Meditatio Newsletter Ottobre 2013

 Carissimi amici,

lo scorso mese di agosto ho visitato per la prima volta il Myanmar – sono stato a Rangoon, Mandalay e Taunggyi.

Con altri membri della Comunità mi sono recato su invito dei tre Vescovi in questi luoghi leggendari, per proporre un’introduzione alla meditazione alla Chiesa birmana. Come succede di frequente, quando uno va per insegnare, se gli studenti sono motivati, si impara almeno tanto quanto si insegna.

E’ stato subito evidente che i gruppi birmani con i quali mi sono incontrato – studenti, clero, religiosi, parrocchiani e bambini erano formati da ascoltatori particolarmente ricettivi. Non mi viene in mente nessun altro posto in cui io abbia dovuto sistematicamente chiedere alle persone di aprire gli occhi dopo il suono della campana e la lettura che chiudono generalmente la sessione di meditazione. La ‘fame di una preghiera più profonda’ è un’espressione – comunque sia vera – che si sente di frequente ai giorni nostri sulla bocca dei credenti. Tutti annuiscono – saggiamente o mestamente, non è facile dire. Ma qui quella fame, e la gioia di poter scoprire dove soddisfare la fame della loro fede era palpabile e, per noi, era veramente bello esserne parte.

A Taunggyi abbiamo tenuto le meditazioni in una sala del complesso cattolico in cui sorge la cattedrale franco gotica – strana memoria culturale del passato eppure sede amatissima dalle persone che vanno lì per pregare. Accanto c’era un orfanotrofio con un incredibile numero di bambini felici che scorrazzavano in modo molto educato. Ad un certo punto sono stati fatti entrare per la prima meditazione, si sono seduti tranquillamente sul pavimento di fronte al sacerdote. Mi domandavo se erano stati fatti venire solo per accrescere il numero dei presenti o perché non c’era più nessun sorvegliante a disposizione. Non sono in grado di dire quanto abbiano capito del discorso sulla meditazione come preghiera nella nostra tradizione, ma ho il sospetto non tanto. Poco dopo, quando siamo arrivati alla spiegazione della pratica, cioè come realmente meditare, mi sono concentrato su di loro e ho lasciato che gli adulti stessero solo ad ascoltare. Vi posso assicurare che ascoltavano. E ho visto che tutti capivano da come si mettevano nella giusta postura, come erano impazienti di restare immobili; e ci sono riusciti per tutto il tempo della meditazione. Quando ho dovuto dire di aprire gli occhi, l’ho fatto perché erano in un profondo stato di attenzione interiore. Più tardi li ho sentiti dire che non era stato sempre facile ripetere il mantra, ma l’avevano fatto con gioia; a quel punto ho davvero capito come lo Spirito, operando come al solito sull’interiorità della consapevolezza, stava facendo vivere un’esperienza anche ai loro insegnanti.

 

Meditando con i bambini mi convinco di quanto la meditazione sia naturale

Può sembrare un atteggiamento paternalistico attribuire la comprensione e la disponibilità dei cristiani birmani verso la meditazione alla semplicità della gente. In parte è anche dovuto all’immagine onnipresente in tutti i templi e negli spazi pubblici di una figura pacificamente seduta con gli occhi chiusi e la schiena eretta in serena contemplazione.

L’idea di semplicità ha molti significati ed io in questa lettera vorrei analizzarne uno in particolare. Non intendo ingenuità o superficialità. Io voglio dire ricco di possibilità di crescita della consapevolezza fino alla mente di Cristo. In parte una delle motivazioni per cui i birmani godono di questo tipo di semplicità deriva certamente dal fatto che in Myanmar internet funziona con orrenda lentezza e i palmari che ci collegano tutti portandoci alla dipendenza digitale e ad uno stato di distrazione cronica e di ansietà, qui sono oggetti di lusso. Quelli che possiedono tali dispositivi mostrano già i primi segni dei malesseri della società tecnologica e quelli che non li hanno, li scrutano con una certa anelante invidia. Non voglio avere una visione poetica di quel popolo o di quel paese.

E’ impossibile averla in un paese che è stato sotto la crudele e intensa oppressione di un regime militare per sessanta anni, dove sono in atto almeno undici conflitti fra gruppi tribali e dove un fanatico populista monaco buddista chiama alla persecuzione della minoranza mussulmana in una società al 95% buddista. (Ma perché i generali hanno dichiarato il buddismo religione di stato?) Tutto ciò dimostra un altro aspetto della semplicità. Fragile, vulnerabile e facilmente abusata. Questo è tristemente evidente per quel che riguarda i bambini ma non meno per una società in cui i valori spirituali – e così umani – sono tanto rispettati e trasmessi dai genitori ai figli.

Come sempre succede meditando con bambini – e con le persone innocenti – ero convintissimo di quanto sia naturale la meditazione.

Siamo nati per questo. Ma non sono solo i bambini a rivelare questo lato della nostra natura. Chi sta vivendo un grande dolore può scoprire e adottare la pratica della meditazione proprio nel momento dell’angoscia e della disperazione. Le persone depresse, combattute nella loro interiorità o affette da dipendenze possono trovare una nuova speranza di salute e guarigione. I senza fissa dimora o le persone prive di qualsiasi status sociale o che hanno subito fallimenti e rifiuti, possono ritrovare il loro senso di dignità e di autostima.

Le parole chiave nell’esperienza di questo tipo di semplicità sono trovare e scoprire. Ricordiamo la semplice parabola con i suoi inesauribilmente ricchi livelli di significato: il regno dei cieli è simile a un uomo che trova un tesoro nascosto nel campo. Lo nasconde di nuovo e poi pieno di gioia vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Rispondendo agli interrogativi posti da questo insegnamento, alcuni dicono, auto-rivelandosi, che l’uomo ha sotterrato di nuovo il tesoro trovato per non farlo scoprire da nessun altro prima di comprare il campo. Altri riflettono ulteriormente sul brano e vanno più in profondità.

Quello che la parabola mi suggerisce è la capacità di esser colti di sorpresa – sorpresi da una realtà della vita che avevamo considerato esaurita e definitivamente etichettata (ed inevitabilmente sottovalutata). Cosa succede quando lasciate veramente andare le false speranze e la memoria delle delusioni che vi si aggrappano come una pianta parassita ad un albero, succhiandone tutta la forza? Cosa significa davvero rifiutare di non esser più spadroneggiati dall’illusione, per quanto ciò vi possa dare conforto o un momentaneo sollievo? Vendere tutto, implica anche questo, fra le altre cose? Arrivare al punto in cui la rinuncia a tutte le falsità diventa veramente sincera è un lungo viaggio per la maggior parte di noi. Le nostre illusioni sono così strettamente collegate alle ferite per le quali sono state inventate e che ci avevano promesso di sanare. Facciamo promesse che riteniamo reali ma che non manteniamo e dobbiamo imparare dai ripetuti fallimenti e dai compagni che percorrono con noi questo cammino interiore.

Ma un giorno, quando finalmente scatta qualcosa e vendiamo tutto per davvero, tutti i falsi tesori, ci sorprendiamo che non succeda nulla. I cieli non si aprono all’improvviso, né una pioggia d’oro ci finisce in grembo. Liberi dal desiderio ci domandiamo stupiti come soddisfare il desiderio se non c’è più nessun desiderio. Questa è la povertà in spirito – uno stato in cui troviamo difficile stare a lungo, come gli ebrei nel deserto, senza desiderare avidamente i beni che ci siamo lasciati alle spalle nella terra dove eravamo schiavi. Magari ci adattiamo all’idea di un futuro lungo e scialbo. E allora scopriamo un tesoro che arriva da chissà dove e dobbiamo sotterrarlo di nuovo ma così non riusciamo a estrarlo dalla sua sorgente e metterlo in un conto bancario. Ci vuole un po’ perché possiamo accorgerci che quel tesoro è veramente reale, così reale in effetti, che pensiamo per un momento possa esser un’altra illusione. All’inizio non abbiamo una gran capacità di essere reali, veri. Lo sviluppo di questa capacità è il viaggio spirituale, il senso di riuscire a realizzarsi. (Fare attenzione è il miglior metro di misura di questa capacità).

La cosa strana è che quel tesoro appare quando possiamo sembrare ancora ampiamente occupati con il nostro sé, commiserevoli verso noi stessi, o auto- consapevoli. Percepiamo di aver lasciato andare qualcosa ma ci aggrappiamo ancora alla sensazione di una perdita. Se questa condizione è troppo forte, naturalmente non saremo capaci di scorgere il tesoro nemmeno se e quando avesse lo sguardo fisso su di noi. Ma, se la povertà in spirito è abbastanza forte, anche la residua inclinazione alla illusione e l’impazienza del desiderio non ci impediranno di vedere con occhio meravigliato quello che ci è accaduto. Questa scoperta è accompagnata da un senso di gratitudine che ci spingerà a cercare la misteriosa e invisibile origine del dono ricevuto. Abbiamo riconquistato la nostra innocenza – la verginità mentale – e siamo tornati ad essere semplici. Se non diventerete come dei bambini…

Non c’è bisogno di ricordare a dei bambini che sono degni di redenzione – sono solo degni d’amore. Ma, da adulti abbiamo continuamente bisogno di esser rassicurati del fatto che il peggio che possiamo fare agli altri o a noi stessi può esser ribaltato, dal profondo di noi stessi, da forze di rinnovamento totalmente al di là della nostra comprensione o controllo. Il significato di semplicità diventa più chiaro quando avvertiamo la profondità nascosta del nostro essere – per cui il salmista cantava e lodava con stupore: Ti ringrazio Signore per la meraviglia del mio essere.

Per lo sviluppo umano, l’auto-conoscenza, come ci insegna la tradizione del deserto, è più importante della capacità di fare miracoli. Quello che conosciamo in questa forma di attenzione consapevole non è solo una serie di informazioni su noi stessi, o il nostro cervello o i nostri schemi psicologici, ma un’intuizione esperienziale del nostro coinvolgimento nell’essere stesso. In questo tipo di conoscenza, la conoscenza più soggettiva di cui siamo capaci, non vediamo più noi stessi come oggetti. Conosciamo tutto dall’interno della grande e allo stesso tempo creativa e redentrice auto-conoscenza di Dio.

Siamo diventati semplici e completi. Questo è al di là di ciò che la nostra l’immaginazione può concepire, e perciò anche al di là di ciò che il nostro desiderio può raggiungere, o la nostra volontà può cercare di conquistare. Per gli esseri umani la semplicità è la verità più difficile da percepire. Una condizione di completa semplicità che però costa tantissimo. La nostra semplicità poi diventa una botola verso l’abisso della semplicità divina. A questo punto, prima di cadere nell’auto-trascendenza, possiamo e all’inizio succede, tirarci indietro. Temiamo la libertà senza limiti più delle mura di una prigione, sulle cui pareti in fin dei conti possiamo incidere la nostra infelicità e cercare così di essere ricordati. Non abbiamo ancora perso la nostra auto-identità.

La semplicità è agevolata molto dalla perdita di potere o di libertà. E’ una difficile verità che non ci può essere imposta con la forza o con un’azione violenta o crudele da parte di altri – anche nel caso in cui potrebbe offrirci qualche speranza di redenzione da situazioni che possiamo solo definire diaboliche. Ma noi siamo fatti per esser guidati in questo vedere, in questa saggezza, da maestri e guide che hanno percorso il cammino prima di noi – non da guide cieche o ingannevoli che non sanno il male che stanno facendo. L’opposto della semplicità è la doppiezza.

In altre parole, è necessario che ci venga insegnato a meditare fin dall’inizio del nostro viaggio di consapevolezza. Poi, molto prima che si formino i concetti di semplicità, povertà in spirito, impariamo a separare il pensiero dall’esperienza e l’illusione dalla realtà. Andando avanti impariamo che anche se può essere un processo difficile, come risultato, alla fine, scopriamo la gioia che ne deriva. Non siamo felici per ciò che abbiamo ottenuto ma per quello che abbiamo lasciato andare. La gioia non è un bene da ricercare, ma una condizione naturale da cui ci dimentichiamo di esser già posseduti.

Le conseguenze della scoperta di questo tesoro sono incommensurabili. E sovvertono il modo di vivere ed i valori istituzionali che governano il mondo – e lo hanno sempre fatto. Un certo numero di meditatori nel mondo della finanza ha parlato delle ragioni per cui meditano in un articolo apparso sul Financial Times. Ovviamente il giornale che li intervistava deve concentrarsi sulle motivazioni che più interessano le persone appartenenti a quel mondo particolare – chiarezza di valutazione, calma anche sotto pressione e leadership efficace. Questi sono reali benefici della meditazione in una cultura che causa stress in cui il successo negli affari spesso significa fallimento in altri aspetti essenziali della nostra umanità quali la salute, i valori della famiglia o la felicità.

Ma questi benefici non bastano a spiegare perché queste persone meditano. Né in modo esaustivo spiegano le conseguenze dell’introduzione della meditazione – il modo più rapido che l’uomo conosca per separare la verità dalla falsità – nella nostra attuale cultura materialistica. Non pretendiamo che, se le stesse persone che si cibano di economia sono anche quelle che imparano a semplificare i loro desideri in quanto esseri umani, la teoria economica moderna venga messa in dubbio dalle fondamenta. Ma emergerà una nuova idea di benessere rispetto al valore dei nostri centri commerciali quale modo fondamentale di impiegare il tempo libero.

Ritornando a Londra dall’Asia ho comprato un melone in un supermercato, mentre lo mangiavo mi sono meravigliato di come era – in che modo innaturale e prematuro era stato coltivato, raccolto, spedito e piazzato sullo scaffale. Manipolazione e delusione sono insiti in ciò che non è naturale. Etichette “biologico” e contenitori verdi cercano di eludere l’insoddisfazione del consumatore, ma la verità viene fuori dal sapore. Forse il melone aspro con un aspetto ingannevolmente attraente mostra ciò che la saggezza religiosa ci ha insegnato da lungo tempo: che i due grandi corruttori di ciò che è naturale e che ci auto-esiliano sono l’impazienza e la pigrizia. Fra questi due estremi, che chiunque sta imparando a meditare conoscerà presto, c’è una distanza minima.

Cercatelo con cuore semplice: Egli infatti si fa trovare da quelli che non lo mettono alla prova e si manifesta a quelli che non diffidano di lui.. I ragionamenti distorti separano da Dio …la sapienza non entra in un’anima che compie il male. (Sapienza 1:1 – 4). Questa descrizione di “santa semplicità” sottolinea quello che John Main intendeva quando diceva che quando impariamo a meditare dobbiamo lasciare andare le nostre richieste e aspettative. Certamente, al fine di passare dai benefici psico-fisici ai frutti spirituali, prima di tutto dobbiamo abbandonare l’idea che la pratica sia semplicemente una tecnica.

La naturalezza è molto vicina alla divinità. Ma quando ce ne siamo allontanati abbiamo bisogno della disciplina per riavvicinarci. C’è anche una santa disciplina che ci porta alla santa semplicità che, come dice S. Pier Damiani, sta solo in Dio. Troviamo questo tipo di disciplina, raccomandata da ogni corrente di saggezza spirituale, nella famiglia umana. Sembra che abbiamo bisogno di disciplina per riconoscere la grazia quando la grazia ci trova.

Così Gesù traccia un parallelo con un’altra parabola simile ma diversa oltre a quella dell’uomo che trova un tesoro nel campo della sua vita normale dove esso deve rimanere. “Il regno dei cieli è simile ad un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore va, vende tutti i suoi averi, e la compra”. Molti elementi sono gli stessi – cercare, riconoscere, vendere tutto e farla propria. La differenza significativa è che in questo caso è il mercante a cercare le perle. E’ attivo nella ricerca e avrà successo se agisce con metodo. I buddisti a volte rendono grazie per aver trovato un’incarnazione umana; questa è la fortuna o la grazia che tutti noi abbiamo ricevuto. Ma la fortuna non basta. Dobbiamo rischiare tutto.

Quando siamo trovati da ciò che stavamo cercando e riconosciamo noi stessi nell’anonimo benefattore, è allora che la storia si fa interessante. La consapevolezza si espande oltre il piccolo schermo dell’interesse personale su cui ci stavamo concentrando.

E’ il momento in cui “la santa curiosità” sta accanto e sostiene la santa semplicità. Alcuni maestri hanno detto che la curiosità nei confronti dei misteri di Dio è inappropriata. Madre Giuliana dice che siamo autorizzati a conoscere tutto ciò che serve al nostro bene. C’è stata spesso una certa diffidenza a proposito di una “stupida curiosità” che potrebbe diventare come il motore di ricerca di Google – una ricerca di informazioni senza confini ma senza metodo e quindi senza la grazia della saggezza. Questa non è una santa ma una “stupida curiosità”. Altre voci sostengono che la curiosità stessa sia santa in quanto componente essenziale del cammino verso la consapevolezza umana. Per noi è naturale voler sapere cosa, dove, quando e soprattutto perché – anche quando esploriamo il mistero che consuma il cercatore curioso. L’andare alla ricerca di conoscenza del mondo in cui ci troviamo e dell’auto-conoscenza che dà ad esso un senso, viene naturalmente frustrato di fronte a ciò che appare nascosto o inaccessibile. E’ sempre la porta chiusa a esercitare una maggiore attrattiva per la nostra immaginazione e speranza.

La tradizione mistica e la scienza moderna rispettano entrambe la virtù e il bisogno di curiosità. Einstein rispecchia in modo famosissimo la visione mistica modellata da semplicità e stupore a cui sono alla fine arrivati i grandi scienziati : “La curiosità (diceva) ha la sua ragione di esistere. Non possiamo che esser sbigottiti quando contempliamo il mistero dell’eternità e la meravigliosa struttura della realtà. E’ sufficiente cercare di comprendere una briciola del mistero ogni giorno. Non perdete mai la santa curiosità”.

Con un mio amico abbiamo recentemente discusso l’idea di un ‘laboratorio di consapevolezza’ che focalizzi l’attenzione sull’analisi e la comprensione delle frontiere e della natura della consapevolezza. Meditatori potrebbero dedicare considerevoli periodi di tempo a questo progetto.

Come scienziato e persona spirituale il mio amico cerca un linguaggio e una metodologia che non sia materialistica ma che possa esser riconosciuta come seria e rigorosa da altri scienziati. Ancora non mi è chiaro come si possa giungere a questo traguardo. Come si fa a rendere ciò che è soggettivo oggettivamente verificabile? Ma è una ricerca opportuna quella di ricollegare queste due vie di conoscenza in un unico modo di intendere la consapevolezza. Per realizzare tutto ciò, la mente scientifica dovrebbe per lo meno essee aperta all’idea di una spiegazione non materialistica della consapevolezza. Questo, praticamente da sé, aprirebbe la strada ad una nuova scala di valori su cui potrebbero basarsi anche altre istituzioni nella società.

Troppo spesso perdiamo la saggezza per diventare semplicemente intelligenti. La saggezza è quell’inafferrabile modo di vedere e capire che si trova facilmente nel semplice e nel povero ma manca spesso fra i sofisticati e i potenti. Gli orari ferroviari e le efficienti burocrazie che nutrivano le fabbriche di morte del Terzo Reich. La genialità dei fisici che hanno prodotto Hiroshima e Nagasaki. Gli algoritmi che hanno portato alla crisi finanziaria da cui ci stiamo ancora riprendendo.

Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra

perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti

e le hai rivelate ai piccoli (Matteo 11:25)

Senza equilibrio fra semplicità e stupore, curiosità e intelligenza, la consapevolezza non riesce a svilupparsi fino a quel livello di umiltà in cui apprendiamo dai nostri errori. E allora siamo condannati a ripeterli dalla vacuità del nostro ego.

Non c’è equilibrio senza integrazione degli opposti.

Un esempio di ciò – e della differenza fra intelligente e saggio – è un testo dell’ XI sec. (Dominus vobiscum) in cui la domanda più importante è se un eremita che celebra la messa da solo nella sua cella deve dire “il Signore sia con voi”. Qualcuno a cui la vita stessa dell’eremita pare assurda potrebbe dire che si tratta proprio di una specie di domanda sciocca con cui occupare il tempo. A chi importa e che differenza fa? Ma, se analizziamo la domanda con una certa curiosità possiamo forse scoprire l’esistenza del più grande e semplice mistero della fede cristiana: il corpo mistico di Cristo, che siamo noi, e in cui le nostre menti si espandono oltre l’ego verso la saggezza dello Spirito di Dio. Così, sì, la risposta alla domanda iniziale è sì, cioè è ragionevole che l’eremita pronunci le parole “sia con voi”. Non lo dice irrazionalmente alle pareti della cella ma in quanto simboleggia per lui stesso e per altri la realtà di una presenza che trascende l’ordinario senso di percezione.

Forse questo discorso sembra riguardare solo i mistici medievali o i moderni contemplativi professionali. Ma tiene conto della comunità di meditatori in tutto il mondo, a cui i bambini, i laici e il clero di Myanmar sono stati invitati ad unirsi quando abbiamo loro presentato la meditazione nella loro stessa tradizione di fede.

Molti di voi che leggono questa lettera hanno meditato da soli stamattina o mediteranno da soli stasera. Ma eravate soli durante quel lasso di tempo in cui avete dato la possibilità alla mente di discendere al cuore? Man mano che le pressioni del tempo evaporano nel momento presente della contemplazione, possiamo riconoscere e gioire nell’esistenza di una connessione, una unità che solo la saggezza può vedere.

La sapienza può tutto…La sapienza si estende vigorosa da un’estremità all’altra e governa a meraviglia l’universo. (Sapienza 7:27 8:1)

Una tale sapienza non è per l’individuo da solo. Come dice ancora il Libro della Sapienza la speranza del nostro mondo consiste nell’aumento del numero di persone che possono esser chiamate sagge semplicemente perché, ad un certo grado di autenticità, hanno scoperto il tesoro sepolto nel loro cuore ed hanno venduto tutto per la perla di grande valore che non hanno mai smesso di cercare.

Con grande affetto

Laurence Freeman OSB