Lettera di Laurence Freeman OSB

Lettera di Laurence Freeman OSB

DIRETTORE DELLA COMUNITA’ MONDIALE PER LA MEDITAZIONE CRISTIANA

Carissimi amici,

Dom Benedetto, con i suoi occhi blu vivacissimi nonostante i novant’anni, ci accoglie con un grande entusiasmo, un sorriso festoso e un abbraccio gioioso. Malgrado la temperatura elevata ha sulle gambe una coperta. Gli è difficile muoversi senza l’aiuto di qualcuno e deve seguire una dieta molto stretta.

Ma il suo tipico “alleluia” scandisce il suo parlare con un insieme di consuetudine e freschezza che derivano dall’esperienza spirituale. I gruppi carismatici di guarigione che gli sono fedeli vanno a trovarlo continuamente e si prendono cura affettuosamente di lui come lui di loro. Sono venuto con due giovani oblati dalla Meditatio House di Londra per augurargli un felice San Benedetto nella sua casa di riposo, il suo ultimo monastero. Sono affascinati da lui e sorridono quando parla loro delle sue idee di riforma dell’ufficio monastico e di come gli oblati siano il futuro dei Benedettini. La luminosa apertura ed il vigoroso senso della natura contemporanea della vera tradizione di questo anziano monaco, potrebbero stimolare l’immaginazione e sconfiggere i timori di gran parte del neo-conservatorismo dei nostri tempi.

Una delle persone che si occupano di lui entra con una poco attraente scodella di crema di pomodoro e gli ricorda che ha dei panini nel frigorifero per cena. E’ gentile e attenta e si capisce che c’è tra di loro un rapporto di fiducia e di reciproco rispetto. Lui la ringrazia con un “alleluia” e lei risponde allo stesso modo. A volte in questi brevi incontri riescono anche ad avere un momento di preghiera. Si percepisce come la gioia e la fede di questa stanza pervadono il resto del reparto. Dopo una benedizione e dopo aver meditato insieme ce ne andiamo. Nella maggior parte delle stanze che vediamo passando lungo il corridoio, gli anziani ricoverati sono curvi nel letto, addormentati con la televisione accesa senza che nessuno la stia a sentire. La tristezza e la solitudine della vecchiaia sembra, in questa casa di riposo, come consolata dal vecchio monaco che si preoccupa tanto teneramente di chi si occupa di lui. 

“Aver cura” era il tema del nostro ritiro a Monte Oliveto il mese scorso……

 Penso che abbiate già avuto modo di sentire il benvenuto attento e caloroso dell’Abate e di questa Comunità monastica, del responsabile degli ospiti e degli incaricati del ritiro. Un benvenuto gentile rende molto più semplice la sistemazione e l’adattamento di tutti. Ieri ho meditato con un gruppo di detenuti in un carcere vicino Firenze. Hanno il nostro orario e programma e, per quanto possibile, seguiranno con noi il ritiro.

 La parola “care” è bella ed ha molte sfaccettature. Nel dizionario potrete trovare significati che vanno da un verme a uno strumento musicale turco. Ma il significato umano essenziale è ricco, sottile e non facilmente definibile. Man mano che cercheremo di scoprirne i significati in questi giorni di preghiera, silenzio e amicizia – amicizie vecchie e nuove che portiamo dai nostri numerosi e differenti paesi – ognuno di noi potrà capire meglio i diversi aspetti che la parola ha per ciascuno. Zone d’ombra della memoria o della personalità potrebbero esser risvegliate da questi giorni di pratica e di riflessione e, se sarà così, cresceremo tutti in sapienza. La sapienza è frutto dell’integrazione e quindi qualsiasi cosa unisca la dimensione più interna con quella più esterna, serve a questo scopo e ci porta ad una guarigione che va oltre le divisioni interiori ed esteriori che sono conseguenza delle nostre ferite. Dato che le storie precedono le idee, cominciamo a parlare di alcuni miti antichi che ci insegnano cosa significa aver cura. (Solo nella meditazione facciamo completamente a meno delle storie).

Nella Genesi troviamo due storie che si sovrappongono e che ci spiegano la creazione in modi diversi. Nella prima Dio crea tutto, materia e antimateria, luce e oscurità, freddo e caldo – tutte le 24 dimensioni della fisica moderna. Ha creato tutto con attenzione e ha dato nomi accurati ad ogni cosa. Tutto esiste precisamente com’è. “Accurato” significa “fatto con cura” e tutto rimane precisamente se stesso anche se biodiversità e complessità continuano a svilupparsi. Forse c’è un’incrinatura in ogni cosa, ma c’è anche la presenza del logos, una logica salvifica interna all’essere stesso. Il sentiero della meditazione comincia con la contemplazione della natura – vedere le cose come sono e non come le proiettiamo o come cerchiamo di ri-crearle. Nello zen questa percezione si chiama satori e anche una sua fugace esperienza può trasformare la mente in modo permanente. Secondo Gesù è con un cuore puro che riusciamo a vedere Dio in ogni cosa. Alla fine del primo racconto della creazione, Dio crea l’uomo, maschio e femmina a sua immagine divina. Guardò poi tutto ciò che aveva creato con tanta cura, ed emise un gran sospiro di sollievo nel settimo giorno quando riconobbe che tutto era molto buono.

Nella seconda versione l’uomo è esplicitamente creato dalla polvere e dalla terra ed è diventato una creatura vivente perchè Dio ha soffiato nelle sue narici il respiro vitale. In seguito Dio si accorse che l’uomo era solo e dalla nuova creatura creò un altro essere. Prima di Eva, Adamo non era maschio. Dal nuovo yin-yang di sessualità fu creata una paradossale capacità di unione. “Non è bene che l’uomo sia solo. Voglio fargli  un aiuto che gli corrisponda”. Il mondo animale non può sostituire quello umano e non può offrire il livello di intimità indispensabile. Dio si è preoccupato di questo aspetto della creatura perchè l’umanità non può esser pienamente divinizzata senza intimità, proprio come Dio non lo si può amare senza di essa. 

Così c’è la cura dell’accuratezza e della precisione, azione premurosa e attenzione per i dettagli come per il quadro generale. C’è anche la cura che è compassione. Dio è nell’attenzione al dettaglio e nell’amore per i bisognosi. La grande idea dell’aver cura attraversa lo spettro dell’esperienza umana, dall’indifferenza ( “I couldn’t care less” , non me ne potrebbe importare di meno) al prestare attenzione a se stessi e agli altri (“cura te ipsum”, cura te stesso, come Gesù cita il proverbio in Luca 4,23). La vita è “piena di attenzione” : piccoli o grandi, i problemi sono sempre lì e solo per brevi momenti in cui non facciamo attenzione, non ne siamo consapevoli. Dispiacere, ansia, angoscia, pianto e lamento. Ma anche sollecitudine, guida, guarigione e assistenza. Diciamo “take care”, “stai bene” quando lasciamo qualcuno con un rapido saluto amichevole. Rispettiamo chi per professione si prende cura degli altri e spesso nel matrimonio o nelle comunità la nostra vocazione è proprio quella di prendersi cura dell’altro.

Prendersi cura è divino ma anche umano e terreno. Un altro mito illustra tutto ciò. La Dea Cura stava attraversando un fiume. Si fece pensierosa e si mise a plasmare una figura dal fango. Mentre pensava come chiamarla, apparve Giove e Cura gli chiese di infondere nella figura “spiritus”, il soffio della vita. Giove lo fece ma le proibì di dare alla creatura umana il suo nome ed insisteva nel volerla chiamare con il proprio nome. Mentre discutevano apparve Madre Terra (Gaia) e voleva che avesse il suo nome perchè derivava dal suo corpo. Apparve anche Saturno e trovò una soluzione al problema. Giove aveva dato a quell’essere umano lo spirito e quindi lo avrebbe posseduto dopo la morte. Madre Terra avrebbe custodito il corpo alla sua morte. Ma Cura lo avrebbe avuto finchè era in vita. Durante tutto l’arco dell’orizzonte della nostra vita è Cura che si prende cura di noi.

Il silenzio del ritiro di Monte Oliveto deriva in parte dall’assenza di televisione, e mail e messaggi. Per questa settimana facciamo digiuno da questa abitudine culturale. Magari all’inizio avvertiamo ciò come una privazione visto che la nostra è ormai una dipendenza. Ma presto, forse già dopo un giorno di ritiro, potrete sentire che il silenzio rivela una vastità  normalmente oscurata dalla mente in continuo cicaleccio.

Visto che si tratta di uno spazio molto ampio, ci potremmo quasi spaventare esplorandolo. Però con un incoraggiamento ci possiamo avventurare in esso e così scoprire quale semplice conforto racchiude. Ma innanzi tutto dobbiamo metterci di fronte alle preoccupazioni della vita prima di cercare di porvi rimedio.

Il recente matrimonio reale – a meno che non foste su Marte o in terapia intensiva sapete di cosa sto parlando – è stato un evento mediatico. A Londra è stato anche un modo sociale per prendersi una pausa da favola dai depressissimi bollettini economici e dai tagli alle spese sociali. Ciò che i media feriscono possono anche contribuire a sanarlo. Per questo oggi dobbiamo guardare ai siti web e alle applicazioni di telefonini e tablet come parte del ministero spirituale. Senza una dimensione di attenzione spirituale  verso i media, saremmo sopraffatti dalle complessità e dalle preoccupazioni della vita.

I media globali tappezzano la nostra vita con i problemi del mondo inducendoci a vedere riflesse in essi le nostre stesse questioni. Il pericolo di ciò è che si diventa meno sensibili e meno capaci di amore, di vera attenzione e preoccupazione per gli altri. I cuori si induriscono. O perdiamo la connessione con i nostri stessi problemi  e fuggiamo dalla realtà in un mondo virtuale. Così il primo passo verso la vera attenzione è sedersi e mettersi di fronte a noi stessi senza giudizi o confronti. Possiamo sentire ondate di vergogna o tristezza, dolore o rabbia. E le dobbiamo accettare ma dovremmo respingere la tentazione auto-indulgente di colpevolezza. Gradualmente l’immobilità ci dona il distacco dai nostri problemi. Ci salva dal dover sguazzare in essi come un ippopotamo, nella melma dell’egocentrismo. Rimuginare costantemente i nostri problemi in modo ossessivo è massacrante e può esser segno di una malattia mentale. Se capiamo di esser incapaci di staccarci dai nostri problemi, dobbiamo cercare un aiuto. 

Ma di solito abbiamo un metodo di controllo. Possiamo lasciar andare le  preoccupazioni e le ansie come Gesù ci indica nel suo insegnamento sulla preghiera. 

Esse sono molteplici: intoppi quotidiani che passano con una buona dormita, perdite ancora terribilmente presenti quando ci risvegliamo, caratteristiche profonde del nostro temperamento radicate nella memoria pre-conscia. Saggezza e perdono cominciano ad agire non appena facciamo un passo indietro e la smettiamo di incolpare il mondo o i nostri genitori o i nemici e ci rendiamo conto che siamo noi il problema. Ci possono volere anni per compiere questo primo passo sul cammino della maturità spirituale. Comunque, una volta intrapreso, siamo in grado di riconoscere i diversi livelli di sofferenza e insoddisfazione sui quali dobbiamo impegnarci, quelli che riusciamo ad affrontare da soli, quelli per cui dobbiamo cercare aiuto e quelli che semplicemente dobbiamo oltrepassare.

La meditazione rafforza e accelera il discernimento. In tutte le tradizioni la preghiera profonda, silenziosa e non-concettuale è considerata il cuore della fede e apre la porta all’unione con Dio. I Sufi parlano di “dhikr” la memoria di Dio a cui siamo arrivati attraverso la ripetizione del nome stesso di Dio. Nella sua semplicità si dice che contenga tutte le forme di preghiera e ci liberi dalla confusione e dal disagio. Il Qu’ran ci ricorda che ” nessun oggetto è degno di preghiera eccetto Dio e perciò non vi è nessun’altra meta finale o vera esistenza. Capendo ciò, capiamo anche perchè non dovremmo “dare alcun valore a qualcosa che abbiamo perso….ma non dovremmo mai perdere tempo”. Il comandamento di Gesù di amare – Dio, il prossimo e noi stessi – e allo stesso modo l’urgenza del tono del suo insegnamento si traduce nella cura con cui poniamo una assoluta attenzione in Dio. Dopo possiamo vendere volentieri tutto quello che abbiamo nella pura gioia di trovare il tesoro del Regno sepolto nel nostro cuore. 

Malgrado tutto, le preoccupazioni della vita spesso ci schiacciano. Ci possono rendere fissati su noi stessi, dimentichi, insensibili, ignoranti e stupidi. Ci dimentichiamo che Dio esiste. Ignoriamo i bisogni del prossimo. Perdiamo la capacità di meravigliarci. Come sonnambuli ci avviamo verso la tomba. L’ascesi – lavoro spirituale – è la cura per chi è oberato da preoccupazioni. Ci insegna come affrontare i problemi e come vivere in libertà malgrado tutto. Scioglie la durezza dei cuori man mano che diventiamo più sensibili e pronti, più aperti alla bellezza del mondo e ai bisogni degli altri compresi quelli che avidamente cercano di accaparrare tutto senza nemmeno chiedere. L’ascesi – come le nostre due meditazioni quotidiane – trasforma l’energia bloccata nel nostro ego e i modi negativi di pensare e di agire. Con saggezza riusciamo ad accettare che – in questa vita di preoccupazioni – non avremo sempre ciò che vogliamo. Ma poi la liberazione appare come l’alba quando ci rendiamo conto che il problema vero non è il non-avere ma il desiderare stesso.

Questo è il gran cambiamento, dal peso della preoccupazione alla cura. E ciò succede quando entriamo consapevolmente in contatto con una fonte che si prende cura per noi. “Venite a me voi che siete affaticati e oppressi ed Io vi darò riposo”. Quando le preoccupazioni più gravi della vita vengono come toccate dall’attenzione di un altro, allora facciamo un’esperienza di guarigione.

Nello scambio serale durante la cena, cogliamo i frutti del silenzio coltivato durante la giornata. Non lo si potrebbe fare senza un qualche autocontrollo. Ci sono moltissime piccole cose che vorremmo dire dopo la meditazione o lo yoga, ma crediamo che il silenzio sia un terreno di comunicazione molto più grande di quanto si possa immaginare. La virtù dell’autocontrollo è il segreto dell’attenzione verso noi stessi – ed è il fondamento necessario per essere una persona che fa attenzione e si prende cura degli altri.

In una cultura complessa è sorprendentemente difficile sapere cosa significa fare attenzione a se stessi. Immigrati da società tradizionali più semplici sono spesso disorientati dalla auto-alienazione e dalla forza auto-distruttiva nella psiche di chi è più ricco ed istruito. Poichè sono così frequenti e numerose le ferite e gli sradicamenti, abbiamo sviluppato una cultura terapeutica in cui è dominante la ricerca di significato e di cure interiori. Il problema è che mentre cerchiamo una cura non abbandoniamo il comportamento che ci danneggia. Siamo come un vecchio fumatore incallito i cui polmoni sono così mal ridotti che cammina a fatica. Quando qualcuno che si preoccupa di lui cerca di levargli le sigarette protesta dicendo che sono il suo unico piacere e consolazione.

Tutti cerchiamo qualcosa. Alcuni hanno una chiara idea di cosa cercano, o almeno la consapevolezza che manca loro qualcosa. Ma il più delle volte e per la maggior parte di noi, è un dolore sordo e un vago desiderio che perdura nei momenti buoni come in quelli più difficili. “La mia anima è inquieta, finchè non riposa in te” è l’espressione che S. Agostino usa per indicare il suo desiderio di interezza, di resurrezione che trascende il ciclo nascita-morte del desiderio. Visto in questo modo, questa ricerca è un dono e non un’afflizione perchè, compresa e riconosciuta, rappresenta il cambiamento in una crisi spirituale. Oggi, in una cultura condizionata dal consumismo fin dalla più giovane età, una simile visione e comprensione del desiderio dovrebbe esser al cuore di ogni educazione religiosa. 

Le librerie sono piene di sempre nuovi manuali su come cavarsela da sè. I libri più venduti propongono titoli  tipo: limiti positivi, usare auto-critica, esprimere i vostri sentimenti, sviluppare l’equilibrio, affermare se stessi, mangiar bene e fare ginnastica. 

Ma il miglior elenco che io conosca si trova in un libro che non raggiunge i primi posti nelle classifiche delle vendite ma è in stampa da 1500 anni. Nella Regola di S. Benedetto il quarto capitolo è sugli Strumenti delle Buone Opere, settantacinque brevi insegnamenti  descritti come “strumenti della forza spirituale” che, se usati seriamente, portano alla realizzazione trascendente delle promesse di Cristo – “ciò che l’occhio non ha visto e l’orecchio non ha udito ma che Dio ha preparato per quelli che lo amano”.

Gli Strumenti iniziano con i Dieci Comandamenti poichè la vita morale è fondamento del cammino contemplativo. Seguono le opere di misericordia corporale, il minimo sforzo che ci è richiesto per il benessere degli altri. E ancora la difesa del cuore da sentimenti di rabbia, vendetta o falsità. Vivendo in comunità, Benedetto capì come  sia importante mettere in pratica l’amore per i nemici e come l’auto-controllo nel parlare, come anche nelle usuali abitudini fisiche, faciliti la basilare pratica cristiana. Tener sempre presente davanti agli occhi la morte aiuta l’attenzione consapevole e sviluppa un più profondo livello di pace e di gioia. Le tentazioni dell’egoismo spirituale vengono anche riconosciute e fronteggiate nella costante esortazione a desiderare ardentemente la pienezza di vita.

Questi strumenti delle buone opere sono anche i mezzi per imparare ad essere attenti a se stessi. Qualsiasi forma di attenzione è energia di fede: allontana l’attenzione dalle esigenze e dai sentimenti di ciascuno per trasporla verso un bene più alto. E’ perciò una forma di trascendenza. Si estende nel tempo che mette alla prova la sua sincerità e autenticità. E’ perciò una forma di trasformazione perchè siamo cambiati dal perseverare in un atto di fede.

Tutti gli strumenti di Benedetto e lo stesso prendersi cura di qualcosa o qualcuno sono pensati per liberare la nostra capacità di amare. Ripetere il mantra unifica queste diverse forme di attenzione nelle dimensioni esteriori della nostra vita. Le concentra nel cuore dove l’amore di Dio crea, penetra in noi e si prende cura di noi stessi. Compreso ciò, diventiamo consapevoli della nostra vera sorgente e cominciamo ad agire secondo la nostra vera natura. Man mano che il mantra si radica in noi, esso ci schiude al dono dell’attenzione continua in cui l’aver cura di se stessi confluisce con la cura di Dio per noi. Ad ogni modo sapere di essere riconosciuti ed accettati è un dono raro nell’esperienza umana. Non siamo però così capaci di dimostrarcelo l’un l’altro. Ma la comunità, anche la breve tipologia di comunità che creiamo in un ritiro, ci ricorda che abbiamo questo dono sia nel riceverlo che nell’offrirlo agli altri. 

Ovviamente voler fare il bene è già una notevole intenzione ma la si può realizzare solo passando dal volere all’essere. I momenti di ritiro ci portano a questa esperienza dell’essere. Ci permettono di rallentare i nostri ritmi, distaccarci dai soliti problemi, scrivere haiku, meditare varie volte al giorno, trovarsi a proprio agio con le persone ad un livello profondo. Ci sono ritiri più “intensivi”, come i ritiri della nostra scuola o i ritiri di dieci giorni che possono essere molto utili al momento giusto se seguiti nella giusta disposizione mentale. Ma possiamo anche dire qualcosa a proposito dei ritiri normali. Nel provare  una nuova armonia interiore e nella comprensione di una amicizia spirituale, riconosciamo la grazia all’opera nella nostra natura umana, grazia pura che non ci meritiamo ma che dobbiamo scoprire e di cui essere grati. 

Cura personalis – cura dell’intera persona – è un elemento fondamentale dell’educazione cristiana e dell’attenzione agli altri. Non cerchiamo soltanto di far passare gli esami ai bambini per valorizzarli come risorsa economica. Nè ci occupiamo dei bisogni fisici, psicologici o sociali delle persone solo a livello dei sintomi. Ogni persona è un’unità e, se un aspetto dell’unità è in stato di necessità, le risorse della persona nella sua interezza devono essere coinvolte nella cura. Oggi ci si sta riappropriando di questo senso di interezza della persona in molte aree della vita dalle quali era stato escluso. La confusione di efficienza e spersonalizzazione e di competizione e insensibilità ha prodotto la rovina umana in molte delle nostre istituzioni e sistemi sociali, compresa l’istruzione e gli affari. In molti gruppi secolari è iniziata una ricerca per nuove linee guida ed un nuovo modo di pensare. Si tratta infatti di un ardente desiderio non solo di nuovi “valori” necessari come tali, ma di una dimensione spirituale, come la perla di grande valore, sorgente di ogni vero valore. 

La ricerca di questo nuovo modo di vivere fa parte della crisi del cambiamento iniziata in tutte le aree della vita e in tutte le nostre istituzioni. Questo sconvolgimento sociale provoca sofferenza e lo stesso succede in un’area in cui c’è bisogno di attenzione affettuosa e saggia. Dobbiamo prenderci cura di tutti i modi secondo cui si convive così che la pace si sorregga sulle fondamenta della giustizia. Le politiche sociali sono basate sulle statistiche e sui sondaggi d’opinione. Ma il test per una società ’umana’ è il modo in cui i più lontani e i senza voce sono rispettati in quanto hanno pari diritti e dignità. Non c’è nessuna saggezza senza compassione.

Il contributo che le comunità spirituali possono dare per superare questa crisi  è la semplice saggezza che equilibrio sociale e sviluppo non si possono separare dalla dimensione personale di ricerca della nostra integrità e salute dell’anima. Le istituzioni e la società sono fatte di persone capaci di un incredibile egoismo e crudeltà quando sono frantumate o non amate. Mai, in tempi normali, tante persone si sono sentite così neglette, sole, inadeguate, rimpiazzabili o indesiderate. Ma quando trovano ristoro in profondità, nella loro interezza; quando qualcuno si occupa di loro e riscoprono il loro senso di integrità, queste stesse persone sanno manifestare un immenso altruismo e generosità. Proprio per questo l’amicizia è un elemento essenziale del prestare attenzione. Preoccuparsi di qualcuno o qualcosa in modo veramente umano significa avere un atteggiamento amichevole  – verso noi stessi, gli altri e il nostro ambiente. Con saggezza antica l’amico era visto come “un altro se stesso”. Aver cura accade quando il centro della consapevolezza (’dov’è il tuo cuore lì è il tuo tesoro’) si sposta dallo spazio limitato dell’interesse per se stessi all’ampio spazio dell’altro. Allora, come i monaci del deserto,  “troviamo noi stessi negli altri e gli altri in noi stessi” e la dinamica trinitaria del preoccuparsi dell’altro è visibilmente in atto.

Quando arriviamo alla fine di un ritiro o ci alziamo dopo le nostre meditazioni quotidiane ci sembra di doverci adattare al grande cambiamento dall’essere al fare, dall’immobilità al movimento. All’inizio ci sembra un cambiamento così grande che troviamo tutte le ragioni possibili per non meditare, così da non doverlo affrontare. Ad ogni modo, con l’esperienza, ci adattiamo quasi inconsapevolmente. Questa sommersa unità di consapevolezza si manifesta in tutti i modi dell’essere e dell’agire. Lo stesso essere è visto allora non in opposizione all’azione ma come pura azione. 

In tale continuum di attenzione per se stessi e per gli altri, il mistero di Cristo diventa percepibile nella visione della fede. Lui che è in noi, è anche negli altri e la sua presenza arriva fino ai confini dell’universo. Sapere – sia per esperienza interiore personale che per esperienza collettiva della comunità  – che tutto è nella Sua cura, è sapere salvifico. Ci salva dall’isolamento dell’illusione.

La meditazione è attenzione a noi stessi e amore per il mondo. E’ più efficace nel cambiare il mondo che la semplice pietà  o devozione e perciò la religione ha bisogno di essere  sia contemplativa che devozionale. La meditazione rende ognuno di noi un punto o un canale attraverso cui le energie divine possono entrare nel mondo umano e naturale per immergerci nell’amore che allo stesso tempo crea e redime. Il cuore umano è la prova suprema di questa realtà. E’ il vero luogo di pellegrinaggio e lo spazio sacro di ogni adorazione. Trovare il nostro cuore è il nostro primo compito. Soltanto dopo possiamo proseguire nel lavoro che ci è assegnato, la cura particolare che ci è affidata. Questa cura del cuore ci conduce alla nostra completa identità. E’ anche scoprire ciò che sapevamo che ci mancava. E’ dimorare in una compassione così inclusiva che nulla esiste o vorrebbe esistere senza di essa.

Con grande affetto

Laurence Freeman OSB