Letture settimanali del 12 aprile 2020

Per imparare ad amare tutti, dobbiamo far venire meno le nostre astrazioni. Dobbiamo rinunciare alla nostra mente statistica, con la quale spesso trattiamo la sofferenza degli altri… Imparare ad amare significa essere capaci di vedere ogni membro della comunità umana nella sua unicità di individuo. È così che arriviamo alla grande differenza tra compassione e pietà. Pietà è quando amiamo qualcuno che è nella sofferenza, ma l’amore è ancora tutto assorbito dalla nostra paura. Quando vediamo la sofferenza dell’altro, quando assistiamo qualcuno che sta morendo per esempio, non riusciamo a non avere paura della nostra morte; e se siamo controllati da quella paura, anche inconsciamente, abbiamo pietà della persona morente. “Poverino” diciamo. (“Grazie a Dio, non tocca a me”, pensiamo). Ma quando il nostro amore incontra la sofferenza dell’altro e apre il varco della nostra paura egocentrica, non pensiamo più all’altro come a un “poverino”: pensiamo a lui come ad una persona esattamente come noi. Non è separata da noi. Il significato di compassione è che riconosciamo che piangiamo con chi piange, moriamo con che muore, che soffriamo con chi soffre. Questa è la compassione di Cristo che ha unito tutta l’umanità in sé. “Quando date da bere all’assetato, date da bere a me… quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.”

Brano tratto da Laurence Freeman OSB, “Forgiveness and Compassion” in ASPECTS OF LOVE (London: Medio Media/Arthur James, 1997), pp. 72-73.