Newsletter aprile 2012

Lettera di Fr. Laurence Freeman OSB

Direttore della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana

Carissimi amici,

Il 3 di marzo Rosie Lovat, una buona amica di John Main e la prima oblata della comunità  è morta serenamente nella sua casa di Londra all’età di novantaquattro anni.

L’avevo incontrata la prima volta al tempo del mio ingresso nella vita monastica, nel centro di meditazione John Main a Londra nel 1975.

Se la qualità più vera della nostra vita dipende dalle nostre relazioni, allora davvero un’amicizia del genere, di così tanti anni, merita di esser ricordata e celebrata.Non solo personalmente ma come comunità, poiché è stato in comunione con John Main e con la comunità che è scaturita dalla sua vita e dal suo insegnamento, che Rosie ha seguito quel viaggio spirituale alla base e nel cuore di ciò che è stata per tutti coloro che l’hanno conosciuta. La maggior parte di voi ovviamente non l’avrà mai incontrata, ma mi auguro che queste parole tratte dalla mia omelia al suo funerale, vi trasmetteranno qualcosa della profondità e dell’ispirazione che trasmetteva. I maestri del deserto dicevano che una vita buona vale molto più di un’omelia. Comunque, anche se inadeguatamente, cercherò di comunicarvi la qualità centrale della sua vita.

Ci sono modi diversi di morire come di vivere. Morti premature o innanzi tempo – che Rosie e la sua famiglia avevano dolorosamente conosciuto – o scomparse nella pace, accompagnati amorevolmente nella maturità degli anni quando il corpo e la mente diventano semplicemente troppo stanchi per andare avanti – e proprio così Rosie se ne è andata in modo benedetto. Ma in un modo o nell’altro, la morte e il dolore ci toccano i nervi nel modo più violento col grande mistero e dolore della perdita. Il grande silenzio di quelli che abbiamo amato e che sono morti ci richiama alle grandi domande della vita e del suo scopo: domande alle quali non ci sono mai risposte facili. Forse non ci sono affatto risposte; solo la verità – che non è mai solo una risposta ma un’esperienza di realtà. Un’esperienza, comunque, che non è un’esperienza qualsiasi in cui una parte di noi sta come dire a lato, al di fuori e guarda. La verità che contempliamo nel tempo di Pasqua non è né astratta né assente. E’ incarnata in una persona con cui possiamo avere una relazione. E’ attraverso le persone che possiamo avvicinarci di più a Dio.

Solo la verità intera soddisfa sia la nostra naturale curiosità che il nostro profondo bisogno di Dio. Verità, integrità e interezza richiedono totale assorbimento e trascendenza  del singolo ego che tiene la sua posizione osservando tutto da una distanza di sicurezza e di disimpegno, mantenendo sempre una riserva del dono del completo sé che richiede attenzione. Affrontare i profondi e misteriosi interrogativi di vita e morte è un impegno più interessante per alcune persone piuttosto che per altre. In momenti diversi della vita possiamo rispondere con maggiore o minore serietà. Forse solo quando queste domande, tirate in ballo dall’esperienza, diventano terribilmente insistenti, dopo che ci si sono presentate tante volte e attraverso tante perdite, solo allora possiamo averle accanto semplicemente e rimanere pazientemente alla loro presenza, come un aborigeno australiano che siede vicino al fiume  in uno stato di “dadirri” (interiore profondo ascolto e tranquilla consapevolezza). E probabilmente solo allora, in quel momento di grazia che non possiamo evitare, in cui ci si confronta con  l’essere definitivo della morte, possiamo imparare dal silenzio che è il modo in cui esse ci raggiungono.

Di solito non perdiamo molto tempo dietro a queste domande. Poi più tardi ci si pongono con violenza, nel momento della crisi o di una grave perdita. Magari brevemente, durante un funerale ci  lasciamo persuadere a rivolgerci verso quel silenzio in cui sono passati i nostri cari. Il funerale di Rosie si è svolto in una giornata di primavera senza nemmeno una nuvola negli Highlands in Scozia, dove era vissuta per la maggior parte della vita e dove aveva cresciuto i suoi sei figli. Suo marito Shimi capo del clan dei Fraser era un eroe di guerra che amava profondamente la sua terra natale e poteva leggerla come altri leggono un libro. Una volta avevo fatto una camminata per i campi con lui e li avevo visti per un momento con i suoi occhi, sorpreso di quante cose vedeva Shimi e miei occhi di cittadino non riuscivano a cogliere. Rosie è stata sepolta vicino all’adorato marito e ai tre figli che le erano premorti. Le loro tombe nel piccolo giardino della chiesa di Eskadale guardano oltre il fiume verso le vecchie colline. La chiesa era piena di membri della famiglia, amici e vicini. Un suonatore di cornamusa ha accompagnato la bara alla sepoltura. Più tardi mi sono ricordato delle istruzioni di Leonard Cohen a proposito del dono della sua voce piena di poesia: il compianto non sia mai distratto o indifferente. E se uno deve esprimere la grande inevitabile sconfitta che ci aspetta tutti, ciò deve esser fatto nei precisi confini della dignità e della bellezza.

E’ stato veramente un momento di grazia, pieno di dignità e di bellezza, condiviso da tutti coloro che si erano riuniti per il rito formale di ringraziamento, benedizione e saluto. Eravamo venuti non solo per una forma di rispetto verso Rosie che tutti amavamo, ma anche perché quel silenzio era il suo dono per noi quella mattina. Era un silenzio che aveva capito ed amato per tanti anni. Ascoltare il silenzio, al cuore del mistero della vita, come Rosie aveva imparato a fare, è un traguardo che dobbiamo esprimere perché rivela il silenzio di Dio sempre presente e che abbraccia tutti, che tocca e pervade noi tutti.

Rosie ci può insegnare, che meditiamo o no, qualcosa di grande valore per come vivere il resto della vita. Possiamo imparare dal suo attuale silenzio e dalla sua vita che, come per tutti i defunti, cerchiamo di ricordare  finché ce lo consente la nostra imperfetta memoria. Ho condiviso alcuni pensieri a questo proposito mentre eravamo riuniti in quell’inevitabile silenzio che avvolge tutta l’esperienza umana. Dignità e semplicità sono necessarie poiché si tratta della “inevitabile sconfitta” della condizione umana. Eppure in essa una visione illuminata dalla fede può  cogliere un’ombra, un bagliore del trionfo finale. Rosie, come John Main, me l’hanno insegnato in lunghi anni ed in molti modi, il più delle volte trattenendosi dal dire ciò che ci si poteva aspettare da loro o dicendolo in maniera così concisa e diretta che si è impresso indelebilmente nella mia mente. Quante volte ricordiamo momenti di consapevolezza molto più per il tono o per un gesto che non per le parole stesse. S. Benedetto, secondo la cui Regola Rosie ha vissuto per tanti anni, dice che “in tante parole non possiamo evitare il peccato”. La verità fa rima con brevità. Rosie insegnava direttamente, senza tanti discorsi, traendo spunto dai misteri dai quali aveva imparato tutto. Aveva imparato come rispettare e confidare nel silenzio e di conseguenza a parlare con delicatezza ma con gran forza al tempo stesso.

In età matura, nel 1975, durante un ritiro incontrò John Main che la introdusse alla meditazione. Fu una svolta decisiva dal punto di vista religioso ed emotivo nella vita di Rosie. Era già devota e religiosa ma da quel momento iniziò un viaggio spirituale che la portò ad essere una donna di profonda  preghiera, che riusciva a integrare una quotidiana disciplina di preghiera contemplativa mattina e sera nella sua attivissima vita di tutti i giorni. Molti oggigiorno si accostano alla meditazione per abbassare il livello di colesterolo, o ridurre la pressione o lo stress o in genere per sentirsi meglio- tutti risultati collaterali provati della meditazione. Ma fin dall’inizio – e senza indugio – Rosie scoprì la meditazione come una nuova dimensione di preghiera, la preghiera del cuore. E fu sicuramente un bel risultato, vista la sua mente curiosa e la sua intelligenza indagatrice, la sua grande energia ed il suo stile di vita molto attivo. Al contrario di molte persone che apprendono l’arte di questo tipo di preghiera molto lentamente e ogni tanto fermandosi e poi ricominciando, Rosie sembrava averla afferrata immediatamente e aver fatto sua questa disciplina senza più guardarsi indietro. Non credo di aver mai incontrato qualcun altro così veloce nell’imparare e così fedele nel seguirla. Aveva capito con la sua intelligenza intuitiva del cuore che questa disciplina avrebbe dato profondità e significato a tutti i rapporti, doveri e attività della sua vita pienissima – specialmente nella sua costante dedizione per Shimi, per i figli, i nipoti, gli  amici e tutti quelli che avevano lavorato nella famiglia nel corso degli anni.

Molti meditatori felicemente sposati e con delle belle famiglie meditano da soli con il supporto di coniugi e figli ma senza la loro condivisione della pratica. La loro meditazione è semplicemente accettata come un bisogno da soddisfare come parte della vita personale. Se un uomo gioca a golf non è detto che debba giocare anche sua moglie. Il problema è quando lui gioca per fuggire dalla moglie; ma la sua gara di golf può essere un arricchimento del rapporto se condivide con tutta la famiglia i benefici che riesce a trarne. E ancora di più la meditazione è di beneficio per quelli  che la praticano e per chi vive accanto a loro. Rosie era per natura una persona schiva e restia a parlare o  dare insegnamenti su questa dimensione della sua vita. Questo in parte perché è comunque difficile affrontare certi discorsi ma anche in parte perché – ed io non ero d’accordo – pensava di non riuscire ad esprimersi granché bene. Ma, anche se lei non ne parlava, se non in seguito a precise domande, certamente condivideva tutto ciò, probabilmente nel miglior modo possibile cioè tramite la persona che era diventata e il modo in cui viveva. I frutti della sua vita contemplativa – quelli che S. Paolo chiama il raccolto dello spirito – hanno alimentato la sua vita e la sua personalità per molti anni. Col passare del tempo quei frutti sono maturati. Il tempo è il terreno in cui si radica e cresce la nostra vita fino al grande trapianto della morte. La sua preghiera ha prodotto un raccolto ricchissimo negli ultimi anni della sua lunga vita e possiamo ancora parlarne e farci influenzare da essa.

Negli ultimi anni la sua memoria andava scemando e, per quanto mi abbia riconosciuto fino alla settimana prima di morire, le cellule cerebrali andavano diminuendo e non le permettevano più di seguire il normale flusso delle informazioni. E’ stata un esempio di come la disciplina di meditazione due volte al giorno è preparazione al momento in cui ci dimenticheremo se oggi abbiamo meditato o no. Quando si è sviluppata questa condizione Rosie era già in uno stato di continua preghiera. Da quel momento era già una trasmissione diretta non mediata: dono puro che non richiedeva nessuno sforzo come nel grado di preghiera che S. Teresa d’Avila descrive come pioggia di Dio in un terreno assetato. La dolcezza di carattere, la gentilezza e il buon umore di Rosie esprimevano un’esperienza che non si basava sulle parole. Ma ogni parola che pronunciava in questa fase della vita diffondeva calma ed era espressione di una mente illuminata. Chiunque passava un po’ di tempo con lei e si trovava a proprio agio in quella  sua condizione di minore verbosità, era colpito da semplicità, gentilezza, immediatezza che ti facevano entrare nello spazio in cui lei viveva. Spesso ho pensato che questa fosse la forza della non-violenza, che ci rende capaci dell’impossibile, amare i nostri nemici, e che pochi minuti con Rosie avrebbero disarmato, seppur brevemente, tutti i Saddam e gli Assad di questo mondo.

Questo succedeva alla fine. A Rosie ci volle tempo per assorbire l’impatto di una scoperta travolgente fatta dopo il primo incontro con John Main che aveva condotto un ritiro organizzato per lei e per pochi amici. Dopo il trasferimento a Montreal di John Main, Rosie lo raggiungeva due volte l’anno per un lungo ritiro e per condividere la vita della piccola comunità che si riuniva intorno a lui. Erano periodi beati per lei. Scivolava nella routine del monastero dal momento dell’atterraggio e prendeva in mano la cucina dove le piaceva moltissimo lavorare e dove tutti i membri della comunità potevano incontrarla e chiaccherare con lei e si sentivano benedetti dal suo modo di lavorare concentrato e sempre attento a ciascuno di loro. Lavorava sempre con grande impegno e ogni tanto si seccava  per le troppe interruzioni, ma, come riportano i suoi diari dell’epoca, riusciva a controllare i suoi stati d’animo (era naturale per lei). Cercava di lavorare, il più delle volte con successo, con efficienza e attenzione ma allo stesso tempo si preoccupava dei bisogni di tutti e di ciascuno. Così molti andavano da lei con i loro problemi, e lei rispettava questa fiducia con amore e con il suo naturale tatto e discrezione.

Due volte alla settimana si sedeva in un angolo della stanza di meditazione quando John Main si rivolgeva al gruppo serale con i suoi grandi insegnamenti che tenevano tutti i presenti in un stato di  totale attenzione silenziosa che amplificava il messaggio trasmesso. Rosie prendeva nota di ogni sua parola in blocchi di appunti che collezionava col passare degli anni per la sua riflessione personale e per condividerli con il suo gruppo di meditazione una volta tornata a Londra. Di solito il pomeriggio andava con Fr.John per una passeggiata sul Mont Royal o andava a fare la spesa al mercato per la comunità o per avere del tempo per una conversazione personale. Ma, come lui, praticava un paziente distacco e a volte doveva aspettare un paio di giorni prima di trovarlo libero un momento. Dato il loro distacco e la mancanza di richieste, la loro amicizia non dava adito a nessuna gelosia. Al contrario, tutti ci sentivamo benedetti da ciò e tutti, nella comunità e fra gli ospiti, le volevano bene e la rispettavano.

Grazie a queste visite intensamente felici, al suo modo di apprendere da Fr.John e da come svolgeva i suoi compiti quotidiani nella vita di tutti i giorni, sempre di più cresceva in una fede cristiana matura e profondamente contemplativa. E’ stata vera, con i piedi per terra, attenta agli altri, coinvolta amorevolmente nelle vicende della sua famiglia che ha avuto sempre il primo posto nella sua vita. Teneva un gruppo di meditazione a Londra una volta alla settimana e quando è ritornata nel nord della Scozia ha cercato di fare lo stesso anche lì. Un giorno, rispondendo ad una generica raccomandazione di Fr. John che sottolineava il valore dello yoga, Rosie cominciò a praticarlo e divenne una buona allieva e, addirittura, la presero come modella, per la delizia della famiglia e degli amici, in un libro sullo yoga per ultra-cinquantenni. Riuscire ad equilibrare i due più importanti aspetti della vita, il contemplativo e l’attivo, lo yin e lo yang di tutta l’esistenza, è la grande sfida. S. Benedetto ci da una via per farlo amministrando il tempo e rispettando le tre dimensioni della vita, corpo,mente e spirito e ponendo la preghiera al centro di tutto. Rosie trovò ispirazione e sostegno nella  saggezza benedettina e divenne oblata, in effetti la prima oblata della comunità. Il secondo è stato un vescovo anglicano, il terzo un immigrante portoghese appena arrivato in Canada. Un oblato è un laico che vive la sua particolare vocazione nel mondo, nella famiglia, al lavoro ma facendo tutto secondo lo spirito della regola di S. Benedetto con il sostegno spirituale e l’amicizia di una comunità. Nel nostro monastero senza mura quello che ci lega e ci unisce è la pratica quotidiana della meditazione. Attraverso questo suo impegno che divenne parte della sua identità e così presente nel cuore, Rosie fu testimone e maestra,come una vera madre del deserto, con l’esempio e la presenza ancor più che con parole di insegnamento.

Molte poche persone, sia nella vita attiva e secolare che in un tranquillo chiostro monastico, hanno capito la profondità dell’esperienza contemplativa che Rosie ha seguito. Rabbrividiva a sentirsi chiamare “santa”, come fanno i veri santi, ma io non riesco a trovare una parola migliore per descrivere la qualità del suo amore e della sua presenza mentale che aveva naturalmente ed in cui crebbe fino alla fine della vita. Se la parola “santo” (holy) vi fa star male, basta ricordare la sua correlazione con la parola “intero” (whole). Forse Rosie ha trovato questa interezza con l’andare del tempo grazie alla forte esperienza iniziatica che ha avuto la fortuna di vivere all’inizio del suo viaggio interiore. E’ stato un ottimo punto di partenza avere John Main come maestro. Ricaricava il suo slancio quando si affievoliva, spesso nel dubbio di sé, e la riposizionava sul giusto percorso. Molte persone cominciano bene ma presto si bloccano lungo il cammino. Molti cominciano ma sembra che non finiscano in questa vita. La “conversione del cuore” di Rosie era del tipo che progredisce continuamente, malgrado tutto, anche attraverso le tragiche perdite che era destinata a subire nella vecchiaia.

Ho conosciuto Rosie ed ho imparato da lei, principalmente dall’aspetto spirituale della sua vita. Come tutti aveva una personalità con diverse sfaccettature: era forte e ostinata a momenti, naturalmente gentile e non-invadente, sicura di sé il più delle volte ma genuinamente umile (anche troppo pronta a sminuire sé stessa quando si trattava di trasmettere i suoi insegnamenti) appassionata eppure emotivamente distaccata, profondamente affettuosa ma non possessiva. Si riprendeva immediatamente se sentiva di attaccarsi a qualcosa o qualcuno e quindi lasciava subito andare. Questo distacco, come ogni altra capacità della maestria spirituale che aveva appresa, l’hanno portata all’auto-conoscenza, condizione fondamentale per ricevere e trasmettere saggezza.

A parte i ritiri della comunità, ci sono state molte occasioni della vita nelle quali ha appreso e praticato questa qualità. Tutti quelli che la conoscevano, nella sua vita di famiglia e sociale, riconoscevano e apprezzavano le sue doti. Man mano che la sua vita spirituale si approfondiva, si rendeva conto di come fosse complicato affrontare le molte superficialità e frivolezze della vita sociale. Ma, d’altro canto, aveva la capacità della donna saggia e della buona madre di saper arrivare alle persone che avevano bisogno di lei dovunque le incontrasse. Ogni rapporto è unico e saperlo rende il proprio modo di amare universale. D’altra parte ogni rapporto contiene anche ed esprime l’intera persona in una nuova prospettiva. Rosie non poteva condividere tutto ciò che stava imparando lungo il suo percorso spirituale con la famiglia e con gli amici; ma, che lo capissero o no, tutti potevano constatarlo nel cambiamento che avveniva in lei. Possiamo capire completamente una persona solo nel contesto delle sue relazioni e di tutta la vita. Ciò vuol dire, sfortunatamente,  che non riusciamo a conoscere pienamente nessuno in questa vita. Significa però che possiamo continuare a conoscere qualcuno  anche molto tempo dopo la sua scomparsa da questo mondo. I rapporti più significativi che abbiamo avuto continuano a mutarci e non smettiamo mai di imparare da essi. Ricordo di esser stato colpito, fin dall’inizio della nostra amicizia, dal suo spirito di verità. Non le faceva piacere che la gente si aspettasse di sentirla dire cose che non pensava veramente. Ho scoperto che questa sua onestà era una pratica spirituale personale che Rosie prendeva molto seriamente. Una volta mentre era in comunità, un ospite che dipingeva con grande entusiasmo ma non era molto bravo a dir la verità, continuava a chiederle di dare un’occhiata al suo lavoro. Rosie declinava la sua proposta e continuava ad evitare di guardare le sue opere dicendo di non essere un’esperta d’arte. Ma l’ospite insisteva e alla fine lei acconsentì ad andarle a vedere ma a condizione che lui non le chiedesse un’opinione. Si misero d’accordo e andò a guardare i dipinti che non erano un granché.; ma lui non stette ai patti e le chiese cosa ne pensasse. Rosie disse di nuovo di non essere un buon giudice e non voleva quindi commentare. Ma il pittore continuava ad insistere e alla fine, con gentilezza, gli disse che pensava che i quadri fossero terribili- ma di nuovo di non ascoltare la sua opinione. Lui deve aver imparato la lezione.

Un’altra qualità del carattere e della vita spirituale di Rosie era il suo ‘humour’.Era profondamente rispettosa ed aveva una grande sensibilità per il sacro, ma sapeva anche che il senso dell’umorismo è parte integrante della comprensione delle cose più serie della vita. Una volta, quando la sua memoria stava appannandosi e nella conversazione si ripeteva spesso, mi disse che stava andando “un po’ fuori di testa”. Mi mostrai d’accordo sul fatto che stava perdendo i poteri della mente, ma aggiunsi  che il fatto di rendersene perfettamente conto voleva dire che, se anche le cellule cerebrali non venivano sostituite man mano che venivano a mancarle, la sua mente sembrava molto presente. Le ho parlato della differenza fra cervello e mente. Dopo averci riflettuto sopra mi disse con un sorriso “grazie Laurence, questo mi è di grande aiuto. Cercherò di ricordarmelo”.

La sua vita spirituale sgorgava anche nella sua empatia e amorevolezza per chi si trovava nel bisogno. Rosie ha mostrato un’amorevole cura per molte persone che avevano bisogno di qualcuno che veramente dedicasse loro tempo e attenzione. Ma custodiva le sue “opere buone”, come ci si doveva aspettare da lei, in modo discreto e riservato. Questa stessa riservatezza era anche vera per la sua vita interiore. Non è facile descrivere o comunicare ad altri il proprio viaggio interiore. Ma aveva capito l’impegno spirituale di “centrare la mente sul regno di Dio prima di qualsiasi altra cosa“, come aveva insegnato Gesù. Dopo aver incontrato John Main, Rosie ha realizzato che questo livello di preghiera non significa pensare o parlare di Dio tutto il tempo, ma piuttosto restare centrati in Dio attraverso ogni tipo di attività o rapporto. Ciò vuol dire che poteva trasmettere i frutti della preghiera se non la pratica stessa e si sforzava di esser consapevole in ogni momento ed in ogni occasione. I suoi tempi fissi di preghiera – la meditazione quotidiana, le scritture e l’Eucarestia che amava molto – erano  la radicata esperienza di vivere continuamente alla presenza di Dio.

Questi momenti andavano ben oltre la sua fedeltà ai tempi preghiera mattina e sera, compenetravano l’intera giornata. Aveva scoperto, infatti, che questo è il significato per tutti di cristianità contemplativa; aveva avuto fiducia in John Main quando affermava che tutti siamo chiamati a questo. Nessuno ci riesce perfettamente. Rosie l’aveva capito e si impegnava nel miglior modo possibile, consapevole che non si trattava di esser perfetti. Si tratta di perseverare nella pratica fedelmente e con amore. Per quelli che conoscevano questa sua dimensione di vita, Rosie divenne un esempio affascinante e illuminante di come vivere l’aspetto mistico della cristianità e, allo stesso tempo, tenere ben saldi i piedi per terra nella vita di tutti i giorni.

Molti erano gli aspetti del suo carattere saggio e dolce, generoso e non possessivo. Alcuni la conoscevano come madre, nonna, zia, amica o come meravigliosa persona per la quale lavorare. Ho provato con queste poche parole solo ad illuminare l’aspetto spirituale di donna di fede e preghiera che ha influito su tutti i lati della sua personalità e l’ha resa testimone davvero eccezionale della vita interiore del vangelo.

La sua profondità spirituale era stata solcata da molte perdite e intense sofferenze come anche da molte gioie e scoperte che aveva sempre visto come benedizioni. Una vita vissuta pienamente contiene e congiunge le une e le altre. La saggezza che deriva da questa unione di gioia e dolore era diventata palpabile negli ultimi anni della sua vita, specialmente dopo la grave perdita prematura dei due figli Simon e Andrew, e poi del marito Shimi e la lotta fisica e mentale che ha dovuto sopportare in quegli anni. Alla fine era approdata in un porto tranquillo. Anche la morte di Fr. John che aveva assistito amorevolmente nella malattia le aveva spezzato il cuore. Forse è il fondamento della santità che la benedizione di Dio ci tocca attraverso il dolore degli altri quando la sofferenza è abbracciata dalla solitudine che crea. Tutti coloro che l’hanno conosciuta sapevano di essere in contatto con una persona estremamente pura, amorevole, pacifica che irradiava lo spirito semplicemente col suo modo di essere – uno stile radicato in un silenzio spesso nascosto, ma sempre forte ed eloquente. 

Prima di morire potremmo tutti pregare di raggiungere quel punto di equilibrio ed integrazione, di bellezza e disciplina in cui siamo completamente distaccati dalla vita, pronti a lasciarla andar via al momento della chiamata, ma anche interamente coinvolti in essa, ancora innamorati malgrado le dure batoste, sempre curiosi del suo vero senso,  e capaci di apprezzare i suoi momenti più leggeri e luminosi. E’ raro che qualcuno possa restare a lungo in quello stato di benedizione per sé e per gli altri. Credo che Rosie sia rimasta in quello stato per un periodo di tempo insolitamente lungo. Una volta, quando si muoveva meno di prima e non poteva camminare con la solita energia,  le ho domandato se si sentiva in pace. Ha cercato una risposta veritiera e mi ha detto “sì, credo proprio di sì. Ma non sono sicura di potermi sentire così”.

Immagino che forse stesse pensando di non “fare” abbastanza. Ma credo anche che avesse capito, in un luogo più profondo dell’ego che dubita di sé, che nel suo modo tranquillo di vivere, dipendendo dalla gentilezza degli altri, era un’emanazione di azione pura e amorevole. Imparando a meditare capiamo come questa pace sia possibile ed autentica. Non c’è bisogno di giustificarsi o chiedere scusa, perché è”la parte migliore” che Gesù cerca di far capire al nostro lato super-attivo tipo Marta. E, visto che impariamo dalla nostra stessa esperienza, che stare immobili e vigili non è uno stato passivo o vegetativo, ma comunione con il puro essere dal quale scaturiscono tutte l’ azione e la creazione.

Rosie amava la sua casa in Scozia dove l’abbiamo sepolta nella pienezza dei suoi anni nella terra consacrata di una chiesa bella e serena dove lei e generazioni della sua famiglia avevano pregato. E’ stata una grazia poterla seppellire in modo tale che continui a trasmettere ciò che aveva imparato in questa vita. Noi, la sua famiglia, la comunità e gli amici ora possono celebrare la sua vita, il dono di una lunga e duratura influenza su di noi e su molte altre persone che non immaginiamo nemmeno.

Ringraziamo Dio per la sua esistenza, per averla amata e per averla condotta alla unione finale con Cristo nella gioia della Risurrezione che Rosie aveva già assaporato in vita.

Possa riposare in pace. E possano coloro che l’hanno persa e sono addolorati dalla mancanza della sua presenza fisica, sentirsi stimolati da tutto ciò che non dimenticheremo mai di lei. Non ho dubbi che Rosie, con Fr. John, abbia largamente contribuito allo sviluppo della comunità come la vediamo oggi. Possiamo noi un giorno intravedere come lei qualcosa della Risurrezione, la pienezza di vita, in cui è oggi entrata e a cui tutti noi siamo destinati.

Con grande affetto,

Laurence Freeman OSB