Newsletter marzo 2015

Carissimi amici,

Durante il nostro pellegrinaggio in Terra Santa alcuni anni fa ci siamo fermati e abbiamo meditato nel giardino del Getsemani.

Ricordo di aver guardato con meraviglia l’ulivo che ci hanno detto aveva più di 2500 anni. Anche a Gesù, quando era lì in preghiera nella sua ultima notte, mentre i tre discepoli più amati si erano addormentati, questo albero deve essere sembrato vecchio e contorto eppur splendente di quello stesso colore verde argento. Volevo vederlo come lo aveva visto lui. Dobbiamo esercitarci, noi stessi e la nostra immaginazione, e andare oltre il nostro solito egocentrico punto di vista per vedere le cose come le vedono gli altri. Ma dobbiamo farlo senza sforzi – solo allora riusciamo a vedere le cose come sono veramente.

Quando ho aperto gli occhi dopo la meditazione e mi sono guardato intorno in questo spazio immobile e sacro che aveva la profondità della presenza che si sente a Lourdes, a Bodhgaya e Auschwitz, ho visto un tappeto di fiori rossi che ricoprivano il terreno e mi guardavano. Mi son reso conto che erano gli stessi fiori – i ‘gigli del campo’ – che ricoprivano il fianco della montagna che avevamo visitato in Galilea e a cui Gesù aveva rivolto il suo grande insegnamento. Questi sono infatti anemoni della Palestina, una specie di papavero rosso che fiorisce per un giorno dopo la pioggia e la cui bellezza è più splendente, diceva Gesù, della gloria di Salomone. Dopo il loro breve brillare, quando appassiscono, vengono bruciati per far aumentare la temperatura dei forni di argilla.

Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? (Matteo 6:30)

Mi sono sforzato di pensare cosa Gesù avrebbe potuto sentire se avesse guardato questi fiori alla luce della luna e avesse ricordato come ricoprivano la collina nel gran giorno del suo insegnamento in Galilea. Quale abisso di fallimento e di rifiuto lo separava nella notte prima della sua condanna a morte dal momento in cui sembrava che la gente lo avesse capito.

Ma chi sa cosa pensò? La nostra mente desidera scoprire il suo pensiero e le sue intuizioni ma urta continuamente contro il muro dei propri limiti. Quando arriviamo al punto in cui non possiamo conoscere oltre dobbiamo imparare l’arte del non conoscere per scoprire pensieri e immagini reali oltre quel limite; se non ci riusciamo finiamo nell’irreale, vale a dire l’uso sbagliato dell’immaginazione. La mia mente stava facendo questi collegamenti fra Gerusalemme e la Galilea su delle basi molto esili. Ma noi sappiamo dai Vangeli che in quel giardino Gesù precipitò in un abisso di disconnessione quando si trovò di fronte all’imminenza della sua mortalità.

La mia anima è triste fino alla morte (Matteo 26:38)

Il senso è l’esperienza e la consapevolezza della connessione. Ma ci sono momenti nelle nostre vite in cui siamo spinti senza volerlo verso livelli più profondi di esperienza e conoscenza anche se siamo disconnessi – e forzati a bere il calice di aceto del senza senso – prima che possa emergere un nuovo mondo di connessione.

Gesù è caduto per terra a testa in giù e ha sottomesso la sua volontà a quella del Padre. Noi non possiamo fare lo stesso in un momento di crisi senza un’inversione interiore affannosa e traumatica. Quando poi è ritornato dai suoi amici per confortarli, li ha trovati addormentati; ha visto con una triste amarezza come l’essere umano è sempre in conflitto fra la carne e lo spirito, fra il nostro gravoso desiderio di verità e di amore e il terrore di trovare quello che stiamo cercando.

Gesù disse loro di ‘vegliare e pregare’, che è quello che abbiamo in modo particolare cercato di fare durante la Quaresima. Qualcuno che conosco ci ha provato cercando di esser gentile con i colleghi di lavoro. (Sapendo che non ci sarei riuscito, io ho semplicemente rinunciato ai dolci.) Ma, come ci ricorda S.Benedetto, la vita dei monaci è una perpetua quaresima, e quindi dobbiamo continuare a cercare di vegliare e di arrivare a quel livello di preghiera in cui non c’è più un ‘io’ – il mio vecchio me – ma la carne è immersa nello spirito.

Dopo un terzo tentativo di connessione con i suoi discepoli, Gesù si è isolato in una solitudine ancora più profonda e ha pregato usando le stesse parole di prima. A questo livello di umana impotenza, le parole e i pensieri che le rivestono appassiscono e devono esser bruciati. Non possono esprimere quello che cerchiamo e quello di cui abbiamo bisogno per sopravvivere all’abisso. Vanno bene – ed è cosa buona – solo per guidarci verso il silenzio. A questo punto le molte parole che Gesù ci ha detto di evitare nella preghiera si riducono e sono incanalate nell’unica ‘piccola parola’ evocata nella ‘Nube della Non Conoscenza’. Qui, in quella kenosis – lo svuotarsi di se stessi – avviene l’incarnazione. E diventiamo reali come solo possiamo farlo nel silenzio di Dio, oltre il pensiero e l’immaginazione, quando la parola diventa carne. Dalla Parola al Silenzio. Se non lo vediamo fino in fondo, quando smettiamo o ritorniamo di nuovo alla consapevolezza dell’ego, ci lasciamo prendere dal sonno o scivoliamo nell’irreale.

*
E’ impossibile immaginare il caos in cui era finita la mente di Gesù sul Getsemani. La nostra esperienza di ciò – quando le nostre speranze vanno in frantumi o abbiamo perso qualcosa che amavamo – ci offre qualche punto di riferimento. Magari ora possiamo cominciare a connetterci con la sua esperienza e così, se ci riusciamo, realizzare quanto la sua esperienza si inserisca e trasformi la nostra. Ma per far questo dobbiamo, come lui, lasciar andare.

Ma è molto difficile soprattutto per noi gente moderna che vive in una cultura di crescente assoluto controllo. La scienza – la fiera scienza dei tecnocrati non l’umile scienza degli esploratori ai confini della conoscenza – ha effettivamente ridotto il nostro raggio di consapevolezza mentre pretende di averlo ampliato. Non c’è da sorprendersi che la nostra cultura sbandi così violentemente intorno agli estremi e precipiti nella barbarie e nell’auto distruzione, nel tradimento dei giovani e della nostra dimora terrena. Questa tecnologia disumanizzante ha messo in ridicolo e allontanato dal panorama della nostra mente quelle vaste aree di conoscenza che costituiscono la saggezza del grande Discorso della Montagna e dell’Agonia nel Giardino degli ulivi. Ha scartato l’amore in quanto forza semplicemente soggettiva e guidata dall’ego, irrilevante per il modo in cui insegniamo, facciamo soldi o pratichiamo la medicina. Eppure solo l’amore può superare l’abisso fra il caos e il cosmo. E ancora di più: unificarli nell’esuberanza della creazione.

Ma chi lo fa e quali sono i segnali? Lo facciamo noi a noi stessi perché ovviamente siamo tutti parte della cultura che condividiamo. Per quanto ci lamentiamo e la condanniamo, ne siamo parte. L’avidità ha offuscato il senso della crescita. La formazione quello dell’apprendimento. La medicina ha offuscato il significato di salute. Gli straordinari processi della scienza e il sapere in tutti questi campi sono stati deviati dal falso senso di potere risvegliato nell’ego collettivo. Ci sono peccatori particolari – banchieri che rifiutano di riconoscersi responsabili dei loro misfatti, educatori che inseguono classifiche, medici che guardano ai pazienti come a una distrazione dai risultati dei loro test, preti che si dispiacciono della loro perdita di controllo sulle masse. Ma non dobbiamo identificare i capri espiatori, piuttosto il peccato pervasivo, il virus rampante.

La semplicità smaschera il riduzionismo

in quanto tentativo di porre tutto sotto

il controllo di un sistema controllato

Uno dei segni di questa crisi culturale e globale è la sofferenza che ha provocato. Ma ha anche prodotto un’attenzione al potere dell’attenzione stessa. Per esempio, il maggior esperto mondiale di sicurezza sanitaria sostiene che la ‘conoscenza situazionale’ – cioè esser ben presenti in quel dato momento – è il singolo fattore più importante nel ridurre il numero dei centinaia di migliaia di pazienti che ogni anno muoiono per un errore medico che si sarebbe potuto evitare.

Ma cos’è questa attenzione e come la si può recuperare in una cultura il cui panorama mentale è stato così fortemente danneggiato? Anche la psicologia ha subito il riduzionismo della scienza con molti professionisti che sostengono che la medicina della mente non è diversa dalla medicina dei tessuti. La salute mentale è spesso vista come un tema bio-medico; i campi delle relazioni, il contesto, i valori e il significato sono considerati come un diversivo della pratica psichiatrica in quanto neuro scienza clinica.

Il mondo e il sé sono molto più grandi di questo. Ogni sofferenza ha molti livelli. Nell’individuo si trovano livelli storici e generazionali come anche i vari contesti culturali che danno forma al nostro senso di sé. Il grande poeta sufi Rumi, saggio e curioso, considerava l’essere umano come una pensione – ‘ogni mattina un nuovo arrivo’. Non un sistema computerizzato in cui l’umano è subordinato a quei poteri di controllo che mirano ad una sempre maggiore uniformità e ad una punizione dell’individuale.

*

E così non funzionerà nessuna soluzione riduzionista, se non quella che riduce il riduzionismo ad una assurdità. Voglio dire che per rispondere efficacemente e rispettosamente alla persona nella sua interezza abbiamo bisogno della vera semplicità, non di un riduzionismo facile ed arrogante. La semplicità smaschera il riduzionismo in quanto attentato a porre tutto sotto il controllo di un sistema controllato. Chiaramente, è un’illusione assurda perché oggi con tanti sistemi di riduzionismo al collasso, fallisce mentre dichiara di aver successo. Ciò è molto simile alla mentalità di chi ha una dipendenza e la nostra cultura è diventata dipendente dal riduzionismo come mezzo di controllo totale. Più fallisce, più potere di controllo richiede: e non è questa una dipendenza? Il controllo è un’illusione (quando mai siamo stati veramente in controllo?) e il nostro disperato tentativo di afferrarlo è un sottoprodotto della nostra riluttanza a mettere a rischio la realtà.

C’è comunque un modo per venirne fuori. La guarigione e la trascendenza.

C’è un solo cammino di guarigione. La guarigione è il padrone della pensione del sé. Come Rumi, Simone Weil aveva compreso che l’ospite inatteso può esser rivestito di gioia o di dolore, di piacere o di sofferenza. Ma ‘ognuno è stato inviato dall’aldilà per essere una guida’. Quando sorgono i problemi, possono essere risolti – quando è possibile – ma allo stesso tempo devono anche esser compresi. La consapevolezza è parte della cura. Prendere continuamente farmaci anti dolore senza capire il senso del dolore o quale ne è la causa, non vuol dire guarire. Allo stesso modo, aspettarsi che la guarigione venga dal di fuori di noi è riduzionismo e rispecchia un’assurda fiducia su fattori esterni.

Ci sono molti percorsi verso la guarigione. Ma c’è un solo potere di guarigione che nasce dalla stessa profonda unità e semplicità del sé che è la profonda struttura della realtà tutta. Proprio come il sistema autoimmunitario ci offre molte sorprese – il ‘miracolo dell’auto guarigione’ come lo chiama il poeta irlandese Seamus Heaney – così una cultura può identificare delle soluzioni ai problemi che si auto infligge. I ‘movimenti di consapevolezza’ come li chiamiamo oggi, riflettono questo impulso di auto guarigione. Eppure a volte diventano parte del problema che cercano di risolvere. Spesso questo tipo di soluzioni ci danno un quadro incompleto sia del problema che di coloro che ne soffrono. Hanno a che vedere con il problema del riduzionismo – l’amputazione di membra essenziali della consapevolezza – con strumenti del riduzionismo. Si tratta di soluzioni superficiali e di corto respiro per un problema di consapevolezza profondamente radicato. Oggi la nostra semplice scelta, per parlar chiaro, è fra una saggia interezza e un assurdo riduzionismo. Ma dobbiamo – e anche questo è un problema – capire di che scelta si tratta prima di prendere una decisione.

La Corte Suprema Canadese ha deciso recentemente di legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. I riduzionisti qui tentano di aver sotto controllo tutto ciò che è ben in vista. La legge è per definizione legata al controllo, ciò che dovremmo fare o non fare. Ma c’è una differenza fra il diritto tributario e il diritto che definisce ciò che è oltre ogni definizione, il mistero della vita e della morte e come reagiamo di fronte ad esse. L’eutanasia è legale o illegale? Possiamo ridurre la questione a una normativa?

La saggezza legata alla dimensione medica delle cure palliative, radicata in tutte le grandi tradizioni sapienziali, dice che si deve sopprimere la sofferenza non il sofferente, che la qualità della vita e non la quantità è il problema importante. Ridurre il tutto a ‘diritto’ equivale a mettere sullo stesso piano il dono della vita e il consumismo. Non capirlo significa rivelare una completa ignoranza di ciò che la scienza medica – al servizio della completezza – ha imparato negli anni passati e segue giorno per giorno per proteggere i più vulnerabili della società che sono messi a rischio da questo tipo di legge. In una cultura che crea una situazione del genere manca una dimensione vitale nel panorama mentale (dell’uomo).

*

Lo spirito ha dimensioni materiali e la materia ha una dimensione spirituale. Gesù ne ha fatto esperienza nel Getsemani e ne ha raggiunto l’espressione più completa nel giardino della resurrezione. E continua nel corpo mistico di Cristo. Questo corpo spirituale non può esser ridotto a una formula dottrinale perché esiste in un universo di esperienza che si espande continuamente. Il Corpo di Cristo è, alla fine, l’intero mondo materiale, compreso il picco evoluzionistico raggiunto nella consapevolezza umana. E’ diventato lampante con l’esperienza consapevole che la sua sorgente, la direzione e il destino sono una cosa sola.

Come possiamo ritrovare ciò che abbiamo perso senza perdere ciò che abbiamo raggiunto? Come la sicurezza negli ospedali, la risposta è semplice. Osserva e prega. Vigila e volgi l’attenzione da te stesso verso l’altro. Sviluppare l’arte della contemplazione ci fa avanzare nel cammino dell’evoluzione, non ci porta indietro nel tempo come in ritirata dallo stress del presente. Ma ci vuole di più che esser semplicemente attenti al presente. L’attenta consapevolezza (sto parlando di qualcosa in cui anche i buddisti credono) non ci fa progredire abbastanza, malgrado certamente dia inizio al procedimento.

Ma per questo, tutte le tradizioni spirituali nella nostra cultura dovrebbero essere grate ai maestri dell’attenta consapevolezza laica. Ha aperto la porta a una dimensione che il movimento riduzionista è sembrato sbattere in faccia alla meditazione per quanto essa sia radicale semplicità. Eppure l’attenta consapevolezza, senza la meditazione, rimane bloccata nell’approccio riduzionista escludendo il maggior contesto in cui la consapevolezza si sviluppa, l’ampiezza e la trascendenza dello spirito.

Se diventiamo attenti nel presente – attenti ai sentimenti, alle condizioni della mente e alle reazioni – possiamo fare il primo passo. Ma il processo più profondo e trasformativo inizia quando avanziamo verso la meditazione e impariamo l’arte più semplice ma più impegnativa di tutte le arti umane: allontanare l’attenzione da noi stessi. Attraverso la profonda partecipazione alla storia in cui siamo immersi nel periodo liturgico della quaresima, la sofferenza, la morte e la resurrezione di Gesù, essa ci mostra il suo significato. Significa lasciarsi alle spalle il sé e trovare noi stessi in Dio grazie ad una trasformazione dei nostri rapporti con gli altri.

*

Nelle istituzioni secolari contemporanee c’è ancora timore nei confronti della spiritualità esplicita e ancor di più verso qualsiasi tipo di vicinanza alle tradizioni religiose. Questa è l’eredità degli estremismi della religione – l’indifferenza, la religione esteriore del passato e il fondamentalismo violento del presente. Se l’aver ridotto la religione ad una forza sociale fallimentare ci condanna a non avanzare nel cammino di consapevolezza più in là dell’esser consapevoli di noi stessi, allora non avremo abbastanza forza per spingerci fuori dalla crisi culturale che stiamo attraversando.

Ed è perciò che questa è l’epoca della contemplazione, qualcosa che i grandi scienziati hanno intuito ancor prima di molti leader religiosi. Ci aiuterà a far avvicinare la scienza alla sua prossima frontiera di tempo e spazio. E, con o senza la religione, ci dovremo arrivare. Questa è l’epoca della pienezza di cuore, dell’integrazione della consapevolezza di entrambi i centri del sé, quando la mente arriva al cuore e il nostro intero sé entra a far parte della radicale semplicità dell’amore.

La pratica della meditazione parla al cuore dei contemporanei quando non facciamo che languire nelle acque stagnanti del consumismo e del malfunzionamento sociale. Possiamo forse cominciare a meditare per dei motivi che più in là nel cammino ci sembreranno incentrati su noi stessi; le ragioni per cui continueremo a meditare saranno diverse da quelle iniziali. Come ci insegna l’esperienza, attraverso la pratica, e man mano che cresce intorno a noi la consapevolezza della comunità, ci rapporteremo in modo diverso alla tradizione. Non avremo bisogno dei testi scritti del passato se non per affermare e spiegare quello che stiamo già imparando in prima persona. Non andremo in cerca di esperienze di seconda mano – come capita spesso con persone religiose – o non diventeremo dei voyeur dello spirituale. Saremo esploratori.

Meditiamo per capire che, semplicemente così come siamo,

con le nostre colpe e i nostri fallimenti,

siamo presi nel vortice divino

Dal punto di vista culturale vedremo che la meditazione ci porta in una consapevolezza contemplativa che trasforma corpo e mente. Non è, come teme la nostra mente iperattiva, l’estinzione del sé alla fine del pensiero. Desideri e distrazioni continueranno ad esserci. Ma impareremo a distaccarcene. Saremo guidati verso la povertà di spirito – libertà non-possessiva e non controllata – che è fondamento di pace e giustizia e di ogni azione di compassione. Gusteremo la delizia della fine della bramosia e dell’ossessione di esser perfetti, di aver successo e di essere approvati.

‘Poiché la terra si riempirà della conoscenza della gloria del Signore come le acque ricoprono il mare’ (Abacuc 2, 14)

Le grandi tradizioni sapienziali – come indicano la morte e la resurrezione di Gesù – ci propongono un modo di morire lasciando andare tutto – adesso – in ogni nostra meditazione e sempre più in qualsiasi momento del giorno. Quindi ‘la seconda morte’ – la nostra fine biologica – non avrà su di noi alcun potere. Liberi dalla paura della morte diventiamo liberi di vivere pienamente. La via verso ciò non sono le promesse del riduzionismo – controllo su tutto tenendo tutto lontano. E’ una via più stretta che tuttavia porta alla vita.

La via della realizzazione di sé è la via dello svuotamento del sé. Nel Getsemani e sul Calvario Gesù si è inoltrato in quel processo di auto svuotamento che era stato la sua nascita. Come Dio ha lasciato andare Se stesso perché la Parola diventasse carne, così Gesù ha lasciato andare la sua umanità per ritornare e aprire la strada che noi dobbiamo seguire. ‘Dove io vado…mi seguirai più tardi’ (Giovanni 13, 36)

L’esperienza contemplativa trasforma la religione perché rende ovvia l’umiltà di Dio. Non ha bisogno della nostra adorazione, solo del nostro amore. Trasforma il mondo perché ci riporta alla diretta e personale esperienza di Dio. In Gesù vediamo come Dio prende sempre il posto più in basso. La religione contemplativa rivela – come fa a volte un grande leader religioso – la ridondanza delle gerarchie e il sistema di controllo del potere che regolarmente vengono costruiti su quella umiltà divina e la offuscano. Ciò che il riduzionismo non capisce, ma lo fa la povertà in spirito, è che il maggior potere nel cosmo deriva dall’essere senza potere, dalla kenosis, dallo svuotamento di se stessi.

Perché le persone sono spinte a meditare? E perché è tanto importante insegnare a meditare? Perché ciò ci nutre di verità, non di illusione. E perché mostra che non meditiamo spinti dal desiderio di essere illuminati. Meditiamo per capire che, così come siamo, con sbagli e imbarazzanti fallimenti siamo presi nel vortice divino. Veniamo trasformati in quello che veniamo a vedere. L’ego si fa indietro. Il riduzionismo con cui abbiamo cercato di controllare il mondo si riduce in cenere nel fuoco dell’amore. E allora le ceneri che abbiamo usato nel mercoledì delle ceneri saranno servite al loro scopo.

Laurence Freeman OSB