Letture settimanali 30 agosto 2015

I nostri pensieri, le nostre paure, fantasie, speranze, rabbie ed attrazioni aumentano e calano ogni momento.

In modo automatico, ci identifichiamo con questi stati passeggeri e compulsivamente ricorrenti, senza pensare che sono anch’essi pensieri. Quando il silenzio ci insegna quanto questi stati siano inattendibili e transitori, ci troviamo di fronte alle terribili domande su chi siamo. Nel silenzio ci troviamo a lottare con la terribile possibilità della nostra stessa ir-realtà.

Il pensiero buddista fa di questa esperienza – che chiamano atman o “non-sè” – uno dei pilastri di saggezza fondamentali nel cammino di liberazione dalla sofferenza e uno dei mezzi essenziali per l’illuminazione. Il praticante buddista viene incoraggiato a cercare questa coscienza della transitorietà di fondo e, piuttosto che fuggirla, a buttarcisi a capofitto, come hanno fatto Meister Eckart ed i grandi mistici cristiani.  

È comprensibile che anatman è il concetto buddista con cui di solito si ha più difficoltà. Quanto assurdo, quanto terribile, quanto blasfemo dire che io non esisto. In realtà, la maggior parte della resistenza cristiana al concetto di anatman è mal posta o fondata su una interpretazione errata. Non significa che noi non esistiamo, ma che non esistiamo in indipendente autonomia…

Io non esisto per me stesso perché Dio è il fondamento della mia esistenza. Alla luce di questa intuizione, leggiamo la Parola di Gesù nel Nuovo Testamento con una percezione più profonda.

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà.” (Lc.  9, 23-24).

Laurence Freeman OSB

Brano tratto da “Il silenzio dell’anima” (“The Tablet”, 10 maggio 1997)