Newsletter dicembre 2014

 Carissimi,

La fine dell’anno avvia una nuova storia. Il Natale è ripetere una vecchia storia che si rinnova quando l’ascoltiamo di nuovo nella prospettiva dell’esperienza che abbiamo vissuto dall’ultima volta che l’abbiamo sentita.

 

Tramandata lungo oltre venti generazioni la storia di Gesù non è – e non voleva essere – una biografia e certamente nemmeno una specie di cronaca giornalistica di quelle a cui siamo abituati noi oggi. E soprattutto non tratta di avvenimenti storici oggettivi se non per il fatto che si riferiscono ad un’insolita esperienza di presenza oggi, una dimensione in realtà diversa da tutte quelle di cui siamo consapevoli di esserne a conoscenza. Sembra una storia così semplice e diretta, stratificata in modo convincente in tutti i ricordi dei nostri Natali fin dall’infanzia. Eppure è inesorabilmente sovversiva nei confronti di tutti i nostri modi falsi o incompleti di vedere le cose.

Ricordiamo com’è cominciata: Maria è promessa sposa a Giuseppe, ma prima di andare a vivere insieme a lui rimane incinta. Per fortuna Giuseppe è un brav’uomo e la prende comunque con sé. Gesù viene alla luce in bilico fra una tranquilla rispettabilità e una pericolosa marginalità. Il Figlio di Dio nasce quasi come un bastardo, socialmente emarginato, con la peggior etichetta con cui venire al mondo a quei tempi, quella dell’illegittimo. Magari possiamo pensare che abbia superato quel problema e che le cose possano essere andate avanti come avrebbero dovuto. Convenzionalità, rispettabilità, prevedibilità, il sogno che oggi un linguaggio manageriale definisce “sostenibilità”, tutte forme dei tentativi che facciamo per essere tranquilli, sicuri, protetti. E che sembrano esserci d’aiuto per negare la mortalità e ignorare l’abisso su cui procedono le nostre sottilissime vite.

Ma le cose vanno avanti nel modo sbagliato. Prima di tutto non c’è posto nella locanda, malgrado abbia due genitori a posto anche se piuttosto simbolici. E poi certamente potrà andare a casa e godere di un piacevole ed ampio ambiente familiare. Però a questo punto Giuseppe fa un altro sogno e diventano rifugiati che fuggono dalle loro vite mentre ha luogo un massacro di innocenti come quello di Peshawar. Alla fine possono ritornare e, immaginiamo che abbiano anni normali e di pace per far crescere il bambino. Ma vivono in un territorio occupato con frequenti attacchi terroristici e affronti dei quali la sacra famiglia deve aver almeno sentito parlare. Forse supponiamo che abbiano potuto godere almeno fino a un certo punto di ciò che tutti, e soprattutto i genitori, desiderano: calma, sicurezza e una tranquilla routine con delle piccole affrontabili sorprese.

In seguito Gesù perde tutto di nuovo quando allo stesso tempo crescono in lui l’auto-conoscenza e la consapevolezza della sua missione. In breve diventa una celebrità controversa, ancora una volta sul filo del rasoio del rifiuto sociale e dell’esclusione. Sfida (come il Papa attuale) le sicurezze che i capi e la classe privilegiata si costruiscono per evitare la realtà – ipocrisia morale, religione che blocca la consapevolezza spirituale e ben strutturate e difese false immagini di Dio, in effetti blasfeme che pretendono di esser sacre. E quindi, non ci sorprendiamo, la storia finisce com’era cominciata con un fallimento, il salvatore esce dallo schermo universalmente condannato, un profeta mancato, un guaritore che non è riuscito a salvare se stesso.

Che storia. Forse molti genitori che si sentono male per non aver creato “la famiglia perfetta” e non sono stati in grado di dare ai propri figli tutta la sicurezza e l’amore di cui hanno bisogno, si dovrebbero consolare di fronte a questa storia. Ci ricorda che c’è un senso, o almeno un modo attraverso i nostri fallimenti, nell’essere quello che vorremmo (o dovremmo) scegliere di essere. E non è forse interessante notare come noi tanto in fretta evitiamo di pensare al significato liberatorio della storia di Natale, mentre la facciamo diventare una parodia o una favola? Quando facciamo così, potenziamo proprio gli aspetti che la storia dovrebbe denunciare e sfatare e dei quali dovremmo liberarci. Se non capiamo il suo significato restiamo bloccati su un’immagine di Dio che non solo è sbagliata ma anche ci confina nella colpevolezza e nel fallimento. Vediamo Dio non come colui che viene verso di noi per “liberarci dai nostri peccati” ma come colui che vuole aumentare il castigo. Teresa di Lisieux nella sua profonda semplicità conquistata a fatica, l’ha visto con chiarezza. Era colpita nel vedere come molti cristiani fossero timorosi di Dio. Come si può esser spaventati da un Dio che si è fatto bambino ?

Ma non possiamo semplicemente dare la colpa di tutto ci agli altri. Quello che veramente fa paura non è il Dio reale, ma il terrore che proviamo di perdere le nostre illusioni.

Per difendere i modi con cui costruiamo il mondo come se potesse essere una difesa contro la durezza della realtà, costruiamo sistemi, istituzioni sopravvalutate e presuntuose strategie. Se riusciamo a cavarcela in questo modo, diciamo che è quello che Dio vuole. Veramente la vita è così breve e fragile, che non c’è da sorprendersi se teniamo tanto ai nostri modi e alla nostra sicurezza. E spesso funzionano. Come l’industria del trasporto aereo che ha avvolto il mondo in un continuum spazio-temporale e ha cambiato i nostri modi di immaginare il pianeta terra e di rapportarsi con i nostri simili. In questo processo ovviamente siamo diventati “clienti” di commerci piuttosto che eroici “viaggiatori” o pellegrini. Gli aerei oggi prendono il posto della lunga, pericolosa, scomoda esperienza di viaggio, privilegio di pochi, che faceva attraversare alle persone culture e climi differenti andando a passo d’uomo, dando il tempo di assaporare transizioni e gradazioni culturali e di assimilare e di analizzare le diversità di lingua, cibo, credenze e forme di preghiera. Invec oggi noi siamo ossessionati dalla velocità. Abbiamo creato una cultura di strabiliante sterilità e frenetica alimentazione del consumismo nel sistema aeroportuale globale. Ma è sicura. I regolamenti dell’industria hanno creato, ad un certo prezzo, una forma più sicura che mai di trasporto. E quindi evviva il riduzionismo e la standardizzazione e i mezzi tecnologici che funzionano.

Ma quando non funzionano, l’illusione di sicurezza, e la smentita della realtà crollano. Da un piccolo strappo nel velo vediamo, prima che lo si ripari, che l’abisso è ancora lì.

Per quel che mi ricordo negli scorsi venticinque anni ho perso solo due voli (molti di più sono stati quelli cancellati o che hanno avuto ritardo). Poco tempo fa ne ho persi due nello stesso giorno. Quando l’agitazione, il disappunto di dover annullare un impegno preso, le sudate per correre da un gate all’altro per risolvere la situazione, quando tutto era passato, ho avuto un paio d’ore per distendermi e ricevere una grande grazia. (Tutte le cose brutte hanno in loro stesse delle grazie nascoste che aspettano di poter apparire, come una farfalla da una crisalide raggrinzita o un angelo che sbuca fuori dalle macerie di un giorno di tristezza e che ci fa guardare oltre la nostra sconfitta). L’altro giorno l’angelo di Heathrow non mi era apparso proprio in questo modo. Ma la mia grazia, malgrado la mia agitazione e la follia consumistica che mi circondava, è stata quella di riuscire a meditare in un angolo tranquillo e così di risettarmi. Ho capito che, per quanto ovviamente fosse importante, allo stesso tempo non importava. Quella pace è più profonda dell’agitazione. Mi era stato insegnato ancora una volta quale tesoro ci aspetti, sempre fedele, nel cuore dell’uomo. Non l’avevo dimenticato e non avevo smesso di crederci. Ma dovevo fare una verifica e quell tesoro fu felice di farsi trovare. Questo riscoprire è quello che rende la vita sopportabile, significativa e fondamentalmente degna di essere vissuta. Con ogni nuova scoperta la fede diventa più profonda e i nostri cuori più saldi nella gratitudine.

Da bambini ci hanno insegnato ad esser grati per i doni ricevuti o per i privilegi della vita. Ma ci vuole molto tempo per riconoscere e apprezzare veramente quelle cose che spontaneamente dovrebbero far sorgere in noi lo spirito di gratitudine, innanzitutto non le cose che abbiamo, ma il semplice fatto di essere. Ci fissiamo facilmente sulle nostre insoddisfazioni e sui desideri non realizzati. Diamo per scontate tutte le cose davvero benedette nella vita che ci collegano direttamente al dono stesso dell’essere. Se momentaneamente scompaiono, noi magari diciamo con sconforto e angoscia: ‘ecco la prova che erano solo illusione’. Eppure, vivere senza questo istintivo sentimento di gratitudine rischia di farci precipitare nell’abisso e cadere giù da quel ponte stretto su cui camminiamo dalla nascita alla morte.

Alla fin fine non si tratta di farci dire cosa ‘dovremmo sentire’. Presto diventiamo abili nel far finta di essere, anche con noi stessi, come ‘dovremmo’ sembrare, educati e attenti a conformarci alle aspettative di coloro dai quali dipendiamo. Ma si tratta di scoprire quella sorgente di vita che sgorga in noi da una fonte aldilà del cosmo visibile ed oltre il mistero del tempo creato con il cosmo. E’ inimmaginabile e perciò oltre ogni desiderio che questa sorgente sia effettivamente molto più vicina a noi di quanto noi non lo siamo a noi stessi. E’ il dono del Natale (e della meditazione).

 

Quello che ci spaventa non è il Dio reale

ma il terrore che abbiamo di perdere

le nostre illusioni

 

Liberare questa sorgente di vita genera spontaneamente gratitudine. La gratitudine demolisce le barriere della competizione e del sospetto che perennemente ci separano da ogni vera connessione. Ma come si può fare? Se solo ci fosse un sistema, un programma da comprare o da inserire. No, esso viene semplicemente con lo stare immobili. Nello stare immobili cresce la conoscenza. Supponiamo che questa conoscenza arrivi come un personaggio famoso con un gran seguito di persone o come un’armata di occupazione che viene ad invaderci. E non si trova in una tempesta o in terremoto. Viene con la forza della tenerezza, con il tocco infinitamente leggero di Dio, con una sensibilità che si auto-rivela e con il rispetto per ciò che è stato creato. Ecco perché dissolve con tanta forza le tempeste della rabbia, della paura e della dipendenza.

Questo tesoro, il seme che sempre cresce in noi, deve esser continuamente riscoperto. Trovarlo – in prima persona e per noi stessi – è la dimensione essenziale del Regno. Non lo si può trasferire elettronicamente. Non è un prodotto o una merce di scambio. Non ha prezzo. Se il ricco e il potente lo vedono difficilmente, non è per una qualche punizione per il loro passarsela bene. Semplicemente non riescono a scorgerlo perché le loro modalità di percezione e relazione sono spesso condizionate e intrappolate dalla possessività e dal materialismo. Sono come dei corridori che tentano lo sprint con dei pesanti scarponi da trekking. E in ogni caso è esso stesso che decide il momento e il modo di rivelarsi. Noi possiamo trovarlo dovunque siamo e qualunque sia il nostro stato d’animo in quel momento, con i tempi di Dio, non i nostri. William Butler Yeats l’ha trovato una volta mentre era seduto in una sala da tè a Londra:

 

Io sedevo come un uomo solitario,

in un locale affollato di Londra,

un libro aperto ed una tazza vuota

sul tavolo di marmo.

Mentre osservavo il locale e la strada,

il mio corpo di colpo divampò

e per una ventina di minuti

sembrò, tanto era grande la mia felicità,

che io fossi benedetto e che potessi benedire.

(W.B. Yeats: La scala a chiocciola e altri Poemi)

 

Come per la storia di Natale, abbiamo sempre bisogno di re-imparare sia l’esperienza che il significato della scoperta di questo tesoro. Forse quel che è successo nei secoli è che ascoltavamo il racconto di ciò che (una volta) era stato nascosto nel campo. Gesù si è totalmente impegnato nel dirci che il Regno è in noi e fra di noi, nascosto in un campo, e cresce come un seme, scoperto mentre eravamo alla ricerca di qualcosa che avevamo penosamente perso, che sia una pecora, una moneta, un figlio o la propria stessa vita. In seguito, con la pubblicazione di importanti studi della tradizione mistica, alcuni professori hanno dibattuto le loro teorie, psicologi le hanno spiegate, teologi l’hanno notato ma sempre più evitato. Come Gesù stesso, tutto è stato marginalizzato. E’ diventato un’astrazione, una teoria, addirittura quasi un privilegio per religiosi celibi. Poi, come succede quando una parte di un tutto viene isolata, diventa oggetto di sospetto, incomprensione e anche timore. Sono state separate le dimensioni contemplativa, sacramentale e istituzionale della vita cristiana che insieme formano un tutt’uno. Il significato più importante della scoperta del Regno in noi e fra di noi – immediata, una grazia non una ricompensa, incondizionata e ininterrotta – tutto ciò che può trasformare un viaggio tremendo in un giorno di grazia, praticamente tutto ciò che potrebbe aiutarci a esser fiduciosi nel lungo-breve cammino sull’abisso umano – è stato oscurato o nascosto.

Dimentichiamo la ricchezza di doni della vita e perdiamo il cuore grato che rende la vita emozionante. L’Incarnazione proclama la bontà e la natura gioiosa della creazione e lo fa inglobando il lato oscuro, i fallimenti e le tragedie della crudeltà, non negandole. Come diceva Simone Weil, e non è una intuizione che possa sopravvivere a lungo in mezzo al duty free di Heathrow, la gioia e la sofferenza ci lanciano lo stesso messaggio. Se la storia della nascita era semplicemente idilliaca, un’immagine pubblicitaria per le nostre illusioni, non possiamo e non dobbiamo prestarle fede. Non sarebbe un vero regalo ma uno di quelli della serie ‘compra due e uno è gratis’. Può essere un buon affare e può servire ad assecondare i tuoi immediati bisogni e desideri. Ma sappiamo che non è veramente gratis perché se dicessimo ‘mi dia quello gratis ma io non compro i due da pagare’ , la verità verrebbe subito a galla. Il sorriso del commesso sparirebbe e ci chiederebbero di andarcene. Questo è il vantaggio di vivere in una società consumistica in confronto a una religiosa: ci dà tante opportunità ovvie e facili per toglierci le illusioni della vita. La tentazione del paradiso terrestre è anche sempre lì. E’ cercare di possedere il dono, per fare soldi (o raggiungere il successo o il potere) anche dall’esperienza di Dio, per metterlo in bottiglia o in un programma.

Gratitudine e realtà sono inseparabili e necessarie in tutti i modi di vivere equilibrati. Non è mai negativo fare esperienza dei doni della vita – luminosi e oscuri – come anche la pura grazia del Regno. Ci sono doni che impongono un senso di obbligo o richiedono un riconoscimento o addirittura ci rendono dipendenti da chi fa il dono. Ma ogniqualvolta siano collegati a dei legami sono falsi doni. Dio ci ha dato Dio in Gesù. E’ venuto in un mondo infranto e violento senza forza o minaccia di forza. E’ venuto dai suoi (noi) e i suoi non lo hanno accolto poiché accettare un tale dono significa esser trasformati. Tutti vorremmo cambiare, ma la trasformazione, come perdere le illusioni, è dolorosa e ci spaventa.

Un vero dono è donato. Ciò che è donato è anche lasciato andare e dato totalmente alla vita di chi lo riceve. Un dono di questo genere porta con sé la presenza, l’amore, l’io stesso della persona che dona. Quando, comunque, è donato ma non lasciato andare non può portare con sé l’io stesso del donatore. Così Dio dà Dio in Gesù ma lascia andare Gesù (addirittura lo abbandona, come ha sentito Gesù alla fine). Dio non pone condizioni nel dono, cosa che lo rende impegnativo e a volte travisato. E’ più facile scrivere i termini e le condizioni che non sono nell’intento del lascito – per esempio che dobbiamo essere buoni, obbedienti, conformisti, religiosi, ortodossi. Ricevere il dono di un altro sé vuol dire esser cambiati semplicemente perché ci dà un potere totale. Non per qualcosa che possiamo mettere in banca o di cui possiamo vantarci, ma nell’espanderci oltre noi stessi e rendendoci capaci di donare noi stessi.

Si può ignorare o rifiutare un dono solo perché il pacchetto non è allettante. Per molti il dono del Natale è avvolto nella Chiesa, che subito sembra voler porre termini e condizioni per poterlo ricevere. Ma la Chiesa sarà sempre parte del dono di Gesù al mondo. Come una comunità formata dall’influsso di questo dono che si estende lungo la storia e la cultura.

 

Il dono è fare scoppiare la bolla

e purificare l’aria inquinata

con la freschezza della realtà

 

Ma ci sono molti modi ecclesiastici di impacchettare e Papa Francesco ci sta mostrando che dovremmo senza indugio cambiarne alcuni. Il suo regalo di Natale alla Curia è stato un elenco di quindici mali dell’anima e della psiche – i modi in cui il dono viene oscurato dal clericalismo, legalismo, moralismo ipocrita. La Chiesa può fare di meglio e apparire migliore. Ma dietro l’istituzione visibile c’è anche l’esperienza della contemplazione in cui il dono si scopre e si riscopre sepolto – in attesa di esser trovato – nel campo del cuore.

La contemplazione -il semplice godere della verità – è essenzialmente un dono o una grazia, sia in un affollato caffè che in un aeroporto pieno di gente, sia in una stanza di terapia intensiva che nel fondo di una chiesa o in un chiostro tranquillo. E’ estremamente semplice, non facile. La meditazione ci allena a essere grati di questo dono alla sorgente. Man mano che impariamo ad accettarlo, impariamo anche a condividerlo e da ciò deriva un nuovo stile di vita, non basato sull’ideologia ma influenzato dall’amore. Nessuno può ricevere questo dono senza innamorarsi della fonte. Non si può riflettere profondamente sulla nascita di Gesù e non collegarla alla risurrezione. Non veniamo trasformati dalla riflessione ma dal riconoscimento. Non ricordando, ma ricostruendo. Il riconoscimento, graduale o improvviso, del Cristo risorto è la trasformazione del sé.

La meditazione ci aiuta ad accettare il dono. John Main ha detto che essa è il modo di ‘accettare il dono del nostro essere’ e tutto ciò che esso comprende. A volte può essere scoraggiante quando ci accorgiamo di essere degli allievi molto lenti. Solo un fallimento ce lo può insegnare e quindi non dovremmo sottovalutare il dono stesso del fallimento. Ascoltiamo, rispondiamo al dono e vediamo apparire i frutti.

Eppure, tanto facilmente torniamo indietro al vecchio sistema fallimentare dell’egocentrismo. Il respiro lungo dell’esser centrati sull’altro è di nuovo interrotto. O facciamo una offerta, magari cercando di offrire noi stessi agli altri, liberamente, senza complicazioni; ma quando ciò non produce la risposta che ci aspettavamo, ci tiriamo indietro, poniamo condizioni, ci inaspriamo contro il rifiuto.

Il dono del Natale, e il tempo che abbiamo in quei giorni per rifletterci sopra, ci rammenta di non sorprenderci inutilmente quando i doni vengono rifiutati o se il vecchio sistema dell’ego si riconsolida. Ricordiamoci delle reali circostanze della nascita e della vita di Gesù e come il suo insegnamento si è distillato nel dono di se stesso nello Spirito in cui dimora. Al contrario, anche a causa di apparenze sfavorevoli e ricadute umane, ci accorgiamo che il dono è un bene. “Perché mi chiami buono?” Gesù ha domandato una volta, “Nessuno è buono, se non Dio solo.”

La maggior parte delle nostre idee di bene sono collegate alle idee di male. Giudichiamo il bene in contrasto col male. Sembra un contrasto valido ma fa parte di un sistema di vedere le cose in modo dualistico, trasceso dall’incarnazione. Se Dio acquista la natura umana, la più basilare delle dualità è stata trascesa. Quando, come i primi maestri ci dicono, ‘si è fatto uomo così che noi potessimo diventare Dio’, cambia tutto il programma. Il bene è solo la stessa cosa di un comportamento etico (seguire le regole, non fare il male)? Il dono del Natale ci dice di no. Un nuovo modo di percepire le cose è penetrato nel mondo materiale e nel regno dell’uomo e ci dice che il bene che è Dio lascia alle spalle la normale differenza fra bene e male. Non dice che va bene rubare, uccidere, mentire e sfruttare. Ma dice che Dio non ci punirà se lo facciamo. Il castigo per questo tipo di comportamento è legato al nostro modo di rifiutare il dono della vera bontà. Poiché Dio non punisce nemmeno Erode o i macellai di Peshawar, noi siamo in grado di vedere la bontà che è Dio in una maniera che rivela e sovverte tutta l’umana oscurità. E ci da anche il coraggio di affrontarla.

Il comportamento etico umano è nei casi migliori episodico. Presto falliamo sotto il peso delle circostanze. Il vero dono della bontà è costante e non si interrompe. La parola che si è fatta carne esisteva da tempo immemorabile. E ancora la bontà che è Dio, ed anche essenza dell’umano, permea e redime il tempo con tutti i suoi sbagli e fallimenti. Prima che la si possa adeguatamente riconoscere in noi stessi, incontriamo questa bontà non in un pensiero ma nelle persone. Quando sono stato a Burma l’anno scorso con alcuni dei nostri insegnanti per parlare di meditazione su invito della chiesa locale, ho visitato una casa per handicappati tenuta da un gruppo di suore. A Burma non ci sono centri o programmi ufficiali per gli handicappati e molte famiglie non riescono a far fronte alle situazioni più difficili. In questa casa le suore hanno realizzato un ambiente ben organizzato e ricco di calore e molto più. Non c’era nessuna spersonalizzazione dell’individuo. In un certo senso c’era un po’ di disorganizzazione. Nessuna condiscendenza o fredda pietà ma un senso forte di eguaglianza e di comunità. Ritengo che questa testimonianza non sarebbe stata possibile senza l’esperienza del dono di bontà che trascende l’etica. Non nasceva dal fare il bene, in primo luogo, ma dall’essere buoni.

Le suore e le persone che si occupano degli ospiti sono fonte di grande ispirazione. Il successo e l’eroismo che generalmente richiama i grandi titoli e per un po’ ci stimola, generalmente svanisce presto dalla memoria. I veri eroi dell’umanità, al contrario delle celebrità dei media, non arrivano sulle prime pagine o diventano ‘virali’. Ma rimangono nelle nostre vite con il loro dono di sé. Ci fanno guardare al dono stesso dell’essere e, alla fine, al dono del Natale. Quindi evviva, Gesù è venuto. E, ancora più importante, è rimasto con noi.

La sua nascita nella piccola, disordinata e anche allora violenta e a rischio Betlemme è stata l’inizio della storia la cui fine è ancora da vedere. Le circostanze della sua nascita ci spingono a domandarci se davvero nasciamo nella bontà. Innocenti, puri e sorprendentemente capaci di vedere le cose come sono – ma davvero buoni come son buoni solo coloro che si centrano sugli altri? Nasciamo con un predominante istinto di sopravvivenza e cresciamo condizionati dall’attrazione verso il piacere e l’avversione al dolore. Fin qui tutto bene. Ma molto presto questo condizionamento agita il miasma dell’illusione. ‘Miasma’ è il vocabolo che descrive l’atmosfera inquinata in cui nascono brutti mali. Viviamo in bolle di miasma, di illusione, ma circondati dall’aria fresca della realtà. Presto siamo portati a pensare che l’illusione sia meglio della realtà. Il dono è far scoppiare la bolla e purificare l’aria inquinata con la freschezza della realtà. Per questo Gesù è venuto al mondo. L’amore scorre dalla pienezza e dalla pienezza che chiamiamo Padre è riversato nella realtà dell’uomo. Come la bellezza che in una parte del tutto ha la piena esperienza dell’unità, questo dono non solo rende sopportabile la vita, ma trasforma la nostra capacità di vita.

Nel 2014 ho avuto la grazia, come di solito, di vedere molte parti della nostra intera comunità che la meditazione crea e rinnova ogni giorno. Incontro l’interezza in ogni parte, in ogni meditatore. Vorrei ringraziare tutti coloro che mi hanno accolto con tanto calore nei dodici mesi passati perché siete di grande ispirazione per il dono che avete condiviso con me e che condividete con tante persone nelle vostre comunità nazionali e locali. Molte generazioni fa S. Agostino scriveva sulla preghiera breve, come un dardo, il mantra usato dai monaci del deserto. Oggi ha oltrepassato il deserto e la stessa vita monastica. Raggiunge le vite di bambini, anziani, studenti, quelli che stanno uscendo da situazioni di dipendenza, manager di fondi d’investimento e senza fissa dimora, parrocchiani e chi cerca una casa spirituale. E’ un dono grazie a cui capiamo cosa veramente significa dono e risveglia in me alla fine di un altro anno una meravigliosa gratitudine.

Tutte le persone di Meditatio House e del gruppo internazionale che lavora per la Comunità si uniscono a me nell’augurare ad ognuno di voi tutte le benedizioni e una felicità sempre più profonda per l’anno appena cominciato.

Laurence Freeman OSB