Letture Settimanali 30 Marzo 2014

 C’è sempre stato il grande pericolo, che esiste in modo particolare per noi oggi nella nostra società autocompiaciuta e narcisistica,  di confondere l’introversione, il fissarsi su di sé, l’autoanalisi, con l’autentica interiorità.

La netta prevalenza della vulnerabilità psicologica e dell’alienazione sociale acuisce questo pericolo mentre ci esorta ad affrontarlo  con grande delicatezza, con tatto e  compassione… Questo stato di interioriorità è completamente l’opposto dell’ essere introversi. Nella consapevolezza della presenza che dimora in noi, avviene un rovesciamento o conversione della nostra consapevoleza, di modo che noi non guardiamo più a noi stessi, anticipando o ricordando sentimenti, reazioni, desideri, idee, o sogni ad occhi aperti. Ma ci stiamo rivolgendo verso qualcos’altro. E questo è sempre un problema per noi.

Sarebbe più facile, pensiamo, distoglierci dall’introspezione se sapessimo cos’altro guardare. Se soltanto avessimo un oggetto fisso da guardare. Se solo Dio potesse essere rappresentato da un’immagine. Ma il vero Dio non può mai essere un’immagine. Le immagini di Dio sono dei. Col creare un’immagine di Dio si finisce semplicemente col guardare ad un’immagine di noi stessi rimessa a nuovo. Essere davvero interiorizzati, aprire gli occhi del cuore, significa vivere all’interno della visione senza immagine che è la fede, e questa è la visione che ci permette di “vedere Dio”.

Nella fede, l’attenzione è controllata da un Spirito nuovo, non più lo spirito del materialismo, ricerca di sé e conservazione di sé, ma l’ethos della fede che è per sua natura non possessivo. E’ un continuo lasciare andare e un continuo rinunciare alle ricompense della rinuncia stessa, che sono grandissime e che quindi è ancor più necessario restituire… Possiamo intravvederlo semplicemente richiamando alla mente quei momenti o quelle fasi della vita nei quali abbiamo fatto esperienza del massimo grado di pace, completezza e gioia e riconoscere che quelli erano momenti, in cui non possedevamo nulla ma in cui eravamo  noi stessi persi in qualcosa o in qualcuno. Il passaporto per il Regno richiede il francobollo della povertà… E tuttavia imparare ad essere centrati sul prossimo è una disciplina, è discepolato e significa un’ascesi. Non c’è niente di più difficile che imparare a distogliere l’attenzione da noi stessi… Noi siamo tutti troppo inclini a lasciare che la nostra attenzione vaghi, a lasciare andare alla deriva la nostra consapevolezza, l’infatuazione di noi stessi, e la distrazione. C’è allora una verità semplice da scoprire. Quando l’attenzione è posta in Dio, con la visione della fede, tutto ci rivela Dio.

Laurence Freeman OSB

Estratto da: “Il Sésenza un sé”