Meditatio Newsletter – luglio 2012

Carissimi amici,

C’è qualcosa di molto bello e particolarmente umano nel fatto che un gruppo di persone appena alzate, di buon mattino, si chiudano alle spalle la porta della loro stanza senza far rumore per non disturbare il silenzio e si radunino nello spazio dedicato alla preghiera in comune.

Vanno verso la solita sedia o cuscino – siamo tutti abitudinari – e si sistemano in attesa del suono della campana. Che sia in un monastero o durante un ritiro dove si crea una comunità temporanea in quel lasso di tempo, questa silenziosa finalità comune e uniformità sono profondamente rivelatorie. Ci dimostra quanto siamo simili agli animali – pensiamo agli uccelli che si riuniscono per la notte ed emigrano in inverno, o ai mammiferi che seguono il loro percorso quotidiano verso il foraggio per nutrire i piccoli. Riconosciamo qualcosa di noi stessi in questo comportamento naturale. E ancora convergere prima della caccia e delle riunioni del giorno, semplicemente per pregare significa anche riconoscersi umani e voler approfondire la propria auto-conoscenza.
A Monte Oliveto il nostro ritiro annuale è diventato una tradizione. E’ sempre diverso. La chimica delle nazionalità – quest’anno dodici – le persone che vengono da sole o i gruppi di amici che vengono insieme, la personalità del monaco responsabile degli ospiti (tutti quanti hanno apprezzato il gioioso e attento Dom Lorenzo), le nuove metafore di Giovanni per le sue classi di yoga (le vostre membra sono fluide come olio d’oliva); le festività liturgiche (la processione del Corpus Christi intorno alla chiesa, che qualcuno ha seguito perplesso e qualcun altro con nostalgia): tutto è ciclico ma nulla è ripetibile. I luoghi e i ritmi di vita sono come dei vecchi amici. Li riconosciamo con una felice soddisfazione e con un senso di sollievo perché sono ancora con noi. Ogni gioia è nel suo riconoscimento. La vita è non solo nuova, ma ancor più significativamente rinnovabile. Ci rivediamo l’un l’altro e così ci ricordiamo chi siamo, andando avanti nella consapevolezza ogni volta che riconosciamo un vecchio amico.
Alla prima meditazione della giornata, quella che chiamiamo facoltativa, così che le persone non si sentano in colpa se non riescono a parteciparvi, quasi tutti sono presenti, puntuali, man mano si fermano immobili in attesa del suono della campana, come atleti ai nastri di partenza pronti alla gara. Alcuni che tossiscono si sentiranno ricordare di fare più attenzione; ma generalmente l’istinto di restare in silenzio ed immobili tutti insieme è molto forte. Poi, appena la campana ci introduce all’impegno del silenzio, ci accorgiamo quanto è rumoroso il mondo che si permette di entrare e venire a farci visita attraverso le grandi finestre aperte dell’ampia sala di meditazione: rondini, colombi, un distante ma onnipresente cuculo, le campane che svegliano i monaci per il loro Ufficio, la borbottante Fiat della signora che parla sempre a voce alta e che lavora nell’orto sottostante e alla quale il responsabile degli ospiti ha cercato, come meglio poteva , di dire di essere (più) silenziosa durante la preghiera mattutina. Una sinfonia di rumori accanto al silenzio.

Appena iniziato il viaggio della meditazione
ci rendiamo conto di questa mancanza
di attenzione in noi stessi.

Eppure, come sa bene ogni esperto meditatore, non è il rumore dall’esterno che ci distrae, ma sono le nostre distrazioni interiori a diventare rumorose e a coprire il silenzio. State meditando e la vostra mente si disperde. Vi aggrappate al mantra come al mancorrente su una nave in tempesta, evitando le incessanti domande e la morsa dei vostri problemi o ferite o sogni ad occhi aperti. Poi all’improvviso sbatte una porta o una voce forte penetra dall’esterno o qualcuno vicino a voi comincia ad agitarsi, si sviluppa una certa irritazione e cominciate a dar colpa al rumore o a quel movimento di rendere ancora più difficile il vostro impegno. Ma se state meditando e avete raggiunto uno stato di pace e di attenzione, avete trovato un certo livello di chiarezza e di immobilità vigile e siete liberi per un po’ da pensieri ed emozioni assillanti. Allora sbatte una porta o qualcuno tossisce facendo un gran rumore. Ma non vi provoca rabbia. Si può accettare come il cuculo indiscreto, semplicemente per quello che è. Nessuno da incolpare. La compassione (l’amorevolezza) è più forte della rabbia.
Quest’anno il nostro tema era “il libro del cuore” e i livelli del viaggio contemplativo. Può esser difficile misurare lo ‘spirituale’ ma i maestri di vita spirituale hanno capito come sia utile avere una mappa e un senso dei passaggi da dover affrontare. Il tempo richiesto per ogni passaggio varia da individuo a individuo; e non esiste nessuna pillola per velocizzare il procedimento, solo la medicina della fede che ci salva dal perder tempo.
La cattedrale di Chartres nella Francia settentrionale è in sé stessa un libro in pietra in cui sono illustrate storie e dottrine della nostra tradizione. Tutto in una grande bellezza e potente armonia di arte e fede che una mente moderna può a malapena capire. In un’epoca in cui non tutti sapevano leggere la gente imparava così. Le vetrate colorate e le sculture erano i fumetti del tempo ma anche una delle più alte vette della civiltà. Nel portale occidentale della costruzione, inserito tra molte piccole sculture che rappresentavano le più importanti verità ed idee che davano senso alla vita della gente, se ne trova una particolare sequela di sei. Esse mostrano una donna velata, seduta, che tiene un libro in modi diversi che raffigurano i diversi livelli di contemplazione.
Queste immagini hanno costituito la base per le conferenze quotidiane nei caldi giorni del ritiro a Monte Oliveto. Dopo la meditazione, la colazione, lo yoga, sempre in silenzio, tutti si dirigevano verso l’aula S. Benedetto, la sala di conferenze nell’angolo sinistro di un ampio cortile di mattoni rossi penetrato per secoli dal sole. Per tenere sveglie le persone, ma anche per ricordare che mente e corpo insieme sono i nostri organi di percezione, avevamo un intervallo a metà di ogni conferenza. In fila andavamo nel cortile ed eravamo guidati in semplici esercizi di risveglio dei sensi, toccavamo le antiche mura di pietra o facevamo stretching verso il blu del cielo. E, di nuovo in fila rinfrescati e sorridenti, tornavamo in aula per la seconda parte dell’incontro.
Nella prima scultura della sequenza la donna è in uno stato pre-contemplativo. Appena cominciamo il viaggio della meditazione ci rendiamo conto di questa mancanza di consapevolezza in noi stessi. Finché non sorge questa consapevolezza siamo davvero persi. Magari più in là ricorderemo questa fase, non così lontana nel tempo, come un periodo in cui non riuscivamo a capire o a provare nessun interesse per tutto ciò che poteva significare la contemplazione o la meditazione. Eravamo o troppo occupati o troppo spaventati. Forse eravamo alla ricerca di un “qualcosa” che speravamo avrebbe potuto soddisfare o giustificare la nostra esistenza senza davvero sapere cosa era il “di più” che desideravamo. Oppure eravamo delusi e depressi, non credevamo che “qualcos’altro” oltre a ciò che eravamo ed avevamo nelle nostre vite, potesse veramente esistere.
La donna della scultura ha uno sguardo vago e distante. Tiene nella mano sinistra un libro chiuso; la mano destra è nascosta. L’aspetto attivo e quello contemplativo della persona non sono integrati e addirittura non consapevoli l’uno dell’altro. In questa fase pre-contemplativa è difficile vedere perché si dovrebbe cambiare, per non parlare di come cambiare. O, se ci riuscissimo, il cambiamento è un pensiero da spedire con una pedata in un improbabile futuro. A volte questo atteggiamento è di netto diniego come succede agli alcolisti, la cui vita è stata distrutta dalla dipendenza, ma che dichiarano di non avere nessun problema o, anche se lo riconoscono, dicono di avere sotto controllo la loro situazione. Oppure si tratta di una semplice resistenza al cambiamento perché il diavolo che conosciamo è meglio di quello che non conosciamo. Possono passare decadi, gran parte della vita, senza frutto, e noi rimaniamo bloccati in questa fase. Solo più tardi vediamo il senso delle opportunità che abbiamo perso e ci stupiamo come per tanto tempo il nostro cuore sia stato davvero per noi stessi come un libro chiuso.
Qui il libro è un simbolo non di sapere concettuale, ma del cuore che ha delle ragioni che la ragione non conosce. Nella seconda scultura Lady Gaga diventa Lady Contemplazione. La sua espressione è più attenta e impegnata: c’è un senso di ricerca e di scoperta conseguente all’aver ricevuto e aperto il libro.
S. Bernardo diceva che il primo passo è “considerare costantemente quello che Dio vuole, ciò che gli è gradito e ben accetto”. Questo è un linguaggio in codice per la maggior parte delle persone e perciò dobbiamo parafrasarlo. Scoprire la volontà di Dio è possibile solo quando – come dice S. Paolo – siamo in un processo di trasformazione della consapevolezza in cui tutti i nostri modi di conoscenza si stanno ampliando. “Lasciate che le vostre menti siano ri-fatte e così la vostra intera natura sarà trasformata” ci dice, e allora saprete cosa vuole Dio. Dal punto di vista psicologico vuol dire che dobbiamo aprirci un varco attraverso la giungla e la boscaglia dei nostri desideri e fantasie conflittuali per penetrare in ciò che veramente vogliamo.
Così Bernardo ci spinge a non lasciare perdere quando siamo a metà della giungla, dopo aver cominciato ad aprire il libro del cuore. Alla fine semplifichiamo e purifichiamo tutto quello che c’è nel ‘negozio pieno di stracci e di ossa del cuore’ così da poterci connettere con il “volere di Dio” in se stesso piuttosto che meramente ed egoisticamente farci toccare da esso. Questo mutamento dal nostro solito approccio egocentrico è il grande cambiamento nella consapevolezza e nella vita quotidiana. Ci possiamo accorgere che ci sta succedendo qualcosa di misterioso . Gli altri trovano proprio che è un po’ più facile viverci accanto.
Meister Eckhart diceva che la conchiglia si deve rompere e deve venir fuori quello che c’è dentro. Come il pulcino deve rompere col becco il guscio dell’uovo per venirne fuori, così noi possiamo solo aprire il libro e cominciare il viaggio della conoscenza di noi stessi. Purtroppo nessuno può darci questa auto-conoscenza. In principio, poiché è tutto così diverso, ci sentiamo disorientati. Il tempo si allunga, gli spazi cambiano – la scienza neurologica sembra aver trovato le parti del cervello dove si riflette questa esperienza. Ma quello che sta succedendo non è facilmente esplicabile. Cresciamo nella conoscenza quando apriamo il libro e cominciamo ad imparare ciò che ci può insegnare.
Il capitolo 44 de “La nube della non conoscenza” ci spiega che a momenti sentiremo una “tristezza profonda e spettrale”. Non si tratta assolutamente di depressione psicologica o di una condizione negativa, infatti la tradizione mistica ci dice che è un bene per noi sentire questa tristezza. Non si parla di quello che abbiamo e non ci piace o di quello che non abbiamo ma desideriamo. Si tratta di un irriducibile senso di separazione, l’ombra che l’ego fa calare fra noi stessi e tutto ciò con cui siamo in relazione. La Nube dice che questa tristezza purifica il cuore, non solo dal peccato, ma anche dal dolore (il karma) che ne deriva. E ciò che rende sopportabile questo occasionale dispiacere è il fatto che esso ci rivela quello che noi vogliamo profondissimamente e che siamo stati programmati per trovare.
Questa non è la spiritualità del consumatore. Parlare di tristezza purificatrice suona strano ma in verità riflette l’esperienza del viaggio della meditazione. In questa fase capiamo cosa intendeva dire il Bhagavad Gita quando parlava di dover svolgere il nostro lavoro senza un attaccamento ai frutti che potevano derivarne. Oppure quello che ci dice la parabola dei lavoratori nella vigna a proposito della distanza fra noi e Dio (la percezione delle cose da parte dell’ego e il conoscere dell’amore) che si colma non col chiedere i nostri diritti, ma con l’aiuto della grazia.
Tommaso d’Aquino amava porre domande. Una domanda era: “Nella preghiera è davvero necessaria l’attenzione?” Gli piacevano le risposte con molteplici possibilità. Quindi 1) Non è necessaria l’attenzione se vogliamo guadagnare un merito basilare per il tempo che dedichiamo alla preghiera. Come dei lavori comodi per cui ti pagano solo per stare lì. Ci sono persone che sono relativamente soddisfatte se solo dicono delle preghiere. 2) L’attenzione non è necessaria nemmeno per ottenere dei favori da Dio. Alcuni benefici aumentano semplicemente con la pratica. Migliorano i livelli di colesterolo e lo stress. 3) Ma l’attenzione è assolutamente necessaria per il “ristoro dell’anima”. La trasformazione più radicale e durevole, l’apertura verso le profondità donatrici di vita e illuminanti del libro del cuore derivano dal lavoro dell’attenzione, essenza della preghiera, o almeno della “pura preghiera”. Come per ogni libro, possiamo scorrerlo, buttarlo via per scegliere un facile intrattenimento televisivo. Ma un buon libro ricompensa la lettura e può cambiare la vita.
Questo è ciò che accade nella terza scultura. La figura femminile tiene il libro con le due mani, profondamente concentrata e attenta. E’ totalmente presa nel suo gesto. Reminiscenza (pienamente consapevole) è il termine usato per descrivere la condizione in cui ricordiamo ciò che avevamo dimenticato e, al tempo stesso, facciamo veramente attenzione alla presenza di Dio qui e ora. “Sulla punta della lingua ” è l’espressione di chi ricerca nella memoria e in quell’attimo possiamo quasi ricordare un nome o un volto ma non riusciamo a completare del tutto il procedimento. (punto TOT tip of the tongue) Ovviamente ci risulta più difficile ricordare qualcosa che abbiamo registrato senza attenzione o con la mente altrove. Più facciamo attenzione, più facilmente riporteremo il ricordo a livello di consapevolezza.
Come possiamo considerare questo stato di attenzione? Come un lavoro difficile, come prepararsi ad un esame o piuttosto come esser assorbiti senza nessuna fatica in qualcosa di molto piacevole? I bambini meditano così bene, credo, semplicemente perché piace loro moltissimo e perché meditano con semplicità. Uno dei nostri coordinatori, impegnato nel progetto della Meditazione nella scuole, mi ha detto poco tempo fa di esser stato colpito dalle tante segnalazioni di bambini – che imparano la meditazione a scuola – e che meditano da soli per conto loro a casa. Tutto ciò ha un notevole impatto su molte famiglie e nelle loro relazioni interne. Come risultato non pochi genitori hanno cominciato anche loro a meditare.
I bambini amano giocare e prendono il gioco molto seriamente. Osserviamo il gioco anche negli uccelli e nei mammiferi a causa dei lunghi periodi di tempo che devono passare in una condizione di totale dipendenza dai loro genitori. Forse la cultura umana e la religione si sono sviluppate dal gioco. Nello sport il gioco è basato su regole e i bambini stessi fanno rispettare le regole nei giochi inventati da loro. Non rispettare le regole per vincere, è umano, ma universalmente considerato sbagliato. Se dovessimo avvicinarci alla meditazione come ad una specie di gioco sacro, con regole semplici ma chiare che bisogna seguire nello spazio e nel tempo previsto? Le regole sono ereditate come parte di una tradizione in cui hanno funzionato efficacemente per lungo tempo, cosa che le rende più facili da seguire. Devono esser accettate liberamente – nessuna disciplina imposta severamente può funzionare a livello spirituale. Ma il punto è giocar bene, trovare gioia nella concentrazione del gioco, liberarsi almeno per un po’ del peso della consapevolezza di sé e del nostro egoismo.
La meditazione è il lavoro che svolgiamo, il gioco che giochiamo per ottenere il dono della contemplazione. La contemplazione è la conoscenza che nasce dall’amore. Ci conduce in un viaggio di proporzioni interiori più ampie di un viaggio intergalattico. La destinazione: un grado infinito di amore. Un manager di calcio una volta ha notato “la bellezza del gioco”. “Non è questione di vita o di morte. E’ ancora più importante”.
Solamente nella gioia possiamo veramente riconoscere la serietà di qualcosa.
Lady Contemplazione adesso entra nel silenzio. Il libro è chiuso di nuovo in grembo. Le sue mani sono giunte e lei si mostra in completa armonia e serenità.
Per il momento ha lasciato da parte i pensieri, anche le buone idee e e le intuizioni, ha trovato l’immobilità della mente che naturalmente si apre all’immobilità dello spirito. Sta con Dio, non pensa a Dio. In questo stato “non connesso” di pura preghiera si sta realizzando un reale e profondo lavoro anche se il meditatore può non avere nessuna sensazione di esserne coinvolto. Le radici degli stati negativi della mente – ciò che i monaci del deserto chiamavano errori principali – non sono solo sradicate. La nostra comprensione di Dio è anche ri-costruita insieme al nostro senso di noi stessi. Immagini di Dio legate a tradizioni culturali o familiari possono adesso sembrarci irrilevanti e false in confronto all’esperienza di Dio, che silenziosamente ci è stata svelata ad un livello più profondo di quanto non fosse nel pensiero o nell’immaginazione.
Questa nuova teologia deve essere affrontata al di fuori dei momenti di meditazione. Può esser inquietante o ci può sembrare addirittura di star perdendo la fede, mentre invece la stiamo approfondendo. L’anima, diceva Meister Eckhart, deve diventare “vuota e libera”così da poter raggiungere la purezza di una vergine nel “fondo del suo essere”. Lo stato verginale è evidentemente una metafora di un modo di essere innocente e puro, aperto all’abbraccio coniugale con la realtà, il connubio spirituale. L’unione con Dio è sempre la prima volta. Possiamo farne esperienza in momenti fuggevoli o magari non essere nemmeno consapevoli di esser passati attraverso questi momenti – o che loro hanno attraversato noi. Ma sono sempre più parte del viaggio che stiamo facendo e, anche se non ne siamo consapevoli, lasciano un segno nei nostri modi di agire e reagire negli aspetti “connessi” e attivi della vita quotidiana.
Come per l’arte o le relazioni più intime così nel viaggio spirituale – che è l’arte stessa dell’intimità – ci sono momenti di estasi. Nella quinta scultura ci viene mostrata l’anima in una condizione in cui stiamo al di fuori di noi stessi. Il libro è di nuovo chiuso nella mano sinistra della figura femminile. La mano destra è alzata e lei guarda verso destra – o in segno di saluto, o di pace, o anche in un gesto istintivo di difesa, non si riesce a definire. La parte sinistra del cervello non può spiegare facilmente quello che succede nella parte destra. Non è soltanto un’esperienza fuori dal corpo o addirittura “un’esperienza” nel senso comune della parola.
Forse non è solo estasi ma anche ‘instasi’ – parola coniata per descrivere lo stato di serenità e di posizione in se stessi. Prospettive orientali e occidentali sulla contemplazione si ritrovano insieme in questi due termini. Ma, comunque lo si intenda, si tratta meno di una particolare esperienza che vorremmo ripetere o perseguire e più del rivelarsi di un intero livello di esperienza, continuamente presente, ma di cui siamo raramente consapevoli. Eppure è ciò su cui è costruito il nostro essere distratti e il nostro comportamento anormale; se queste condizioni più confuse della mente potessero esser risvegliate per arrivare a scorgere l’esistenza di questo livello più profondo della realtà, esse potrebbero esser guarite e calmate.
Non voglio nulla. Non so nulla. Sono nulla. Questa esperienza di unione con Dio è così evanescente che non la si può descrivere se non con il richiamo ad un linguaggio di negazione. Allo steso modo termini quali povertà di spirito, immobilità e silenzio devono esser compresi in relazione a ciò che cercano di descrivere in un modo speciale. Altrimenti li si capiscono facilmente in senso negativo come a significare l’assenza del loro contrario che include la nostra normale condizione di super-eccitazione, iper-attività ed eccessiva comunicazione attraverso parole e immagini.
Un altro termine che tenta di rendere giustizia a questo quinto stadio è distacco o non-attaccamento. Tutte le spiritualità più profonde concordano nel riconoscere che questo è lo stato che dobbiamo abbracciare e coltivare per riuscire a far breccia nella parte più profonda di noi stessi dove Dio, estrema realtà, risplende serenamente. L’unione con Dio è impossibile senza unione con noi stessi e così l’anima deve penetrare nel suo terreno, prima che Dio possa “nascere” nell’anima stessa.
Il distacco non è solo fuggire dal mondo, ma è un modo di vivere la parte connessa della vita restando in contatto con la parte non-connessa: contemplazione nell’azione, silenzio nel bel mezzo del pensiero. Questo è il segreto della creatività e della determinazione. Esser capaci di allontanare la mente dai suoi soliti schemi e pregiudizi, da tutte le abitudini, è il prerequisito per pensare in modo non incasellato, e vedere ciò che è magnificamente semplice eppure, una volta che l’hai visto, assurdamente ovvio.
Questo spiega perché la meditazione deve diventare parte integrante della vita quotidiana e perché è proprio nella vita quotidiana che ne vedremo i frutti. Momenti di ritiro, o di partecipazione agli incontri settimanali di un gruppo ci aiutano a raggiungere tutto ciò; ma si può vedere la realtà di questa unione proprio nell’ambito della vita quotidiana e del lavoro, nei rapporti e nelle nostre reazioni. Come possiamo amare il Dio che non si vede se non sappiamo amare la persona che vediamo? O, per dirlo in altre parole, raggiungendo l’unione con quelli che vediamo possiamo realizzare la nostra unione con Dio.

La meditazione è il lavoro che facciamo,
il gioco che giochiamo per ricevere il dono
della contemplazione

L’ultima scultura mostra la meditatrice che condivide con gli altri i doni della contemplazione. E’ una essenziale, ma non esclusiva, comprensione cristiana del significato e della natura dell’intero viaggio. E’ la prova dell’autentica santità. Per i buddisti potrebbe descrivere l’ideale del bodhisattva e, per i cristiani di oggi indica anche la relazione fra contemplazione ed evangelizzazione.
Il libro è chiuso, vicino, e lei guarda verso l’esterno piena di energia ed impegnata.. Ma la donna appare attenta e non distratta in qualche sua attività, Maria e Marta si fondono. L’ideale della condivisione dei frutti della contemplazione è immerso nell’armonia (comprensione) cristiana. ‘Contemplare et contemplata aliis tradere’ è una vecchia frase che significa “contemplare e trasmettere agli altri i frutti della contemplazione. Sì, la contemplazione è uno scopo in se stessa, il traguardo della vita. Ma il fine è senza fine e così c’è sempre un modo creativo di distaccarsi di più, di condividere sempre più con gli altri come parte del nostro proprio viaggio.
Più di qualsiasi altro maestro Gesù ha conferito autorità ai suoi discepoli e ha dato loro il suo Spirito per continuare la sua missione nel mondo. E’ un concetto talmente travolgente che abbiamo bisogno della dimensione della contemplazione anche solo per cominciare ad afferrarlo. Altrimenti ridurremmo tutto ad una mera dimensione di attivismo e vedremmo come preoccupazione primaria il fare accrescere numericamente i membri della chiesa. E’ più di questo, perché Gesù è più che il fondatore di un’altra religione. Il mistero della Cristianità e il paradosso di Gesù stesso ci si rivelano pienamente solo attraverso questa dimensione.
Perché dobbiamo addirittura pensare alle fasi del viaggio? Non certo per valutare i propri progressi in un cammino fissato da noi stessi, ma piuttosto per arrivare ad una chiarezza più disinteressata e ad un senso di ordine in ciò che stiamo facendo. Il viaggio è spirituale, e quindi non misurabile o segnato su una mappa. Eppure è un processo spirituale umano e noi traiamo beneficio da un senso di logica interiore e di un obiettivo di ciò verso cui siamo condotti. La vera ragione del capire non è per avere il controllo ma per esser capaci di comunicare e condividere meglio.
La nostra cultura, le nostre istituzioni stanno scivolando in un disordine sempre più profondo. La cultura delle istituzioni finanziarie sembra gravemente corrotta. Anche le chiese sembrano incapaci di distinguere tra materiale e spirituale. L’istruzione, la medicina, i governi, il diritto e la scienza mostrano gli stessi sintomi di perdita della dimensione spirituale della realtà – e anche la perdita della memoria di ciò che è andato perso. Insegnare a meditare come pratica spirituale oggi significa esser consapevoli dei benefici psicologici che ne derivano, ma ancor più dei suoi frutti spirituali. Forse questo è un contributo che tutti i meditatori, uomini o donne, possono a loro modo dare perché la crisi che ci sta rovinando diventi una svolta per tutta l’umanità.

Con grande affetto,
Laurence Freeman, OSB