Mercoledì di Quaresima – Seconda Settimana

‘C’era un uomo ricco che vestiva con abiti purpurei di raffinato lino e banchettava con magnificenza ogni giorno. Alla sua porta c’era un mendicante chiamato Lazzaro, ricoperto di piaghe, che desiderava raccogliere le briciole cadute dalla tavola del ricco per nutrirsi. Persino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli in grembo a Abramo. Anche l’uomo ricco morì e fu sepolto.

 

Senza dubbio a Gesù piaceva insegnare tramite delle parabole perchè sono come dei passe-partout che ci lasciano entrare in tutte le stanze. Le leggiamo e attribuiamo loro un significato nella misura in cui permettiamo loro di leggerci e dare significato alla nostra esperienza. Questo è qualcosa di molto diverso per ogni persona. A non molti di noi piace essere letti, anche solo da una parabola.

Questa è crudamente realistica – va notato il duro contrasto delle condizioni materiali. Osservando il crescente differenziale tra i bonus percepiti dai banchieri e il livello di benessere abitativo di oggi, potremmo concludere che 2000 anni di valori del vangelo hanno fatto poco per cambiare le strutture di base dell’ineguaglianza che caratterizza la società umana. Per gli economisti si tratta solo di grafici. Per coloro che lavorano o sono alla ricerca di un lavoro si tratta di vesti di lino prezioso e abbondanza di cibo oppure piaghe e esclusione sociale. La morte, non la politica, è la grande equalizzatrice .

C’è un altro modo di leggere e essere letti da questa parabola – al livello della nostra abbondanza o povertà spirituale. Essere ricchi spiritualmente è essere centrati nei nostri bisogni umani e non avere attaccamento per ciò che possediamo. Essere poveri di spirito è definire noi stessi in base a ciò che abbiamo e ripararci dalla paura della morte dietro false sicurezze.

E’ difficile trovare un modo o uno standard in base al quale comprendere l’intero spettro della vita. Nessuna ideologia può riuscire a farlo. Lo può fare la Croce: perchè mostra l’intersezione della dimensione orizzontale, materiale, di tutte le esperienze, con quella verticale, spirituale.

Il punto è che l’aspetto spirituale e quello materiale non sono separati. Tutte le esperienze che facciamo li incarnano entrambi. E la Croce – il grande simbolo dell’amore che riesce a brillare attraverso la sofferenza, riuscendola a trasformare, rivela che ciò che la mente vede in linee parallele che non si incontrano mai, in realtà converge e si interseca.

Il cuore è il punto di convergenza. Se non sappiamo cosa significhi “cuore” – come accadde per l’uomo ricco nella parabola fino a che non fu troppo tardi – allora la nostra esperienza, per quanto variegata, di successo o attraente, a malapena merita di essere chiamata umana. Soltanto la conoscenza che sorge nel cuore dall’immobilità senza limiti dell’essere ci rende pienamente umani, pienamente vivi.

Laurence Freeman OSB