Letture settimanali 29 giugno 2014

 Possiamo imparare a vedere la realtà.

Il semplice vederla e viverla è salutare. Ci introduce a un nuovo tipo di spontaneità, quella di un bambino che apprezza la freschezza della vita, l’immediatezza dell’esperienza […]  È la spontaneità della vera moralità, del fare la cosa giusta con naturalezza, del vivere la nostra vita non secondo le regole “da manuale”, ma di vivere la nostra vita secondo l’unica moralità, la moralità dell’amore. L’esperienza dell’amore del sé ci dà una rinnovata capacità di vivere la nostra vita con meno sforzo, con meno oppressione. La vita diminuisce nella sua caratteristica di lotta, diviene meno competitiva, meno possessiva, allora si apre per noi una dimensione che a volte abbiamo intravisto in qualche modo o maniera attraverso l’amore, ovvero che la nostra natura essenziale è gioiosa. Nella nostra più profonda essenza, siamo esseri di gioia. Se potessimo imparare ad assaporare i doni della vita e vedere quello che la vita è realmente, saremmo meglio preparati e pronti ad accettare le tribolazioni e le sofferenze che la vita stessa ci pone innanzi. Questo è quello che impariamo lentamente, dolcemente, giorno dopo giorno, quando e mentre meditiamo.

La meditazione ci guida a comprendere la meraviglia di ciò che è ordinario. Diventiamo meno interessati a ricercare i vari tipi di stimoli, eccitamenti, divertimenti, o distrazioni straordinarie. Iniziamo a scoprire proprio nelle cose ordinarie della vita giornaliera che questo irraggiamento di fondo dell’amore, il potere di Dio sempre presente, è in ogni luogo e a tutte le ore.

Ma può essere un lavoro duro. C’è un racconto circa un discepolo del Buddha, un discepolo piuttosto ottuso, ma che cercava con molto sforzo di comprendere tutto quello che il Buddha stava cercando di insegnarli sulla vera natura della realtà, senza mai riuscirci. Il Buddha era abbastanza esasperato da questo discepolo, così un giorno gli diede un lavoro da compiere. Gli diede un sacco di orzo molto pesante e gli disse: “Corri su per questa collina con il sacco d’orzo”. Era una collina piuttosto ripida. Il discepolo, che era molto obbediente e voleva sinceramente essere illuminato, prese il pesante sacco sulle proprie spalle e corse su per la ripida collina e non si fermò – così come gli era stato detto di fare. Arrivò in cima alla montagna totalmente esausto. Allora lasciò cadere il sacco d’orzo e in quel preciso momento fu illuminato, la sua mente si aprì. Scese dalla collina e il Buddha si rese conto anche a distanza che era illuminato. Dunque è un lavoro duro, imparare a rimanere immobili, abbandonare o scrollarsi di dosso i pesi dell’ego, imparare a conoscere e amare se stessi. Ognuno di noi ha il proprio sacco d’orzo. È un lavoro duro, certo, ma è un lavoro che facciamo in obbedienza, non per nostro volere. È l’obbedienza a Gesù. È in obbedienza alla profonda chiamata del nostro essere, che è la chiamata a essere noi se stessi.

Brano tratto da Laurence Freeman OSB, “Parte V” da ASPETTI DELL’AMORE (London: Media Media/Arthur James, 1997), pagine 54-55.

Dopo la meditazione:

Da “About Her Departure,” una lettera di Simone Weil a Padre Perrin, 16 Aprile 1942 da WAITING FOR GOD (New York: Harper Perennial Classics, 2001), p. 19.

“Non sarò capace di non pensare con profonda angoscia a tutti quelli che avrò lasciato in Francia e a te in particolare. Ma anche questo non ha importanza. Penso che tu sia tra coloro i quali, succeda quello che succeda, nessun vero male potrà mai colpirlo”.  

(Simone Weil)