Letture settimanali del 3 febbraio 2020

I nostri pensieri, paure, fantasie, speranze, rabbie ed attaccamenti vanno e vengono momento dopo momento. In automatico, ci identifichiamo con tutti questi stati mutevoli e che ricorrono in modo ossessivo, senza notare ciò che stiamo pensando. Quando il silenzio ci insegna quanto volatili siano questi stati, ci confrontiamo con la terribile domanda del chi siamo noi. Nel silenzio, ci troviamo a lottare con la terribile possibilità della nostra stessa non-esistenza.

Il pensiero buddista fa di questa esperienza – che chiama “anatman” o “non sé” – uno dei pilastri centrali del suo cammino di liberazione dalla sofferenza e uno dei suoi metodi essenziali che portano all’illuminazione. Il praticante buddista è incoraggiato a scoprire questo senso di impermanenza interiore e, piuttosto che fuggirlo, di tuffarcisi dentro, come fecero Maestro Eckart e i grandi mistici cristiani. Comprensibilmente, “anatman” è l’idea buddista con cui gli altri generalmente hanno più problemi. Quanto assurdo, quanto terribile, quanto sacrilego dire che io non esisto. In realtà, l’antagonismo cristiano all'”anatman” non ha fondamento oppure è fondato su un’interpretazione sbagliata. Esso non significa che non esistiamo, ma che non esistiamo in una indipendenza autonoma, che è il tipo di esistenza che all’ego piace immaginare… e l’arroganza di cui le persone religiose spesso cadono vittima.

Non esisto da me stesso perché Dio è il fondamento del mio esistere. Alla luce di questo sguardo, leggiamo le parole di Gesù nel Nuovo Testamento con una comprensione più profonda. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.” (Luca 9, 23-24).

 

Brano tratto da “The Silence of the Soul,” by Laurence Freeman OSB in THE TABLET 10 May 1997.