Meditatio Newsletter – Luglio 2013

Carissimi amici,

Mentre guidavo per andare a prendere Jean Vanier all’aeroporto di Heathrow il giorno in cui doveva iniziare il seminario John Main nel 1990,

ero contento nel mio intimo di esser sfuggito dal posto in cui si stava preparando tutto. Eravamo tutti stressati dai dettagli organizzativi e si cominciavano a sentire le prime incrinature. (Oggi abbiamo imparato a nascondere meglio le tensioni e abbiamo anche un po’ più di esperienza nell’organizzare eventi.)

Anche io m’ero creato il mio stress perdendomi e sbagliando strada guidando attraverso Londra verso la sede del seminario. Ci sono poche cose che ti fanno sentire stupido e imbarazzato come esser responsabile degli spostamenti e sbagliare il percorso. E non è nemmeno rassicurante per il relatore invitato. Ma Jean non sentì o non mostrò nessuna irritazione; forse perché ha a che fare con persone con disabilità mentali, ha imparato a riconoscere ed accettare le difficoltà in chiunque incontri. Alla fine, con l’aiuto delle sue capacità di leggere le mappe che deve aver acquisito durante gli anni in marina, arrivammo alla meta. Mi aveva già dato una lezione importante prima che cominciasse quello che doveva essere un seminario davvero interessante.

 

In maggio quest’anno, quando abbiamo tenuto un ritiro insieme a Trosly, la casa madre dell’Arche, ho ricordato quell’incidente che lui, penso, aveva educatamente dimenticato. Nel frattempo il suo senso d’orientamento, il potere della sua compassione intuitiva, le sue intuizioni su come possiamo accettare gli errori e le fragilità nostre e degli altri, si sono rafforzate ed evolute a creare una ricca e profonda teologia di vita.

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L’Arche è una comunità diffusa in tutto il mondo fatta di comunità composte di disabili che vivono con coloro che si sentono chiamati, come una vocazione, per periodi più o meno lunghi, a vivere questa vita molto ardua. Può sembrare molto lontano nello spettro di vita spirituale, e in quanto comunità, dalla Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana che pone la sua attenzione centrale nella pratica e nell’insegnamento del cammino contemplativo. Tanto differente quanto complementare, come Marta e Maria. Come si legge in “La nube della non conoscenza” e come sapeva bene S. Benedetto, non c’è vita che sia completamente contemplativa o totalmente attiva. Si trova sempre una traccia di ying in yang ed un po’ di yang in ogni dose di ying. La vita di Gesù che esemplifica la ricerca umana vissuta più umanamente, riflette questo intreccio di immobilità ed azione, silenzio ed esternazione.

 

Il ritiro stesso era seguito in egual misura da membri de l’Arche e della Comunità Mondiale, molte persone con identità che si sovrapponevano ed esperienze comuni. Man mano che il ritiro – entrare nella preghiera silenziosa – procedeva, mi colpiva con sempre maggior evidenza come Jean ed io stessimo facendo nel profondo lo stesso discorso; e come stranamente, eppure ovviamente, “l’esperienza centrale” da cui provenivamo portasse ad una trasformazione verso la stessa onnicomprensiva, infinitamente tenera, non dualistica mente di Cristo.

Come è scritto in “La nube della non conoscenza”, e come sapeva bene S. Benedetto, non c’è vita che sia completamente contemplativa o totalmente attiva    

 

Nel mio primo intervento ho ricordato il convincimento di John Main che la cosa più importante per l’uomo contemporaneo è ricordare e riscoprire il significato del silenzio. Ciò vuol dire in effetti capire ex novo ai giorni nostri cosa significa ‘preghiera’. Secondo le statistiche pregano più persone di quante non credano in Dio. Ma c’è una gran confusione su cos’è la preghiera – e cosa non è. Per molti la preghiera è dire a Dio cosa sentiamo specialmente quando siamo nei guai o chiedergli di far qualcosa quando siamo infelici. La sensazione che la preghiera sia principalmente legata alla richiesta di un cambiamento di situazioni esterne è largamente diffusa in tutti noi – appare anche in ricerche scientifiche svolte sugli effetti della preghiera in persone malate.

E’ decisamente comprensibile. La natura – sia nelle malattie che ci colpiscono e fanno finire prematuramente la nostra vita o nei tornado che travolgono una città e distruggono una scuola elementare in pochi secondi – è spaventosamente imprevedibile e potente e terribilmente impersonale. Mi ricordo una sera in cui stavo camminando verso la spiaggia nella profonda oscurità di un’ isola dei Caraibi rimasta senza energia elettrica. Quella che era cominciata come una piacevole passeggiata, stava diventando sempre più terribile mentre passavo attraverso uno stretto canyon soltanto con il battere martellante dei frangenti davanti a me come unico senso di direzione. Non avevo mai sentito, nelle mie cellule, quanto siano poderose le forze della natura e quanto, alla loro presenza, sia insignificante il singolo essere umano e tutta la specie umana. Come casualmente e inconsapevolmente  tutto ciò che è preziosamente personale, con la sua storia unica e fragile, può esser travolto da un avverso destino. Ho avuto una certa qual intuizione  di come un ebreo travolto nell’olocausto si possa esser sentito. O un insetto che calpestiamo senza nemmeno accorgerci di ciò che stiamo facendo.

Così non c’è da sorprendersi se, quando siamo messi di fronte a questa forza della natura impersonale ed anonima che immaginiamo disperatamente collegata a Dio, invochiamo un’immagine di Dio perché ci salvi dai pericoli. Come il salmista, possiamo misticamente sentire e vedere Dio nel turbinio selvaggio del vento e in un terremoto devastante o nella fredda diagnosi clinica di un cancro. Ma poi personalizziamo le forze della natura – o biologia – come espressione dell’ira divina o del nostro meritato castigo per i peccati. Antropomorfizziamo Dio, gli attribuiamo i nostri stati d’animo e proiettiamo su di lui le nostre paure. Anche nella nostra cultura, basata sulla tecno-scienza che ci dà grandi spiegazioni per molti di questi fenomeni, ritorniamo, in tempi di crisi, a questa semplice, emotiva idea di Dio.

Ogni qualvolta siamo sopraffatti dai limiti della nostra capacità di controllare gli eventi, è naturale cercare qualche potere superiore che ci protegga. Gesù si è sentito così quando lottava contro il suo destino la notte in cui morì. Ha pregato il Padre di allontanare da lui quell’ora ma subito dopo con l’ultimo respiro, superato l’istintivo riflesso di sopravvivenza ad ogni costo, ha detto: ” non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” affidando la sua volontà a Dio. Vediamo in questo l’universalità della fragilità umana quando viene confrontata con i suoi limiti naturali – chi non trema di fronte allo tsunami della morte? Ma vediamo anche come la debolezza umana, quando è accettata senza negarla o fuggirla, si trasforma in qualcosa di ricco e misterioso, una unione di amore più grande del destino o del karma.

Nell’incontrare e nell’accettare i nostri limiti – quelli che vivono con i disabili e quelli che meditano impegnandosi nel silenzio, si accorgono presto di questi limiti in loro stessi – ci ritroviamo nel terreno di Dio. Finché ci asteniamo dal negare la realtà o dal costruirci vie di fuga immaginarie; se facciamo il passo successivo nel cuore dell’oscurità definita dai nostri limiti e dal mondo della natura; allora i falsi dei si sbriciolano in polvere e ci ritroviamo “in Dio”.  Che significa uno spazio libero senza confini dove si è dissolta anche qualsiasi traccia di paura; e tutto quello che rimane è l’infinita tenerezza di una realtà onnipotente che sappiamo non userà mai la forza.

La “questione” Dio sarà sempre con noi. Anche sui fianchi degli autobus a Londra dove è stata recentemente condotta una campagna pubblicitaria come una partita fatta di parole fra atei e credenti, la “questione” non svanirà mai. (la scritta  sull’autobus della foto dice: Probabilmente non c’è nessun Dio. Ora smetti di preoccuparti e goditi la vita). Semplicemente, come questo tipo di discussione, non porta a nulla. Il cardinal Newman, uno dei maggiori teologi contemporanei, aveva capito tutto ciò e si tenne da parte, lontano dai dibattiti scientifici-religiosi del  tempo sull’esistenza di Dio. Oggi il problema di Dio non è meno attuale e acceso. Comunque, la “questione” Dio può essere la più noiosa, arida e pesante delle questioni. Oppure la più stimolante e luminosa di tutte le questioni umane sulla realtà e sul significato (della vita).

Se il problema rimane meramente a livello mentale – distorto dalle parole e dai pensieri – ci perde e perde il nostro interesse. Non ci offre nessuna percezione che ci stiamo avvicinando alla risposta, alla verità al livello di esperienza. Non potremo mai conoscere Dio solo attraverso il pensiero. Ma, quando ci spostiamo nel cuore, nel silenzio, la “questione” che non ha risposta diventa l’essenza stessa della preghiera. Possiamo conoscere Dio solo attraverso l’amore. L’intelligenza del cuore è amore. A quel punto Dio non è più una “questione”. Diventa un incontro con livelli insospettabili di realtà rivelata, emanata in tutti gli eventi significativi e negli incontri della vita. Troviamo così la risposta – come dice John Main “nella nostra propria esperienza”. Conosciamo Dio nella nostra auto-conoscenza, che completa e trascende tutto ciò che sappiamo di noi stessi. Richard Rohr dice che Dio viene sotto forma di noi stessi. O, come pensava di Cristo Simone Weil, “viene  a noi nel nascondimento e la salvezza consiste nel nostro riconoscerlo”

Perché questo succeda, perché Dio diventi “attivo”, come attiviamo una carta di credito o cominciamo una nuova fase della nostra vita trovando qual’è il nostro compito nella vita – è necessario scontrarci con le nostre limitazioni e accettarle. “La forza di Dio è manifesta nella debolezza umana”. Questo severo paradosso è il portale attraverso cui ci accostiamo alla fede. Qui incontriamo il Dio vivente, se scopriamo di non aver più bisogno di formule magiche e che i falsi dei sono soltanto imitazioni a buon mercato. Il Rolex che costa 5 dollari sul banco di un mercato non può esser vero (ancora meno che vero, come imitazione di quello originale a 10.000 dollari).

Le nostre limitazioni e le nostre fragilità di fronte alla forza della natura mettono continuamente alla prova l’autenticità della nostra vita spirituale. Nel racconto evangelico della tempesta sul lago, Gesù sta dormendo a poppa della barca mentre le ondate la minacciano  rischiando di farla affondare e i discepoli si fanno prendere dal panico. Lo svegliano e gli domandano se non gli importa niente che stiano per morire. Gesù si alza e dice al vento e alle onde di fermarsi. Poi chiede ai discepoli perché si sono spaventati tanto e dov’era andata a finire la loro fede. Non sentendo la sua domanda, si sorprendono del suo potere sulle acque e sul vento. Gesù parla di fede, loro guardano alla magia.

La preghiera si sposta dall’essere dominata dalle nostre paure della natura al fare esperienza (nella fede) dell’infinito potere di Dio, la cui natura è di non usare mai la forza. I timori possono assalirci nelle tempeste e tornado interiori e nelle esplosioni dei nostri lati oscuri. Ma queste forze interiori diminuiscono non appena cominciamo a vivere in comunità, cioè quando entriamo nella solitudine. Vivere insieme con altri e sedersi in silenzio – sono due facce della stessa medaglia dell’esperienza di Dio, lo stesso inevitabile viaggio nella preghiera silenziosa che ci trasforma.

 

Per Jean Vanier, questo è il punto in cui impariamo l’arte dell’attesa vigile. Egli ha fatto delle profonde considerazioni sulla parola greca così significativa nel vangelo di Giovanni – menein – che può esser tradotta con inabitare, vivere, restare, rimanere, risiedere, essere a casa. E pregare profondamente e sinceramente pregare  vuol dire aver già deciso di vivere in un modo nuovo.

Come il meditatore scopre perseverando nella pratica del silenzio ogni giorno; come l’assistente dell’Arche scopre scegliendo di passare parte della vita con i disabili – i livelli interiori ed esteriori della vita gridano per esser sincronizzati. Non appena cominciamo a vivere in modo autentico, parte un segnale verso tutte le nostre relazioni e valori che mette in evidenza tutto ciò che in noi non è autentico o superficiale o falso e chiede di esser armonizzato con il livello superiore di realtà con cui siamo in contatto.

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“La preghiera non è una fuga dal dolore” ci insegna Jean. E’ il mezzo per far penetrare  Gesù dove sento un insuccesso, nel profondo della mia ferita – dove vengono scoperte nel modo più grezzo le nostre  limitazioni – è lì che l’amore ci viene incontro. Jean ci ha raccontato in maniera molto commovente come ha imparato la lezione vivendo con i disabili e con quelli che vivono con e si prendono cura di loro.

Così, quando ci scontriamo con le nostre limitazioni e paure, impariamo anche ad attendere. Ma aspettiamo su un pendio in discesa e diventiamo sempre più deboli con l’avvicinarci del grande incontro con la forza infinitamente tenera di Dio. Come sapevano bene i monaci del deserto, il silenzio è l’essenza della preghiera – la sua totale purezza e la sua semplicità che trasforma. Quando scopriamo il silenzio e l’immobilità che si trovano nel mozzo che unisce i molti raggi della ruota della preghiera, sveliamo il segreto, il mistero dell’autenticità. Fino a che questo non succede ci ritroviamo assaliti – a momenti o di continuo – dai dubbi e dalla vergogna che deriva dai nostri fallimenti nei confronti della realtà.  Presto ci rendiamo conto che questo nuovo silenzio  non è una privazione – non è semplicemente esser privi di parole o di pensieri. Non siamo meno silenti quando ci troviamo nel fragore di una scogliera battuta dal vento o nel mezzo di una foresta circondati dal canto degli uccelli con il suono del vento che soffia tra i rami. Silenzio è semplicemente essere se stessi, niente di più, niente di meno, Che sollievo e quanto assurdamente e misericordiosamente ovvio. E’ allora che ci risvegliamo e ci accorgiamo che questo è il silenzio. Il Buddismo lo chiama la luminosità della mente, e il cristiano, nella conoscenza profonda della fede, conosce come la luce della mente di Cristo. Il silenzio estende in noi una mente talmente più grande, più inclusiva, e più compassionevole della nostra piccola egocentrica consapevolezza. A seconda dei giorni per questo silenzio possiamo sentirci sobriamente ebbri o miserabilmente terrorizzati  di perdere la nostra stessa identità.

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In questo silenzio della mente di Cristo siamo felici di essere noi stessi perché non c’è nessun bisogno di apparire o far finta di esser nessun altro. Questo appagamento è la pace di cui siamo sempre stati assetati. Per l’immaginario religioso questa libertà di non dovere interpretare un ruolo è una rivoluzione non violenta che si realizza man mano che le vecchie immagini di Dio e di se stessi svaniscono come vecchie maschere. Ma la lotta continua. Se il silenzio è così naturale e semplice – e lo vediamo in ogni aula dove i bambini  colgono al volo l’opportunità di meditare – e se è così ristoratore e rigenerante, perché nel corso della vita ce ne allontaniamo e opponiamo resistenza ? Perché troviamo delle scuse debolissime per evitare di dedicargli il tempo necessario ?

 

I monaci del deserto scavavano a fondo e bollavano questo fatto come sostrato roccioso della riluttanza. Lo consideravano  composto di vari strati che chiamavano le occlusioni o colpe gravi. Solo più tardi divennero i “sette peccati mortali”; certo non una buona scelta di parole perché  in questo modo peccato significava “la mia colpa grave” che merita castigo e penitenza. Così un modello legalistico piuttosto che curativo della grazia cominciò a dominare la mente dei cristiani e Gesù divenne esattamente il contrario di ciò che aveva detto di essere – un giudice e un gendarme. Ma si era chiamato pastore e medico. I pastori fanno attenzione e curano. I medici hanno a che fare con i problemi  e guariscono. Non usano la carta della colpevolezza. Un pastore non punisce la pecora che si è persa. Il dottore non infligge altro dolore a chi soffre.

Le “colpe” o occlusioni che affrontiamo quando entriamo nel silenzio della preghiera sono infatti universali ed umane, come tutte le virtù dalla parte dei nostri meriti: avidità, ambizione, eccessi, depressione, pigrizia, ira vanità e orgoglio (superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia). Questi vizi sono i “logismoi” o “pensieri” dell’insegnamento dei cristiani del deserto. (“La preghiera è lasciare da parte i pensieri”). I monaci guerrieri identificavano le fasi attraverso le quali questi stati della mente ci assalgono. Assalto – quando sentiamo per la prima volta che si stanno formando. Interazione – quando cominciamo a prenderli in considerazione. Consenso – quando ci arrendiamo ad essi. Sconfitta – quando ci tengono in ostaggio. E ossessione – quando diventano una dipendenza e continuano a ripresentarsi ciclicamente. Le distrazioni che dobbiamo affrontare in ogni meditazione sono spesso le ondate visibili di queste correnti e maree profonde della nostra personale consapevolezza. Sono le forze personalizzate delle forze universali. Sono le onde dei movimenti dell’anima che colpiscono la riva  della consapevolezza mentale, o dolcemente o come una bufera. Lasciandole da parte con grande pazienza cambiamo la configurazione dell’oceano. Silenzio è l’impegno a lasciar da parte i pensieri per ritornare  al puro e non oggettivante lavoro dell’attenzione che fa della meditazione stessa un’opera d’amore.

In questo impegno capiamo, grazie all’incontro diretto col maestro, che l’amore divino è il terreno della realtà. E che questo amore non giudica. Il giudizio avviene come reazione in noi stessi, come il risultato della totale accettazione  e dell’amore incondizionato che scopriamo nel cuore della realtà. Giudicare vuol dire scorgere la differenza fra il vero me stesso che mi fa vedere come sono in questa esperienza di amore e l’altro me stesso con cui falsamente mi identifico e che mi fa agire in modo non autentico. All’obiezione che ciò personifica il transpersonale, possiamo solo rispondere  che, fino a quando restiamo umani, non c’è modo migliore di esprimerlo che l’amore.E’ anche l’essenza e la sola ragione della religione. Come ha detto Bernardo Lonergan “l’esperienza religiosa è, alla base, l’esperienza incondizionata e sconfinata di essere innamorati”.

Questo ci fa tornare alla forza  di accettare noi stessi come siamo, con tutti i nostri fallimenti e limitazioni. Vuol dire che non accettiamo alcuna responsabilità per le nostre azioni sbagliate o non facciamo nessuno sforzo per migliorare? La prova per verificare se giudichiamo equamente o no è vedere se trattiamo bene gli altri. Finché ci aggrappiamo alla fantasticheria di perfezione o di auto-sufficienza dell’ego, staremo negando una parte vitale di noi stessi.  Saremo combattuti e rifiuteremo noi stessi.  Ciò rispecchia immediatamente come ci occupiamo degli sbagli – come li giudichiamo – degli altri. Rifiutare noi stessi produce astio e timore che vengono proiettati all’esterno. Non riuscire ad amare se stessi  si tramuta in pregiudizio e violenza nei confronti di chi è più debole di noi.

Una ferita profonda è al tempo stesso origine del dolore e della guarigione a cui aneliamo. Ogni altro desiderio è un sostituto – come tutte le molteplici forme di dipendenza e privazioni chiaramente dimostrano. Il desiderio che da assuefazione è più della fame o della sete – sia esso per il cibo, l’alcool, il sesso, i dolci, le droghe o la ricchezza. E’ appetito per cose che non non ci sono di nutrimento.

Entrare nel silenzio al centro del nostro essere – il nostro vero e incontaminato sé – significa scoprire i falsi desideri e cominciare  il processo di demolizione delle abitudini mentali ed emozionali che ci hanno tenuti incatenati. Ma dobbiamo esser pronti alla lotta. Se la evitiamo stiamo semplicemente fuggendo via. Ma se l’accettiamo (la ‘disciplina’ del cammino) accettiamo di conseguenza la trasformazione che è opera dell’amore.

Così, il pensiero di Jean ed il mio vanno di pari passo nel riconoscere la natura dell’amore che ci trasforma. Entrare nel silenzio è la via, perché ogni volta entriamo e ricominciamo di nuovo.  Arrivare vuol dire intraprendere ogni volta il passo successivo. All’inizio ci sembra di non progredire per niente. Più in là capiamo che questo è proprio quello che significa crescere veramente e magnificamente nello spirito. Continuiamo ad avanzare a dispetto dei fallimenti percepiti, perché non c’è limite all’amore che si vuole riversare su di noi.

 

Ci vorrebbe un laboratorio per questo grande esperimento umano in cui ognuno fa la stessa unica scoperta di cosa significa essere umano. E’ contemporaneamente la scoperta di Dio. ” Il mistero della salvezza è presente in modo  invisibile” secondo la ‘Lumen Gentium’. “Lo Spirito Santo opera  all’interno e all’esterno dei contorni della chiesa visibile”. Ed è scritto nell’uomo il bisogno dell’altro e degli altri per noi.  La comunità quindi è il grande laboratorio di quel viaggio spirituale che è la vita.

Possiamo far questa scoperta unendoci ad una reale comunità, come l’Arche, e poi dopo poco scoprire sia gli ostacoli in noi stessi sia il bisogno dell’opera del silenzio interiore. Oppure potremo scoprirlo rispondendo alla nostra sete di silenzio e di impegno nella meditazione, vedendo come, sempre sorprendentemente, crea comunità e ci situa nella trama di amore con gli altri.

Ad ogni modo, in tutti e due i modi sarà un cammino stretto.  Non perché ci sia qualcuno che vuole renderci più duro il cammino – non stretto in quel senso. Ma perché il cammino ci aiuta a concentrarci. L’amore in questo senso è stretto – ci fa mettere a fuoco personalmente su un altro o sualtre persone. Ma l’esser ristretto  espande le nostre menti e i nostri cuori oltre i loro stessi limiti . Amare totalmente e veramente una persona è amare il cosmo. Questa è l’esplosione che ha luogo quando entriamo nel silenzio della preghiera.

 

Con grande affetto,

Laurence Freeman