Mercoledì di Quaresima – Quinta Settimana

Quando in Artide arriva l’inverno, i solitari orsi polari si scavano un giaciglio nel ghiaccio e si acciambellano per il loro lungo letargo. Poi arriva la neve che li ricopre mantenendoli vivi nel gelido deserto; l’isolamento del freddo li salva dal freddo letale. La femmina dell’orso partorisce durante il suo lungo sonno.

I richiami acuti dei minuscoli cuccioli attivano la produzione del latte, sette volte più nutriente di quello umano; e il suo istinto materno si dimostra più forte del più potente sonno. In primavera esce, con i cuccioli che inciampano dietro alle sue zampe, alla ricerca di cibo solido ma facendo attenzione ai maschi affamati per i quali i suoi bambini sarebbero degli spuntini irresistibili.

Non possiamo fare a meno di vederci riflessi nel mondo animale. Là troviamo tutti i difetti umani, la territorialità, la gelosia sessuale e la possessività, l’istinto di sopravvivenza dell’ego. Ciò che manca tra gli animali è qualunque senso del peccato. Il mangiare cuccioli, lottare a morte per il dominio sessuale, non macchiano la loro innocenza. Se compiono cose che troviamo riflesse nelle nostre qualità più elevate, la fedeltà o il sacrificio di sè, anche queste rimangono all’interno della sfera animale e non possono essere considerate virtù. Nella Genesi, Dio crea gli animali per fare compagnia agli uomini ma trovò che non erano sufficienti a attenuare il bisogno umano di unione.

Spesso condanniamo la disumanità umana come animalesca, che ovviamente è un insulto al regno animale. Gli animali cacciano e uccidono ma lo fanno per sopravvivere e non come facciamo noi per piacere o per manifestare la loro rabbia su creature più deboli.

Allora qual è la differenza? E’ quel fattore che chiamiamo consapevolezza o quella particola qualità della consapevolezza che è specificamente umana. Non qualcosa che ci rende per natura superiori ma che ci rende infinitamente fortunati. Non è (soltanto) che siamo biologicamente più intelligenti o più gentili. Ma è che siamo stati stimolati a una condizione di attenzione vigile dalla consapevolezza che siamo conosciuti. Viviamo all’interno di una conoscenza caritatevole che è qualcosa di più di istinto o auto-conservazione. Chiamiamola grazia – un dono che fluisce da una fonte del puro essere non oggettivabile direttamente dentro il bacino della nostra anima.

Il prossimo balzo in avanti è quello che, diventandone consapevoli, siamo spinti a volgere l’attenzione verso la fonte invisibile anche se questo significa, come effettivamente accade, distogliere l’attenzione da noi stessi. E così ricerchiamo un maestro tangibile, visibile, in cui la grande fonte è completamente presente e disponibile. Attraverso questa connessione possiamo bere alla sorgente dell’essere in modo nutriente come il latte che bevono i cuccioli.

Entra Gesù. 

«Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete miei discepoli e conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi»

Laurence Freeman OSB