collegato al verbo ‘unire’ e riflette la bella parola ebrea ‘shalom’ che significa pienezza e armonia. Il primo passo verso il raggiungimento della pace è essere ricongiunti con noi stessi e trovare l’armonia e l’interezza che caratterizzano la nostra vera natura. Nessuna pace con gli altri e con il nostro ambiente potrà durare se non è legata a questa pace interiore personale.

            Di tutti i leader dell’umanità, Gesù è il più forte nell’affidare ai suoi discepoli il ministero della riconciliazione. Egli considera il fare la pace uno degli elementi essenziali della vera felicità. Ci mostra soprattutto che la pace vera non è una situazione al negativo – la semplice assenza di conflitto – ma un’energia di totalità e, come tutte le forme di energia, è trasmissibile. Gesù dice ai suoi primi discepoli di dare una benedizione di pace che, se sarà rifiutata, “ritornerà su di loro”. Soffiò su di loro nella stanza del timore e diede loro la sua pace, non come la dà il mondo, ma la sua propria pace. La paura che distrugge la pace fa parte del mondo che lui ha superato.

            A causa della nostra ignoranza non possiamo capire o avere fiducia in ciò. Eppure, nel profondo di noi stessi, possiamo trovare questa energia che scorre continuamente, non condizionata e generosa fino alla trascendenza. Lui stesso è la nostra pace perché ha reso uno ciò che era diviso in due parti e ha creato la nuova umanità in “una persona nuova”. Sentire la sua presenza vuol dire essere purificati dalla paura e ricolmati di energia per poter trasmettere la sua pace, che è lui, in tutte le relazioni della nostra vita.

            La meraviglia della nostra meditazione in Cristo non è altro che questo.

 

Laurence Freeman OSB