Newsletter giugno 2014

 Carissimi,

poche settimane fa abbiamo celebrato la Pentecoste nel giardino inondato di sole della casa di Meditatio a Londra.

Per quelli che sono abituati a troppi giorni di nuvole e pioggerella, il sole che splende davvero sui buoni e sui cattivi allo stesso modo è qualcosa di particolarmente meraviglioso. Mettendo in evidenza i colori nascosti nelle giornate monocrome, tutta la vita sembra danzare miracolosamente mentre ogni elemento mostra il vero se stesso. Normale, ma allo stesso tempo un incantesimo. Lo Spirito Santo è disceso non in lingue di fuoco – per quanto a un certo punto tutti tenessimo in mano le nostre candeline accese per ricordarcene – ma in onde di energia solare di un giorno infiammato di giugno. Chi aveva una testa luccicante o capelli rossi è andato dritto verso l’ombra, altri hanno sperato in un po’ di abbronzatura – molti doni uno Spirito, molti individui ma ‘una persona indivisa’ come ci insegna da sempre l’Eucarestia.

            Lo Spirito può fare cose sorprendenti quando trova persone disponibili  e a volte anche se non sono tali. Può tramutare un’ora passata insieme in un giardino condividendo le Scritture e il pane, in una benedizione che tocca singolarmente ogni persona. Lo Spirito può essere religioso ma può anche, e non di meno, pervadere quelli che le persone religiose chiamano gli aspetti profani o secolari della vita. Se abbiamo capito bene l’incarnazione, quale parte della vita non fa parte della vita dello Spirito o non è in grado di essere risanata, rinnovata, corretta e attivata da lui? Seguiamo vie diverse dopo questi momenti e ci portiamo dentro una reale esperienza – che forse svanisce – di unità, di unicità connessa che la persona umana intuitivamente cerca e si augura di trovare.

 

                                                           ***

            Le nostre vite sono viaggi spirituali. Qualsiasi valore la società possa dare alle vite individuali, esse sono tutte uguali in quanto iter spirituali. Ma una vita non realizza consapevolmente cos’è fino a che non smettiamo di vedere il viaggio spirituale semplicemente come una parte della nostra vita in competizione con altre esigenze. Spesso ci sforziamo di ‘trovare il tempo’ per la meditazione o per altri aspetti della vita che abbiamo etichettato come spirituali. Parliamo anche di ‘valori spirituali’ come se fossero essenzialmente diversi da altri. Oppure dedichiamo uno spazio o un momento particolare alla spiritualità, ma poi regolarmente lo interrompiamo quando ritorniamo nel flusso vorticoso della corrente delle nostre attività. E così non capiamo e perdiamo una grande opportunità, cioè quella di vivere tutto e sempre – pienamente consci – nella vita dello spirito.

            Fin quando pensiamo che la spiritualità sia solo un’esperienza somma, un qualcosa di straordinario, raro, prezioso ma normalmente non raggiungibile, neghiamo la vita – il succedersi di fatti normali – come in effetti la viviamo, neghiamo la possibilità di essere totalmente vivi. Pensiamo che le cose più comuni – guadagnarsi da vivere, stare in equilibrio fra uscite ed entrate, occuparsi delle faccende di casa, aspettare l’idraulico – manchino di un qualcosa. Forse non sappiamo cos’è quel qualcosa – magari qualcosa di coinvolgente, trascendente, magico, fuori dal mondo. E allora è troppo facile inventarsi un qualcosa che possa essere messo al posto di ciò che sentiamo mancarci. Oggi ci sono sul mercato molti prodotti e corsi che offrono di colmare questi spazi, alcuni non sono dannosi ma altri distruggono. Qualsiasi cosa, da una ‘spiritualità’ superficiale che ti fa stare subito bene ma non ha un potenziale trasformativo, o l’abuso di alcune sostanze o la dipendenza dal mondo digitale che fa perdere la nozione del tempo, può esser presa come sostituto. Sostituto di cosa? Di quello che ci rende capaci di vedere che non c’è un momento della nostra vita – i momenti beati dell’intimità, i negoziati sul filo del rasoio di una transazione di affari, le ore perse in aeroporto, i bioritmi del nostro corpo – che non sia legato allo spirito.

            Forse quello che ci porta fuori dai binari è il prendere le metafore spaziali – interiori ed esterne – troppo letteralmente. Il vangelo lo evita usando una parola di significato duplice per descrivere il regno dei cieli – è ‘in’ noi e ‘fra’ di noi. E’ vero che lo spirito vive in noi, ma è anche vero che noi viviamo nello spirito.

                                                           ****

 

            Pentecoste è una festa emozionante. La storia andrebbe bene in televisione. Un gruppo di persone impaurite e sfinite che hanno perso la loro ragione di vita si ritrovano chiuse in una stanza. Un vento forte soffia e lo Spirito Santo discende su ognuno di loro come una lingua di fuoco. I due simboli spiegano la duplice natura dello spirito che trascende la dualità: in quanto vento viene e va dove vuole. Nessuno può controllare il vento. Il fuoco d’altra parte è collegato allo spazio – brucia ciò che tocca. Dopo questa esperienza sono cambiati – non sappiamo, se non attraverso queste metafore, cosa avvenne veramente o per quanto tempo tutto ciò ebbe luogo. Persone nuove ma le stesse.  Sono stati spinti da una condizione di isolamento e paura in un nuovo modo di essere. Hanno qualcosa da comunicare ed il loro desiderio di farlo è così acceso che nemmeno le barriere linguistiche e culturali possono frenarli. Hanno trovato una ragione di vita e la vita li inonda di significato. Sono lanciati verso una vita di insuccesso trionfante.

            Ci scontriamo tutto il tempo con il significato. Gli eventi più importanti della vita mettono in risalto il nostro bisogno di significato. Nella vita ‘di tutti i giorni’  questo bisogno è meno pressante e quindi facilmente lo accantoniamo. Ma per esempio quando subiamo una perdita tragica e irreparabile, essa ci provoca un dolore tanto forte da poterlo definire crudele – ed il fatto che sia senza senso fa parte di questa crudeltà. Infatti è solo successo, anche se per noi è una tragedia. Nessuno ne ha colpa se non nel campo di causa ed effetto in cui siamo tutti colpevoli.  Se non avessi sbagliato l’ultimo passaggio, la catena di eventi che hanno portato alla successiva ma non correlata tragedia, sarebbe stata significativamente diversa? Un uccello che spicca il volo da un ramo in un determinato momento rende diverso l’universo. E Gesù pensava che anche gli uccelli fossero importanti.

            Dibattersi nella ricerca di un significato degli avvenimenti più dolorosi è un processo interminabile. (Ci preoccupiamo di meno del significato di fatti piacevoli, contenti soltanto che accadano). Nel disperato tentativo di trovare un senso – perché il vuoto del senza significato è alla fine anche peggio del dolore di una tragica perdita – siamo tentati di costruirci dei falsi significati accusando qualcuno o noi stessi di non essere stati tanto perfetti da prevenire i fatti. Ci vuole tempo, una fase di vertigine nel vuoto del senza senso, per realizzare qual è veramente il significato. Non sarebbe bello se ci fosse una risposta o una spiegazione? Come sarebbe facile se ci fosse una formula di parole o di  fede da applicare in ogni circostanza e risolvere così tutti gli umani dilemmi. Ma, come tutti sappiamo bene, quando affondiamo nel vuoto spesso ciò che si smonta e va in pezzi prima di tutto sono le nostre convinzioni e le nostre spiegazioni. Magari ci aggrappiamo ancora ad esse ma sono loro a non aver più presa su di noi.

            Il senso arriva come la discesa delle lingue di fuoco o come il vento forte che soffia da non si sa dove e manda tutto per aria in un caos apparente, riorganizzando tutti gli arredi della vita. Capita, in effetti, non in quanto risultato di uno sforzo intellettuale o di una elaborazione emotiva, per quanto importanti possano essere questi aspetti di noi stessi nei confronti del nostro senso di equilibrio e di armonia. Il significato viene alla luce quando diventiamo consapevoli di legami fino ad allora sconosciuti.

            Ecco perché lo Spirito è una forza tanto elusiva e inafferrabile. Vorremmo afferrarlo e metterlo in bottiglia. Le religioni a volte cercano di far proprio questo nelle loro credenze e nei loro rituali. Non che queste forme religiose non possano esprimere e diventare uno spazio per l’azione dello Spirito, come nella nostra ora in giardino. Ma il ‘sacro’ non è più contenitore dello Spirito che il ‘mondano’. L’incarnazione del divino impersona proprio questo; ed il fatto che Gesù non sia nato nella casta dei sacerdoti lo dimostra benissimo. Lo Spirito soffia dove vuole, ha detto Gesù, e non possiamo dire da dove viene o dove va. Che sfida, allora, lo Spirito offre all’ego dell’uomo che ama sentirsi protetto e in controllo? E così lo Spirito ha la meglio e noi non possiamo ‘ricevere’ o fare esperienza dello Spirito se noi stessi non diventiamo spirituali.

            Ma tutti questi discorsi sullo spirito significano qualcosa per un presidente di banca assillato dai problemi,  per l’esausto direttore di un centro per i senzatetto,  per un povero senza fissa dimora che dorme davanti alla porta di un negozio, per una madre che veglia tutta la notte suo figlio malato, per l’infermiera alla fine del turno, per un medico che lotta con le scelte da affrontare per curare e dar sollievo alla sofferenza? Se non è importante per loro – per tutti noi in qualsivoglia modo costruiamo i rapporti che danno senso – allora la ‘dimensione spirituale’ della vita è essa stessa senza senso e non esiste un vero significato di nulla. Possiamo tutti andarcene a casa – solo che senza senso non abbiamo una casa dove andare.

 

                                                                       ****

            Non possiamo conoscere qualcosa che non amiamo. Anche se notiamo qualcosa ma non ci interessa, non la conosciamo davvero. L’altro giorno stavo guardando (devo dire dall’altra parte della strada) una donna che faceva fatica per le troppe borse della spesa e a un certo punto le è caduto qualcosa da uno dei sacchetti; sembrava smarrita su cosa fare. Posare per terra tutte le borse per prendere ciò che le era caduto? Come avrebbe fatto a ritirare su tutto? Era chiaramente una situazione complicata e una scelta difficile. Per fortuna un buon Samaritano la notò e si preoccupò per lei. Di corsa prese quello che le era caduto e lo rimise a posto attentamente in uno dei sacchetti. In altre circostanze avrebbe potuto sembrare un’intrusione, ma sarebbe stato assurdo e illogico dare in mano alla signora la cosa caduta quando aveva le mani occupate dalle borse. In alcuni momenti di necessità siamo più vicini gli uni agli altri e possiamo sospendere le normali regole di distanza. La necessità umana traccia dei nuovi confini delle relazioni. Se noi o i nostri governi non lo vediamo, allora siamo ciechi.

            La signora con le borse si profuse in ringraziamenti ma saggiamente non gli diede la mano. Il Samaritano sorrise e si allontanò, come devono fare i buoni Samaritani. Ma avevano avuto un momento di vicinanza. Non erano più sconosciuti. Non sapevano nulla l’uno dell’altro ma – in modo essenziale,  per quanto fugacemente (ma cosa non è fugace?) – si erano incontrati. Se c’era stata una relazione, era perché il Samaritano si era accorto di cosa era successo, aveva visto la donna in difficoltà, si era preoccupato altruisticamente e spontaneamente e aveva semplicemente dato una mano a chi era nei guai. Non c’era stato tempo per un ragionamento o per un senso di obbligo o per decidere di fare una buona azione. Lo Spirito, sempre nelle vicinanze quando abbiamo un rapporto, deve essere stato soddisfatto e poi se ne è volato via.

            Si trattava di una evidente lucidità in gran forma tanto da esser capace di reagire a qualcosa di esterno, alle immediate necessità e preoccupazioni. Un gran numero di persone, sorprendentemente, avrebbe potuto dare un’occhiata e non sentire alcun impulso a muoversi e a dare una mano. Ma è una reazione istintiva aiutare qualcuno che è in difficoltà e la nostra comune coscienza avrebbe avuto qualcosa che non va se non avesse reagito. Una tale esperienza di sensibilità seguita dall’azione fa crescere a un livello superiore la nostra consapevolezza. Diventiamo più consci, per quanto non sia lo stesso che diventare più auto-coscienti o più auto-analitici. Mi auguro che il buon Samaritano, in questa storia non troppo sensazionale, non abbia passato tanto tempo a prenderla in esame quanto ho fatto io. Se comunque è andato avanti per la sua strada, penso che potrebbe essere in grado di scoprire un potenziale maggiore per fare esperienza di un rapporto e vivere la vita in modo significativo. Ha creato lo spazio per questo contatto quando si è dimenticato di sé e ha fatto  materialmente attenzione a chi aveva bisogno di aiuto. In quel contatto il senso era chiaro e poteva arrivare a capire che il significato dell’attenzione è l’amore.

 

                                                                       ****

 

            Diciamo che la sorgente della consapevolezza è l’amore e che ciò si manifesta attraverso normali avvenimenti quotidiani in piccoli gesti di gentilezza coi quali facciamo esperienza del nostro rapporto con gli altri. Vediamo e dimostriamo di essere consapevoli perché siamo nell’amore. (‘Chi non ama non conosce Dio’) Questo è un modo di capire cosa è lo Spirito Santo e cosa fa.

            La consapevolezza è evolutiva. Vuol dire che diventiamo più consapevoli nel corso della vita e anche che abbiamo un sempre maggior grado di apporto di consapevolezza. E’ importante raggiungerlo quando prendiamo in considerazione l’idea di insegnare la meditazione ai bambini. La gente diceva – e lo dice di meno oggi data l’evidenza del contrario – che ‘i bambini non sono pronti per la meditazione’. Questo è generalmente il punto di vista di chi dice di ‘non avere il tempo per meditare’ e quindi ne sa poco o nulla se non quello che può aver sentito dire o letto. Come per la musica, di cui non abbiamo un’opinione valida se non dopo averla ascoltata, così per la meditazione dobbiamo averne fatto una qualche esperienza prima di cominciare a capirne qualcosa.

            Dato che la consapevolezza si evolve, la meditazione, il cui primo risultato è una maggior attenzione e una consapevolezza superiore, ci aiuta a ogni livello del continuo processo di evoluzione. Non ci aspettiamo che un bambino o noi stessi si possa diventare tutto d’un tratto o magari in futuro dei santi illuminati solo perché la meditazione è diventata parte della nostra vita. Ma quando la meditazione si integra nella vita quotidiana, notiamo che ci rende più pronti ad accorgerci delle persone che hanno bisogno di aiuto e, man mano che aumenta la nostra consapevolezza siamo più capaci di stendere le braccia verso di loro. Alla fine ci rendiamo conto che l’amore è la sorgente e il segno della consapevolezza.

            La meditazione di per sè non risolve ovviamente tutti i problemi del mondo nè ci fa capire all’istante il significato di una perdita personale. Ma è un catalizzatore potente ed universale

           

                                   Alla fine ci rendiamo conto che l’amore è la sorgente

                                               e il segno della consapevolezza

 

verso l’evoluzione della consapevolezza che rende chiara in modo abbagliante ogni ovvia e normalmente semplice soluzione. E rivela il significato perché ci guida inevitabilmente e praticamente alla verità consapevole  dei rapporti  in cui viviamo, ci muoviamo e siamo.

            La cultura occidentale si sta avvicinando di nuovo a questa semplice verità dopo averla persa per molte generazioni. Per esempio il ‘movimento mindfulness’ e molti altri movimenti laici di consapevolezza sono da elogiare per aver appoggiato questo recupero. Quelli come noi che sono nella Chiesa dovrebbero essere grati, anche se siamo impazienti nei confronti della lenta comprensione delle istituzioni religiose per quanto di spirituale sta accadendo nel mondo. Forse siamo troppo interessati all’eternità e non abbastanza al presente.

 

                                                                       ****

 

            Ma deve succedere ancora molto altro se si vuole salvare in tempo il nostro mondo dalla sua stessa avidità, distrazione e furbizia interessata.. C’è ancora molto da capire sulla consapevolezza stessa. Non si tratta solo di notare l’oggetto che cade dalla borsa della spesa e vivere il momento. Vuol dire raccattarlo spontaneamente ed altruisticamente per poi proseguire senza aspettarsi nulla in cambio. Succede, e la consapevolezza si alza di livello, quando spostiamo l’attenzione da noi stessi verso l’altro. Possiamo, e certamente dobbiamo, essere più auto-consapevoli. La nostra dipendenza dalla realtà virtuale e da un  groviglio di distrazioni riduce la nostra consapevolezza e la consapevolezza di quello che succede intorno a noi. Ma oltre, c’è il fare esperienza del rapporto con l’altro e sapere che è amore. ‘Amore è il mio significato’ ha detto Dio a Madre Julian.

            Ecco come ci trasforma la meditazione. Trasformazione non è solo un cambiamento. I cambiamenti vanno e vengono, come i mal di testa. Come dice il bugiardino, se i sintomi non scompaiono consultate il medico. Possiamo diminuire la disattenzione e i suoi effetti negativi che fanno abbassare i livelli di consapevolezza, ma per cambiare permanentemente lo schema comportamentale e risolvere la questione per sempre dobbiamo impegnarci in una condotta trasformativa. Dobbiamo seguire e cooperare con il processo trasformativo che, volenti o nolenti, è al centro della vita. Nasciamo per trasformarci.

            La ragione o l’ego o l’auto consapevolezza non possono farlo. Essere coscienti di se stessi a un certo punto richiede l’auto-trascendenza. Se non sapete cosa vuol dire, provate a ripetere il mantra per trenta secondi e lasciate andare pensieri o sensazioni. Tutti i pensieri alla fine ci tornano in mente (di solito molto in fretta) perché è lì che nascono. Mettete da parte i vostri pensieri e le vostre sensazioni e lascerete da parte il vostro sé. Così facendo, per quanto in modo imperfetto, diventiamo una parte attivamente consapevole del processo evolutivo della nostra esistenza e ‘lo Spirito verrà in aiuto alla nostra debolezza’ ogniqualvolta saremo allo sbando.

            Lo Spirito è amico, consigliere e maestro; è sempre dalla nostra parte, senza ipocrisia, anche quando siamo nell’errore. E’ tutto quello che noi speriamo sia un amico saggio e amorevole. Questo è un modo di descrivere l’esperienza che facciamo quando emergiamo dall’abisso del nonsenso ed entriamo in un ambito più attento di connessione. Lo Spirito rinnova e ricarica le batterie scariche della vita. Noi sappiamo che è lo Spirito, non i nostri strumenti, perché il rinnovamento fatto da noi stessi si esaurisce velocemente, ma l’azione diretta dello Spirito sostiene la trasformazione.

 

                                                           ****

 

            Per questo l’esperienza di Dio è molto più diffusa di quanto le persone religiose generalmente non ammettano. I primi cristiani erano abbastanza grandi da riconoscere ciò quando dicevano che chiunque ama conosce Dio e chi non ama non conosce Dio. Questa semplice, rivoluzionaria verità in qualche modo è stata sepolta nella competizione intellettuale per provare l’esistenza di Dio e dimostrare che la mia prova, il mio Dio era superiore al vostro. Kierkegaard diceva che più noi perfezioniamo le nostre prove di Dio, meno esse sono convincenti.

            Ciò che convince, naturalmente, è vedere che noi cambiamo – e come cambiamo. Dalla prospettiva contemplativa della religione – che ha sempre bisogno di lottare per rimanere centrale nelle istituzioni religiose – la cosa più importante non è cosa crediamo, ma in che modo crediamo. In questa prospettiva, la verità non è una conquista o una formula, ma uno svelare. La parola greca “aletheia” significa proprio questo, tirare via il velo. La verità sorge su di noi come l’alba. Il velo delle tenebre dell’ignoranza e dell’illusione è stato rimosso. Questa immagine è utile perché si riferisce a una esperienza integrale dell’evoluzione della consapevolezza. Ma deve essere personale. Non viene rimosso solo un velo, viene  rimossa  un’intera serie di veli per tutto il tempo che ci vuole per arrivare alla trascendenza finale  del sé e al nostro completo ritorno a casa.
Essendo intrinsecamente così personale, è più di una esperienza individuale. Non vediamo la luce restando isolati. L’idea stessa che possa essere così è proprio ciò che blocca la luce,  blocca il vento che trasforma e ci impedisce di esser toccati dal fuoco dell’amore. Per i cristiani questo è il senso del Corpo di Cristo. E’ un’idea centrale e profonda. L’aspetto istituzionale delle chiese a mala pena lo riconosce, e solo concettualmente, malgrado l’ampia evidenza a sostegno della verità che si svela nell’esperienza personale e nelle comunità.

            Una prova di ciò è come l’esperienza contemplativa ci rende più attenti e sensibili gli uni agli altri – creando una comunità piuttosto che un gruppo di auto-sostegno.  Un’altra prova è che con l’evolvere della trasformazione della consapevolezza, grazie all’aiuto dello Spirito che spesso sembra nascondersi dietro gli eventi attraverso i quali opera, ci rallegriamo  nello scoprire la capacità di distogliere l’attenzione da noi stessi. (Dato che ciò ci rende più attraenti agli occhi degli altri – non c’è nulla di meno attraente dell’egocentrismo – c’è un certo qual,  speriamo inconscio,  auto-interessamento).

            Recentemente, durante un lungo viaggio in aereo, cercavo un buon film da guardare. Non mi è riuscito di trovarne uno ma ho notato come molti trailer presentavano film di fantascienza in cui i personaggi scoprivano o ricevevano poteri sovrumani. Che suggerimento ne può venire a proposito del nostro senso culturale di noi stessi? Una speranza di evoluzione umana o un senso di perdita che deriva dalla disattenzione ai  poteri che già ci sono stati dati in dono. Forse questo è proprio ciò che fa lo Spirito (e la meditazione) – ci trasforma rendendoci consapevoli di chi siamo veramente.

Affettuosamente,

Laurence Freeman OSB