Meditatio Newsletter – dicembre 2013

 Carissimi amici,

Ogni volta che è la sapienza a guidarci, essa ci porta ad un incontro nel cuore della realtà.

Da principio il modo in cui ci conduce può sembrarci un po’ fuori centro, non proprio quello che ci aspettavamo, eppure così stranamente riconoscibile solo per il fatto di esser vero ed equilibrato. In questo modo vediamo come la sapienza sia più del buon senso. Invariabilmente troviamo questa distinzione nella saggezza dei monaci del deserto dei quali noi siamo discendenti spirituali.

Quando Abba Romanus era vicino alla morte, i suoi discepoli si riunirono intorno a lui e gli domandarono: “come ci dovremo comportare?” E’ piuttosto naturale voler trarre la saggezza da quelli che secondo noi la posseggono, allo stesso modo in cui gli assetati cercano di bere acqua da una sorgente ricca. Ma cosa stavano domandando quei discepoli? Stavano dicendo ‘cosa faremo quando tu, maestro, te ne sarai andato?’ Oppure semplicemente ‘dacci qualche indicazione che potremo usare come tuoi ultimi insegnamenti?’ Fino a che il cuore non si è veramente aperto oltre la morsa dell’ego, la domanda del discepolo sarà sempre incentrata su se stesso come anche il suo modo di servire il maestro.

La risposta dell’Abba morente è la risposta di un maestro accorto e delicato  nei confronti dei pensieri confusi dei suoi discepoli: riesce a venire incontro a coloro che gli ponevano le domande ma senza compromettere la sua propria integrità. Gesù rispondeva in quello stesso modo a tutte le domande difficili. Romanus dice semplicemente (e a prima vista sembra non centrare la questione) ‘Non credo di aver mai detto a uno di voi di fare qualcosa senza prima aver deciso di non arrabbiarmi se non aveste fatto quello che vi dicevo. Così abbiamo vissuto in pace tutti i nostri giorni’.

Vale la pena fermarsi a riflettere sulla sua mente brillante e sulla sua sapienza delicata. Capiamo che, anche sul letto di morte, la sua mente è libera, vivace e serena. La sua risposta è centrata su coloro che gli stanno ponendo la domanda e non su qualche paura incombente o sul suo senso di dipartita. La sua compassione e la sua sapienza fluiscono entrambe dalla stessa sorgente e convergono nella finezza e generosità delle sue parole prudenti. Al contrario di quanto potremmo aspettarci, non risponde con parole sentenziose e moraleggianti, che magari i discepoli stavano piamente cercando. Ma parla sulla base dell’esperienza – con ancora maggior autorevolezza perché si trattava della sua personale esperienza, ma comunque esperienza di ciò che aveva condiviso con loro per tutta la vita. Saggezza pratica, di prima mano, non tratta da libri o testi, personale ma non egocentrica. E che dava loro un tempo per riflettere  a lungo e profondamente – come evitare la grande tentazione e insidia di una mente idealista – tristezza e rancore per un fallimento.

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Se non sai leggere la verità che emerge spontaneamente

nella presenza di un bambino

appena nato, non c’è ragione di porre

domande sul suo significato.

 

Quando un bimbo viene felicemente alla luce, dopo mesi di analisi e di paure irrazionali da parte dei genitori, allora esplode una gioia tutta speciale. Una gioia interamente racchiusa nell’evento. Eppure, per il momento, non vi è nessuna possessività o nessuna proiezione di speranze – che derivano dai nostri stessi fallimenti – verso la nuova vita che, per ora, conosce solo il successo, semplicemente per il fatto di esser venuta al mondo.  Questa gioia primordiale di una nuova vita è al centro della storia di Natale.

La religione si preoccupa dei simboli più di quanto non faccia un dogma. E così nei giorni di Natale ci sono diversi simboli che si sono tramandati per secoli, anche se ora se ne è interrotta la trasmissione, che catturano la nostra immaginazione e le nostre emozioni. La famiglia che cerca un riparo. Un bambino che nasce in una mangiatoia. Tre visitatori esotici. Angeli. Pastori. Una madre silenziosa ed un padre protettivo. Emigrazione in un paese più sicuro. Questi simboli si ritrovano tutti nella storia che mostra un continuo ripetersi e un continuo contemplare. Ma nel cuore della storia vi è la gioia indiscutibile che accompagna una nascita anche nelle circostanze più difficili e magari anche solo momentanea prima che le preoccupazioni e le paure della vita ritornino in superficie. Ad ogni nuova nascita rinasce la speranza e il mondo cambia.

I Magi sono venuti a rendere omaggio, ponendo la loro sapienza millenaria di fronte al Verbo diventato carne. Non hanno chiesto consiglio, come avevano fatto i discepoli di Romanus con il loro maestro morente. Se non sai leggere la verità che si manifesta spontaneamente nella presenza di un bambino appena nato, non c’è ragione di porre domande sul suo significato. I pastori, come prima Maria e Giuseppe, sono sconvolti e spaventati da quello straordinario annuncio dell’angelo che parlava di un evento importantissimo accaduto nelle loro vicinanze. Erano persone ai margini, intoccabili, lontani dalla società tradizionale. Perché mai, in tutti gli anfratti della sapienza, avrebbero dovuto esser loro i primi ad avere la notizia che per tutti i tempi avrebbe pervaso le menti, i cuori e l’organizzazione sociale di tutti gli uomini e le donne a venire?

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Così la storia del Natale, nel suo fascino e nel suo sgomento, penetra nella memoria della specie umana. Se la troviamo sciocca o superata, vuol dire che la stiamo leggendo con gli occhi spenti, come se fosse un evento passato, una reliquia di una religione morente. Il legame con la nascita interiore della sapienza è andato perduto.  La storia ridesta le preoccupazioni e le speranze più profonde radicate nella mente dell’uomo. Nell’ascoltarla ci si chiarisce la mente e si liberano i due fiumi gemelli di sapienza e compassione. Fin dal suo primo momento di silenzio Gesù ci risveglia al significato semplice ed irriducibile dell’essere umano.

Come Romanus ci ha insegnato con le sue ultime parole, diventare (veramente) creature umane è il lavoro di una vita. Questo è il senso fondamentale della nostra vita, diventare totalmente umani. All’interno di questo processo, comunque, ci sono molti altri esercizi da seguire – imparare a camminare e a parlare, a scrivere e a leggere, passare gli esami, gestire le emozioni e i desideri, prendere impegni e rinnovarli e impersonare nella vita il nostro ruolo sfaccettato a seconda dei compiti che ci vengono assegnati. Tutti questi addestramenti secondari ci fanno migliorare e ci perfezionano. Ma noi abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile per superare queste prove. L’addestramento fondamentale non è quello di migliorare ma semplicemente quello di essere veramente noi stessi. E’ per questo che la storia di Gesù ha inizio quando possiamo vederlo solo come un bambino che non può far altro che essere se stesso.

Il paradosso è che questo simbolo di un bimbo completamente dipendente e indifeso, alla fine diventa la grande metafora della maturità umana al suo culmine. “Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno di Dio”. Ciò non significa quello che esprime – rimanere dipendenti e indifesi . Eppure significa  esattamente ciò che dice.

Tutto ciò ci pare ovviamente e assurdamente chiaro appena cominciamo a sviluppare questo impegno della mente e del cuore che chiamiamo meditazione.  Sembrava fosse una pratica di alto livello, una novità per i pochi che avevano conservato l’ardore necessario per la verità e la libertà di decisione tanto da poterla perseguire. La Chiesa ufficiale insegnava che la contemplazione era riservata a pochi eletti.  E ancora oggi molti maestri spirituali in Asia ritengono che la meditazione non sia fatta per le persone comuni.

Se c’è un segno che stiamo entrando in una nuova era di consapevolezza di sé, è anche vero che tantissime persone cercano la pratica della meditazione che una volta era offerta solo a pochi. Sappiamo anche che i bambini, al loro livello di consapevolezza, possono e amano meditare. Poche settimane fa a Sidney ho ascoltato il Cardinale Pell, uno dei cardinali chiamati da Papa Francesco nel gruppo di riformatori, mentre si rivolgeva ad un ampio gruppo di insegnanti, a cui ero stato invitato per parlare di meditazione. Il cardinale li esortava affinché inserissero la meditazione come parte integrante nella formazione dei bambini. Pochi giorni dopo ha indirizzato lo stesso intervento ai suoi preti durante un corso di spiritualità per presbiteri. La dimensione contemplativa della religione era chiaramente di nuovo alla ribalta, almeno nella sua visione, al centro della vita della chiesa. E quando succede  questo, quando si riequilibra la centralità della sapienza, tutto appare diverso, più chiaro e ricco di speranza.

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Per quanto la meditazione sia nata e si sia radicata nelle tradizioni spirituali, di recente si è diffusa grazie ad una varietà di approcci scientifici. Quello di maggior rilievo è collegato alla rivoluzione culturale degli anni sessanta con la Meditazione Trascendentale – dalla tradizione Hindu “secolarizzata” e a cui era stata data una certa spiegazione scientifica. Più recentemente, il “Mindfulness Training”, introdotto pioneristicamente da Jon Kabat-Zing e da altri, ha fatto entrare la meditazione nella corrente istituzionale con una credibilità medica e commerciale. Come la Meditazione Trascendentale ha “secolarizzato” la meditazione hindu dhyana, così Mindfulness ha fatto per “sattipatthana”, uno degli otto elementi del sentiero di Buddha. Molti potrebbero dire che il Buddismo ha meno bisogno di “secolarizzazione” di altre religioni in quanto ha una base essenzialmente razionalistica e perciò è più vicino allo spirito del metodo scientifico occidentale. Nei due movimenti che abbiamo citato la sapienza religiosa è tenuta fuori dai risultati basati sull’evidenza della tecnica.

Molte persone, soprattutto gli occidentali diffidenti delle ‘religioni principali’, ma anche molti credenti non informati sulla loro stessa spiritualità contemplativa, hanno accolto favorevolmente queste forme secolari-scientifiche di meditazione. Sia la MT che Mindfulness presentano la meditazione come una tecnica del tutto separata da un’interpretazione spirituale o religiosa, motivata dal desiderio di (un misurabile) benessere individuale, specialmente per persone che soffrono di stress o altri disordini psicologici. Entrambe hanno contribuito significativamente al sollievo di sofferenze e alla felicità  complessiva dell’uomo. Hanno anche fortemente influito sul quadro della religione ed il senso di spiritualità dei nostri giorni. E infine sono stati anche  una sfida per i capi religiosi a prendere in esame la mancanza di profondità e disponibilità delle loro chiese. Perché con l’aiuto di tali movimenti “secolari” tante persone hanno pensato che fosse abbastanza considerarsi  spirituali e non religiosi?

In pochi anni, secondo le stime dei vescovi olandesi, due terzi delle loro chiese cattoliche verranno chiuse. Comunque la meditazione non  è il carro del vincitore su cui salire nella disperazione istituzionale; e non c’è nessuna garanzia che l’insegnamento della meditazione nelle chiese possa ridurre il declino numerico di questi organismi. Stanno sorgendo nuove forme di Chiesa e  di culto. Il teologo più famoso del XX sec., Karl Rahner ha detto che il “cristiano devoto del futuro sarà un mistico o non sarà “. Per il mondo cristiano l’errore più ovvio sarebbe quello di stravolgere la meditazione dalla sua tradizione spirituale in una tecnica destinata al salvataggio della Chiesa. Il suo significato è quello di salvare il mondo dall’ossessione della scienza e della tecnica. Una differenza significativa è che se la meditazione viene insegnata a partire dal suo originario contesto spirituale, viene presentata come una disciplina e non come una tecnica. Le tecniche possono portare alle discipline. Le discipline sono fatte per portare alla libertà dell’ego.

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Se c’è un segno che stiamo entrando

in una nuova era di auto-conoscenza,

è proprio che tante persone oggi

cercano la pratica che una volta la

meditazione offriva solo a pochi

 

MT e Mindfulness sono state di aiuto per molti di coloro che le chiese non erano state in grado di raggiungere. Hanno avuto accesso ad un’appassionata saggezza spirituale, l’hanno impacchettata ben bene in modi laici alfine di aiutare chi soffre degli estremi squilibri della cultura moderna. I risultati della ricerca mostrano quali sono i reali benefici psicologici e fisici. Ciò illustra e non tanto giustifica il sacramento del corpo. Ma cosa succede quando gli squilibri della vita si correggono e si rivela una nuova forma di pace e di benessere, veramente una nuova dimensione della propria umanità? E’ qui, alla frontiera della scienza, che gli attrezzi per misurare si piegano al bastone del pellegrino. La meditazione, comunque la si vedesse prima, adesso si può evolvere da tecnica di benessere a cammino spirituale verso quella completezza dell’esperienza umana che si può raggiungere solo attraverso la trascendenza della “mente oggettivante” e della consapevolezza dell’ego.

La scienza stessa adesso si rivolge verso questa nuova frontiera. Sappiamo che gli atomi non sono solidi, che materia ed energia sono interscambiabili e ciò che chiamiamo permanenza è un trucco dell’occhio o una auto-illusione. La questione della consapevolezza, della ‘mente’ distinta dalla funzione cerebrale, è ai nostri giorni una questione centrale per la scienza. Quando diciamo con un linguaggio moderno ‘ciò che io penso è …’ oppure ‘mi sembra che sia…’ ci dobbiamo domandare chi o cosa è “l’io” o il “mi” in quelle espressioni.

Mindfulness era un insegnamento di Buddha. Anche Gesù diceva: ‘vegliate, vigilate, pregate continuamente, centrate la mente sulla presenza di Dio prima di tutto’. Inizia con una semplice attenzione alle esperienze immediate, sia fisiche che mentali – piuttosto che alle opinioni o ai simbolismi che in seguito ci costruiamo sopra. In una cultura cronicamente distratta come la nostra, questo primo semplice passo – esser presenti a noi stessi – può sembrare un balzo poderoso o esoterico. Ma, per quanto sia più difficile per noi oggi che nel passato, è pur tuttavia molto semplice. Una volta realizzato, ci porta rapidamente ad una serie di nuovi passaggi che ci avviano alla progressiva espansione dell’attenzione oltre il punto di gravità auto centrata dell’ego. Allora la meditazione diventa non solo terapeutica ma meravigliosa.

Questa elementare forza di attrazione ha l’enorme potenziale di liberarci dai vecchi schemi e farci tornare alla diretta conoscenza del bambino. Per i credenti dà nuovo significato alla preghiera – questa è stata la scoperta dei maestri del deserto. E anche dà nuovo vigore alla comprensione delle scritture che parlano di Dio in termini di presenza reale ed esperienza diretta piuttosto che attraverso pesanti filtri concettuali o culturali.

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Come risulta chiaro da qualsiasi dialogo, le differenze sono altrettanto importanti delle affinità. Insegnando la meditazione in quanto pratica spirituale, siamo sollecitati ad andare oltre il sé che osserva, indaga su se stesso, il sé curioso, ad allontanare i riflettori della consapevolezza da noi stessi verso la pura attenzione (preghiera in spirito e verità). Con Mindfulness per esempio, viene  proposta un’ampia gamma di tecniche. Nella meditazione di tradizione cristiana le diverse forme di preghiera formano un contesto utile e ricco per la pratica spirituale; ma la semplicità fondamentale e la perseveranza nella disciplina contemplativa è basilare. Alcune pratiche di Mindfulness possono senza dubbio esser incluse nella vita spirituale dei meditanti cristiani. Nella meditazione cristiana è fondamentale l’enfasi posta sul prolungato periodo di silenzio nella pratica, in quanto è l’attenzione fedele ad una disciplina primaria che serve a portarci progressivamente al di là del pensiero e dell’auto consapevolezza ( nel nostro caso si tratta di fare attenzione alla ripetizione del mantra). E oltretutto c’è la misteriosa evidenza che la meditazione crea la comunità; e questa comunità diventa poi la compagnia di amici con i quali nel tempo progredire e approfondire il cammino personale. Quello che all’inizio sembra essere uno scopo finale – il gruppo – si amplia per diventare una manifestazione dello stesso traguardo che allarga i cuori.

La meditazione in quanto disciplina in un percorso spirituale può sembrare più  esigente o può dare l’idea di voler creare degli steccati. Ma proprio questa attenzione alla trascendenza e alla pienezza dell’essere trasforma il timore di un fallimento che ci tiene lontani dall’audacia necessaria a qualsiasi cammino spirituale. Un insuccesso è prevedibile e perciò può esser messo in conto, come sa bene la dottrina sulla grazia. O come Confucio ha detto: “la nostra maggior gloria non è nel non cadere mai, ma nel tirarsi su ogni volta che cadiamo”.

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L’esperienza comunque è sempre l’esperienza, ovunque la realizziamo. L’esperienza – la capacità di percezione diretta ed immediata della realtà attraverso una più profonda attenzione – fa sempre parte di un ‘continuum’. L’esperienza determina la personalità e forma il carattere. In definitiva crea cultura. Così, quando la cultura è in ribasso – e ne abbiamo avuti molti esempi nella storia recente ed anche oggi – solo un ritorno su larga scala ad una consapevolezza più pura e ad un’attenzione più profonda potrà rimettere in sesto le cose. Dobbiamo mettere di nuovo in rilievo  quello che una volta le istituzioni e le famiglie davano per scontato. E dobbiamo praticare e imparare ciò che le persone in passato assimilavano dall’esempio e dalla tradizione.

Le abitudini e le supposizioni devono esser sempre materia di analisi. Questo è il richiamo di Papa Francesco a tutti i cristiani. In seguito potremo discernere fra abitudini buone e consapevoli e abitudini cattive, motivate da cause subliminali. Quando le abitudini sono onestamente prese in esame riusciamo a vedere emergere nuovi modelli come segni della natura della realtà in cui stiamo crescendo e che stiamo attraversando. La sapienza allora sopraggiunge con questa nuova prospettiva: e la “speranza di salvezza del mondo è nel sempre maggior numero di saggi”.

Così oggi ha luogo uno strano incontro fra i differenti canali attraverso i quali la saggezza della meditazione viene scambiata. Un doppio ponte attraversa il golfo che separa la religione dal mondo secolare. L’approccio laico alla meditazione porta ad un livello di esperienza che risveglia il senso spirituale. L’approccio spirituale alla meditazione diventa accessibile al mondo laico in cui è diminuito il senso di timore o antipatia  per la religione. Se non c’è nessuna competizione e tanta buona volontà, non ci saranno né vincitori né vinti in questa evoluzione di spiritualità e scienza contemporanee.

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Dato che la chiesa, e la società in generale, diventa più consapevole – e così più contemplativa – le vecchie storie secondo le quali l’umanità ha espresso la sua visione più remota, riprenderanno nuovo vigore per insegnare e per guidarci tutti. I pastori e i saggi in un lungo cammino, il salvatore senza un tetto e i genitori silenziosi che riflettono nei loro cuori su questo immenso significato  porteranno l’inaccessibile mistero nell’esperienza concreta. E noi ci guarderemo gli uni gli altri con occhi nuovi vedendo di chi è la Mente che tutti possediamo.

Possa l’anno nuovo essere una pietra miliare di chiarezza e pace nel viaggio della vostra vita.

Con grande affetto

Laurence Freeman OSB