Newsletter Dicembre 2012

Carissimi Amici,

Quella che era una volta la grande città di Teotihuacan (“dove l’uomo incontra gli dei”) si estende a circa un’ora da quella che è oggi l’area urbana più popolosa del mondo, Città del Messico.

All’apice dello splendore questa civilizzazione pre-Colombiana arrivava a 200.000 abitanti. Poi, come per tutti gli imperi e tutti i successi, venne il declino. Quando gli Atzechi giunsero nella sua  via centrale più importante con le grandi piramidi del Sole e della Luna e del dio serpente il Quetzalcoatl, la memoria di quella cultura e delle sue credenze  era in gran parte scomparsa, mentre rimanevano soltanto le rovine materiali dei grandi edifici. La ricopertura rosso ocra delle piramidi si era sbriciolata e lasciava vedere solo la pietra grigia sottostante. Come è successo per le chiese medievali inglesi che oggi ci appaiono nel loro familiare e bel grigiore, il linguaggio dei vecchi vivaci colori e della vitalità sensoriale è andato perduto.

         Così ora sono grandiosamente presenti ed impressionanti, ma silenti su loro stessi, come dei potenti che parlano poco.

Non sappiamo in cosa credessero gli abitanti di Teotihuacan. Anche le denominazioni  delle piramidi sono state inventate dagli Atzechi al momento della loro scoperta. Come nei siti neolitici in Europa, l’energia della fede sembra provenire direttamente dalla pietra: dura, potente e commovente. Qui una volta, e lo sentiamo, vivevano persone devote a qualcosa che sapevano esser vero e grazie a cui avevano trovato la trascendenza nell’intensità e nel centro della loro fede. Ma quello che credevano è ancora oscuro per noi, anche se senza dubbio credevano con grande convinzione. Forse, come molti che hanno ancora credenze dure come la roccia, erano convinti che quello in cui credevano fosse la migliore e la sola verità. Forse questo spiega come mai oggi nel loro silenzio non-dogmatico questi siti spingono alla meditazione – soprattutto quando si ha bisogno di un momento di riposo dopo aver boccheggiato e incespicato fino in cima agli ultimi gradini stretti e ripidi delle piramidi.

Comunque non si possono ignorare le credenze personificate in queste grandiose costruzioni. Ad ognuno dei quattro angoli di ogni livello della piramide del Sole hanno scoperto lo scheletro di un bambino sacrificato. I nemici fatti prigionieri in battaglia venivano tenuti in vita fin quando non servivano come vittime sacrificali. I loro dei non erano certo amichevoli. E, per quanto la loro fosse una cultura coraggiosa e forte, in gran parte essa era dominata dalla  paura costante e dall’ossessione della morte.

 Così sono grandiosamente presenti ed impressionanti

 ma silenti su loro stessi, come dei potenti

 che parlano poco.

Per fortuna la mia visita alla Comunità di Meditazione in Messico coincideva con la festa nazionale e allo stesso tempo continentale di Nostra Signora di Guadalupe. La storia della festività è incredibilmente semplice. Un indiano nativo, cioè un indigeno, non uno della classe dominante spagnola, ebbe una visione della Vergine. “Si fece vedere da un indiano di nome Juan Diego, povero ma degno di rispetto” secondo quanto afferma un racconto dell’epoca. Era ‘un pover’uomo umile ma rispettato’. Un giorno mentre stava camminando verso la grande città, si ritrovò in paradiso – o almeno così vide con occhi nuovi i dintorni che gli erano familiari. “Sono nel posto di cui parlavano i nostri avi e i nostri nonni?”  si domandò. Il godimento di Juan Diego nella splendida e naturale bellezza di alberi e di animali in cui si ritrovò sommerso, richiama alla mente la stessa risposta del Pellegrino russo del XIX sec. la cui preghiera del cuore lo risvegliò alla visione della bellezza divina tutt’intorno a lui. La bellezza come l’amore può scacciare la paura.

La Vergine apparve con un travolgente messaggio di carità. Disse che avrebbe ascoltato i poveri in lacrime e la loro tristezza; ed avrebbe posto rimedio, purificato e curato tutti i loro problemi. La Vergine disse al povero indiano che sarebbe diventato il suo messaggero e avrebbe fatto risuonare le parole del suo amore personale “nello  sguardo  misericordioso e compassionevole”. Il cuore di questa grande storia  e la festa che ne rinnova il significato per la gente non è  violento. Ma è un confrontarsi con tutte le violenze istituzionalizzate, politiche o religiose, che sono causa di  inutili sofferenze e che privano di dignità i più deboli. Non fa crescere la paura ma la scaccia. La risposta della Vergine – manifestazione diretta della risposta divina ad ogni sofferenza umana – è uno sguardo contemplativo.

A Juan Diego fu detto di recarsi dal vescovo per dirgli che la Vergine voleva che fosse costruita in suo nome ‘una piccola dimora sacra’.  Arrivò all’ingresso della imponente residenza del vescovo e lì dovette aspettare a lungo. Alla fine ebbe udienza ma il vescovo si mostrò scettico e sussiegoso. La seconda apparizione della Vergine diede coraggio al povero indiano che si fece forza ma venne scacciato ancora una volta. I consiglieri del vescovo lo avevano persuaso che il piccolo indiano cocciuto doveva essere un imbroglione. Diego in seguito cercò di evitare nuovi incontri con la Vergine e le sue ripetute richieste. Ma Lei ad un certo punto lo bloccò e gli disse di riempire il cappotto con delle comuni piante e dei fiori rinsecchiti per il freddo che si trovavano lì accanto per terra. Quando Juan Diego si aprì il cappotto al successivo incontro col vescovo ne venne fuori una cascata di rose fresche di Castiglia. Finalmente l’attenzione del vescovo, di origine spagnola, fu conquistata. All’interno del suo cappotto c’era anche impressa l’immagine della Vergine; e quell’immagine è al centro del pellegrinaggio che innumerevoli  poveri stavano compiendo verso Guadalupe durante il mio soggiorno e che avevano fatto ogni anno dal giorno di quell’apparizione. La piccola dimora che la Vergine aveva voluto fosse costruita è una enorme basilica; ma l’intensità della devozione e la fede della gente splendono assai più dei magnifici edifici della chiesa così come fanno le oscure imponenti piramidi di Teotihuacan.

La semplice fede del povero… Le folle che riempiono le strade si fanno largo con la precisa intenzione di raggiungere il tempio. Dove sono le folle ci sono anche le forze del mercato, ma la commercializzazione dell’evento, la molteplicità delle immagini è superata dalla passione e dalla gioiosità dei pellegrini. Per lo scettico o il non credente è semplicemente questione di curiosità, ma per chi ha fede – anche fedi diverse – è evidente la commovente ed entusiasmante sincerità nella volitiva determinatezza dei pellegrini. E’ una forma di esuberanza e di energia diversa da quella della folla per una partita di calcio. La gioia è autenticamente religiosa e scaturisce da un punto indefinito della sfera materiale, non dipende dall’emozione della competizione o del successo o da una scarica di adrenalina dovuta alla paura di perdere la partita.

La gioia stimola tutti gli aspetti dell’uomo e coinvolge tutti noi in un’esperienza di completezza che conduce alla trascendenza del sé. Questa gioia di cui siamo  assetati e cerchiamo in migliaia di surrogati deriva dall’essere, non dall’avere. Essere completo vuol dire riconquistare semplicità e purezza: alcuni dei maestri più antichi dicevano che attraverso la contemplazione si recupera la verginità a un nuovo livello. E’ questa gioia semplice che guida i singoli pellegrini che portano l’immagine della Vergine nei loro zaini per centinaia di chilometri, le famiglie che camminano fin qui dai villaggi circostanti, i gruppi di  uomini giovani che in qualsiasi altra parte susciterebbero timore ma il cui entusiasmo qui è innocente e contagioso.

Una religione di questo tipo mette in luce il legame fra santità e semplicità. Quante volte vediamo leader religiosi che sono animali politici, preoccupati del pericolo o del dissenso come poliziotti piuttosto che attenti a riconoscere i semi della santità intorno a loro, in tutti quelli che incontrano; e perché non cercano di incoraggiare piuttosto che reprimere? Invece della semplicità, la religione può coltivare l’ossessività, il fondamentalismo nevrotico, l’ansietà della dipendenza. La vera semplicità è messa alla prova dall’accesso diretto alla fonte dell’esperienza della conoscenza e del comportamento religioso, la presenza stessa che tutto include e tutto pervade.

In questa presenza, Dio non ha bisogno di giudicare o punire e non ha bisogno dei suoi rappresentanti che lo facciano in suo nome. L’amore divino –  che rende santo il semplice – trionfa senza uso della violenza o della paura perché è fedele a se stesso. La violenza è conseguenza del non essere attenti al nostro vero sé. Solo quando abbiamo sentito, nella grazia della presenza, che questa costante, dinamica immobilità è la vera natura di Dio, possiamo innamorarci di Dio. Fino a quel momento cerchiamo senza trovare. Altrimenti, presi dalla disperazione, vendiamo l’anima a qualche idolo che nasconde la sua violenza dietro un falso sorriso.

La religione di questa gente non è bianco o nero. E’ un’esplosione di colori primari ognuno dei quali esprime una parte dello spettro emotivo. Nella gran piazza di fronte alla basilica degli enormi altoparlanti diffondono una varietà incredibile di musiche – da Bach e Mozart alle canzoni tradizionali messicane. Eppure tutto il rumore e la bolgia dei colori, la marcia dei pellegrini attraverso la piazza, le file di persone che passano continuamente davanti all’immagine della Vergine, i gruppi che semplicemente si siedono per terra in attesa – tutta questa attività ha una certa misteriosa immobilità. Tutto è contenuto, come si sente, nello sguardo contemplativo della Vergine.

La vera religione è sempre sensibile alla via della contemplazione. La religione basata sulla paura, sulla violenza, o sulla sete di potere rifiuta di restituire quello sguardo d’amore. Questa falsa religione insulta la semplicità del restare immobili chiamandola egocentrismo o respingendola in quanto non ortodossa. La falsa religione teme la contemplazione perché uno sguardo contemplativo penetra attraverso e dissolve ogni maschera; smaschera ogni falsa apparenza e ambizione.

E inoltre, nella contemplazione si superano tutte le divisioni e i conflitti creati dal potere. “In Cristo non c’è né maschio né femmina…” La violenza è frizione fra quelle divisioni. Più spesso viene associata con l’ego maschile e i sistemi patriarcali. Ma la radice del problema non è questione di genere; è un aspetto della psiche umana che si trova in tutti gli uomini e le donne. Ma certo è difficile pensare a quelle piramidi e ai sacrifici di bambini che vi si tenevano, come voluti da donne; o ad alcune condanne pronunciate da chiese  maschiliste, decise da sorelle, madri o mogli. Comunque, qualsiasi sia la politica sessuale della religione, lo sguardo amorevole della Vergine esprime l’aspetto femminile del divino che troppo spesso  si vuole sopprimere o ridicolizzare.

Sarebbe facile analizzare dal punto di vista psicologico il culto della Vergine di Guadalupe. Ed è anche vero che qualcuno potrebbe vedervi in atto tecniche religiose –  tipo “panem et circenses” – nel tentativo di tener sotto controllo la devozione con mezzi che vorrebbero bloccare lo sguardo compassionevole di Maria. Ma la psicologia religiosa o l’opportunismo religioso non annullano la verità spirituale  o l’autenticità personale in questo luogo di preghiera gioiosa.

 La santità ha bisogno di semplicità per crescere rigogliosa. Santità è interezza. E l’infinita semplicità di Dio che ci attrae incessantemente verso di sé è l’unione di tutti gli opposti. Come potrebbe Dio averli creati maschio e femmina a sua immagine se queste due polarità non fossero risolte in Lui? L’esperienza contemplativa è partecipazione in questa semplicità trascendente eppure incarnata. E’ la pace ricca di forza che scorre quando le incomprensioni fra di noi vengono trasformate in forza di attrazione. L’ironia della nostra cultura è che la religione ha spesso perso le parole per questa esperienza. Così molte volte non riesce né a insegnare né a capire tutto ciò. Si lascia ai preti capaci di una ricerca, esplorare questo fenomeno e cercare di descrivere con termini matematici cosa significano pace, semplicità, interezza e amore.

Maria è il simbolo personale, potente ma non intrusivo, della capacità umana di condivisione e trasformazione nella semplice divinità di Dio. L’icona umana di quella semplice santità è la nostra vera e buona natura.

A volte se ne sono impossessate e l’hanno sequestrata le forze della dominazione al servizio della gerarchia patriarcale.  Ma la forza del femminile è alla fine più potente di questo. Usa altri mezzi, che non sono la violenza, per affermarsi –ma soprattutto lo sguardo silenzioso e amorevole. In questo sguardo c’è più di una proiezione psicologica. L’amorevolezza è di più e più radicalmente capace di trasformare, che qualsiasi tipo di consolazione temporanea. In questo sguardo noi sentiamo la fonte della forza spirituale e del coraggio necessari per resistere alle peggiori difficoltà della vita e addirittura superarle ritrovandosi ancora più integri di quanto non fossimo prima.

Questa propagazione di amore di Maria che sgorga dal pozzo di vita divina in cui si era immersa attraverso l’amore per Gesù, attinge alle più profonde radici del femmineo. Dal punto di vista teologico ciò significa che lei è la ”nuova Eva”. Dal punto di vista antropologico vediamo quante cappelle della Vergine erano luoghi di culti pre-cristiani legati all’eterno principio femmineo. Ciò comunque, non per giustificare o per considerarsi soddisfatti di una soluzione riduzionista rispetto ad un mistero intangibile. Come per il mistero cosmico di Cristo, un essere umano resta nel cuore di questo sguardo di amorevolezza.

Nella sua materna affermazione e magistrale pazienza dimostrate con Juan Diego, il semplice indiano del popolo che divenne il suo messaggero, vediamo la forza della non-violenza nel ricostruire la giustizia e nello smantellare le forze dell’oppressione. Per quanto in questa storia il vescovo sia trattato con rispetto, lui e le istituzioni sono chiaramente collegate con queste forze, fino a che non piange lacrime di conversione quando vengono rivelati i segni miracolosi della Vergine.

Ogni pellegrinaggio, incluso quello di Guadalupe,

è sacro perché espressione del  viaggio

nella nostra stanza interiore

La storia e le parole di Maria a Juan Diego riecheggiano il grande Magnificat del vangelo di Luca, il canto di Maria  non è altro che il canto della vera chiesa e dei poveri. Si rifà anche alla tradizione profetica della Bibbia nel suo risuonare il Canto di Anna. I potenti sono deposti dai loro troni e gli umili sono innalzati. Il suo sguardo contemplativo ha in sé una forza che stravolge le ingiustizie nelle storie degli uomini e riequilibra la bilancia del potere.

Di notte, in alcuni punti di Città del Messico, ai semafori, appaiono dall’ombra degli uomini per pulire i vetri delle macchine e guadagnare così qualche spicciolo. Sono fatti di sostanze stupefacenti e disperatamente alla ricerca della prossima dose, il loro autocontrollo quasi completamente andato. Essi danno un’immagine forte delle loro vite spezzate. Ai giorni nostri il divario globale fra ricchi e poveri è drammaticamente in aumento – per quanto meno di quello che gli economisti ingannevolmente osservano in America Latina. Ma il legame fra povertà e violenza è diffusamente riconosciuto. Metà della popolazione mondiale vive sotto la soglia di povertà di 2$ al giorno. Più di un miliardo di persone guadagnano meno di 1$ al giorno. Entro il 2020 la popolazione mondiale aumenterà di 2 miliardi di persone, 95% delle quali vivranno in paesi in via di sviluppo. Queste nude statistiche rendono poco realisticamente la basilare esperienza umana di chi vive per strada, dei piccoli spacciatori tossicodipendenti – ineguaglianza, emarginazione e dipendenza, mortalità infantile, famiglie distrutte, malnutrizione, mancanza di scolarità primaria i danni delle elites politiche corrotte dai cartelli della droga. Ma la tendenza è chiara nel mostrare come l’insidia della povertà è subdolamente legata al ciclo della violenza.

Se leggiamo correttamente la storia, il messaggio di Guadalupe è semplicemente il messaggio del vangelo: il rimedio al problema della povertà economica è la povertà di spirito. Riconoscere ciò vuol dire dare avvio  al prossimo grande modello di cambiamento. Ce ne sono stati altri allo stesso modo importantissimi – quando abbiamo capito che il mondo non era piatto ma una sfera, quando ci siamo resi conto che non è il sole che gira intorno alla terra; quando abbiamo compreso che la teoria dei quattro umori non basta  per una medicina efficace. Siamo sull’orlo di un nuovo cambiamento in consapevolezza: l’apertura su scala globale alla dimensione spirituale, ad una visione non dualistica della realtà, all’ammettere che la ragione non è la chiave per la verità assoluta, che il silenzio e l’immobilità sono le condizioni in cui un nuovo tipo di conoscenza sta nascendo al fine di illuminare tutte le vie della conoscenza e mostrare come esse sono in rapporto fra di loro. La meditazione è fondamentale per il prossimo passo dell’evoluzione umana.

Quando si arriva in una città sconosciuta – Teotihuacan o Città del Messico – ci dobbiamo confrontare con nuovi problemi di comunicazione. Non solo di lingua ma anche di differenze culturali. Una frittata spagnola indica una cosa a Londra e un’altra in Spagna. Esser messi di fronte alla sfida della comunicazione e della comprensione è sempre inquietante. Siamo abituati alla routine e ai nostri modi che ci danno un senso di sicurezza e di identità. I cambiamenti sono una minaccia e spesso ci irritano.

La parabola del ricco agricoltore (Luca 12,17) è chiarissima. Voleva mettere al sicuro il suo raccolto e decise di costruire magazzini più grandi e godersi la vita con calma. Ma proprio quella stessa notte gli fu richiesta l’anima. Gesù commenta: “Così succederà a chiunque voglia accumulare tesori per sé  ma non arricchisce davanti a Dio”.

Come succede per i beni materiali, così noi cerchiamo di immagazzinare la verità con i nostri mezzi di comunicazione preferiti – parole, sistemi mentali o teologia, rituali, istituzioni e gerarchie. Ma così facendo camminiamo su uno strato sottile di ghiaccio al di sopra di profondità temute. Ma come possiamo esser ricchi nei confronti di Dio, come dice Gesù?

Diventando poveri in spirito. Parole, tradizioni e istituzioni hanno tutte il loro valore. Altrimenti, forse, Maria non avrebbe mandato Juan Diego dal vescovo. Ma esse possono diventare granai nei quali sviluppiamo la falsa, auto-negantesi sicurezza dei regimi oppressivi che lottano fino all’ultimo in difesa della loro illusione e portano più innocenti possibile con loro nel baratro.

Dio comunica con l’affermazione di una sola Parola. Da questa parola pronunciata dal puro essere deriva tutto ciò che esiste, la stessa esistenza. Con l’evolversi della creazione, così la stessa Parola giunse ai Profeti (di tutte le fedi) mettendoli in guardia sul pericolo delle false religioni che sostengono istituzioni sociali non giuste. Alla fine, in una certa piccola città, in una data certa ma non specificata, la Parola divenne carne. Ma il processo non era ancora compiuto perché quell’individuo doveva vivere e morire per far entrare la Parola nella scala dell’esistenza umana. E ancora doveva succedere qualcosa, lo squarcio dell’ultimo velo della morte che terrorizzava e affascinava il popolo di Teotihuacan come fa con noi quando consumiamo quasi ritualmente la violenza in film o videogiochi. Ma deve succedere ancora altro prima che la Parola possa ritornare alla profondità  in cui tutto ha avuto inizio, che è ora incorporata nella nuova esistenza degli esseri umani capaci di amare come ama Dio, il quale forse, ha addirittura bisogno di esser amato da noi.

Questo è il significato mistico della non violenza. Tutto quello che Gesù rivela del Dio che conosceva interiormente, in quanto lui stesso, è che Dio risplende sui buoni e sui cattivi allo stesso modo e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Un idolo non facile da venerare – cioè qualcosa di talmente inesplicabile ed estremamente impegnativo per quella visione di giustizia e moralità  da quattro soldi dell’ego. Tutto quello che ci dice di fare per essere ‘come il Padre vostro che è nei cieli’ è amare i nemici. ‘Amate i vostri persecutori…così da diventare figli del Padre Celeste’. La profonda ragionevolezza di questo apparentemente impossibile insegnamento è moltiplicata nella risposta che Gesù dà alla guardia che lo colpisce durante il processo: ”Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene perché mi percuoti?”

Le parole di Gesù trasmettono lo stesso sguardo contemplativo che Maria elargisce all’umanità sofferente e violenta nella storia di Guadalupe. E’ uno sguardo che dobbiamo trattenere e ricambiare a nostra volta; o evitare e fuggir via. Possiamo esser ricchi nei riguardi di Dio solo dalla profondità della povertà di spirito – e cioè con la rinuncia al nostro bisogno di aggrapparci al potere e al possesso.

L’insegnamento della non violenza – la via della pace che è la via – è  di per sé mistico perché rivela la nostra vera natura come inseparabile dall’essere divino – e quindi possiamo metterlo in pratica solo unendolo alla dimensione contemplativa del vangelo. Ciò è rivelato nel suo insegnamento sulla preghiera.

Ogni pellegrinaggio è sacro, e così quello di Guadalupe, poiché esprime il viaggio nella nostra stanza più intima: chiudere la porta e volgere  con il cuore tutta la nostra attenzione alla presenza che è già in noi. Sembra un viaggio difficile ma il segno che lo stiamo compiendo  – il segno che riempiva le strade di Guadalupe durante quei giorni di festa –  è di semplice gioia, la radiosità dei mille colori della vita e della forza della pace.

Ogni benedizione in questi giorni di festa e auguri per il Nuovo Anno.

 

Con grande affetto,

Laurence Freeman,OSB