Anno 5 n. 2 Insegnamenti settimanali 23 aprile 2017

Coscienza

Ho finito la scorsa settimana con la citazione dai Filippesi (2: 5): “la coscienza che era in Cristo è anche in noi”. Ma cosa intendiamo per coscienza e addirittura la coscienza di Cristo?

Ricordo di aver letto anni fa una citazione di uno psicologo britannico, Stuart Sutherland, che diceva: “La coscienza è un fenomeno affascinante, ma sfuggente. Niente che valga la pena di leggere è stato scritto su di essa.” Da allora qualche ricerca è stata fatta, in particolare da Francis Crick (celebre per la struttura del DNA) sulla coscienza visiva, ma  è solo una piccola parte di tutto il campo. Recentemente ulteriori ricerche sono state fatte per mostrare l’effetto della meditazione sul cervello, come abbiamo sentito quando stavo citando “Il cervello felice” dal libro di mia figlia  Dr. Shanida Nataraja. Abbiamo visto l’enorme importanza degli effetti dell’ attenzione su alcune aree del cervello. Il mettere a fuoco spegneva l’area che ha a che fare con pensieri, immagini e sogni ad occhi aperti, in altre parole una delle funzioni dell’ego, parte della nostra coscienza. Aveva anche un effetto su un’altra area dell’ego che si occupa della risposta emotiva: la forte risposta di sopravvivenza ‘attacco o fuga’ è stata commutata in una di accettazione, relax e tranquillità.

La parte più interessante per la nostra attuale discussione è l’effetto sulla corteccia parietale. Questa ospita due cortecce importanti: la corteccia associativa/di orientamento e la corteccia verbale/concettuale. La prima è associata all’orientamento nel tempo e nello spazio e alla creazione di confini: sé / non-sé e il mondo degli opposti, mentre la seconda conferisce la capacità di trasmettere la nostra esperienza in parole – infatti, entrambi corrispondono alle qualità dell’ego. L’attenzione centrata su una cosa provoca una diminuzione dell’attività nella corteccia parietale, quindi porta ad una diminuzione di entrambe queste capacità, spiegando il motivo per cui perdiamo il senso della nostra identità separata – tempo e spazio si dissolvono e tutti gli opposti si unificano – ciò conduce ad un sentimento di perdita di connessione con tutti e tutto ciò che ci circonda, e allo stesso tempo all’impossibilità di spiegare questa esperienza in modo chiaro agli altri.

L’importanza della sequenza di effetti dell’attenzione su diverse parti del cervello è che l’iniziativa di questi cambiamenti deriva dalla nostra coscienza presente e dalla nostra volontà:  stiamo volutamente dando un impulso al cervello verso una diversa modalità di percezione a partire dall’attenzione su un punto. E’ interessante vedere come la nostra coscienza dell’ego, con i suoi bisogni di sopravvivenza sul piano materiale, è codificato nel circuito del cervello, ma può essere temporaneamente by-passato. By-passando l’ego apriamo noi stessi alla parte onnicomprensiva della nostra coscienza, basata sull’intuizione e una più ampia esperienza contestuale. Possiamo allora riconoscere il nostro ‘vero sé’ ed è questa parte del nostro essere che ci permette di connetterci nella coscienza di Cristo e quindi alla Realtà Divina. Utilizzando questo lato del nostro essere totale, noi “ripuliamo le porte della percezione e vediamo la realtà così com’è, infinita!” (William Blake). In realtà, torniamo alla nostra natura originaria, che è  intrecciata con il resto della creazione e il tutto cosmico.

Eppure, questo non spiega ciò che la coscienza è di per sé. Non sappiamo veramente cosa sia, ma siamo in grado di vederne i suoi effetti. Il problema è che non si tratta di un oggetto che possiamo testare in un laboratorio, si tratta di qualcosa che può essere solo sperimentato ed abbiamo visto la difficoltà di mettere questa esperienza in parole. Alla fin fine, la risposta al problema della coscienza è ancora la stessa che Aristotele diede tanto tempo fa: “So di non sapere.”

Tutta la tradizione mistica può far cenno a ciò che è simile a quest’esperienza e ha bisogno di molte descrizioni per cercare di spiegare ciò che è stato sperimentato: ‘essere avvolto nell’amore’, ‘essere circondato dalla luce’, ‘sentirsi un tutt’uno con ciò che ci circonda’  sono alcune espressioni arrivate fino a noi. Il fattore comune a tutti è un senso intuitivo di unità con il Cosmo, accompagnato da sentimenti di timore e riverenza. Anche Gesù stesso doveva ricorrere all’utilizzo di analogie e di parabole per cercare di spiegare la propria esperienza del Regno dei cieli, l’esperienza della Presenza Divina.
Tutto quello che possiamo fare è perseverare nel fedele impegno della disciplina della meditazione, che ci darà, in diversi punti del cammino spirituale, scorci di ciò che è in serbo per noi, finché non avremo completamente purificato le nostre emozioni e saremo introdotti sempre più spesso alla Presenza del Divino . Ma noi, come Gesù dopo la Trasfigurazione, dobbiamo poi scendere dalla montagna in amorevole servizio per tutti.

Kim Nataraja