Letture settimanali 4 maggio 2014

 La preghiera profonda ci insegna quello che l’angelo della morte ci insegna.

Quando il meditante trova la povertà di spirito, è come un’esperienza di morte. Povertà significa fissare fermamente lo sguardo in un vuoto il cui significato all’inizio ci sfugge. E’ la dolorosa consapevolezza che tutto ciò che abbiamo sperato o sognato potesse durare per sempre, porta in sé una data nascosta di scadenza. Povertà significa riconoscere che non siamo autosufficienti e che, per la nostra stessa esistenza, dipendiamo da una realtà che neppure possiamo  definire.  [ … ]

Ma mentre combattiamo  con il terribile angelo, scopriamo che non è un avversario ma un amico. Un messaggero da parte del Dio della Vita, non della morte. Mentre le nostre complesse reazioni alla presenza del messaggero si manifestano, ci sono gioiosi momenti di pura elevazione nel vuoto dello spazio che è lo Spirito. Allora vediamo che il vuoto è pieno di potenzialità, di un’abbondanza di vita che si materializza, di un vuoto che non deve essere evitato.

Alle volte lo possiamo scorgere negli occhi delle persone gravemente ammalate o anche morenti. Nella profondità delle loro anime, testimoniano gli scontri che gli eserciti di sentimenti contrastanti combattono, si ritirano, per poi tornare a scontrarsi di nuovo.  Ma arrivano i momenti in cui i loro occhi si riempiono di pace e di saggezza, e sono una benedizione per tutti coloro che li vedono. Quelli che siamo venuti a consolare, sono loro che ci consolano. Coloro che pensavamo sarebbero stati oggetto della nostra compassione, ci cambiano le carte in tavola e sono loro, allora, che alleggeriscono i pesanti  carichi della  vita che ci portiamo sulle spalle.

C’è un modo di essere presenti con una persona agonizzante che ci evita l’imbarazzo di sentirci impacciati e inutili. Consiste semplicemente nell’essere un compagno. Essere in sintonia con la propria personale mortalità. Il ricordarci che anche noi stiamo morendo. Imparare da coloro che stiamo servendo. In qualunque modo una persona gravemente malata  possa rinchiudersi in se stessa, sempre apprezzerà il conforto di una presenza umana vicina. Essere un vero e fedele compagno, non tirandosi indietro, è al cuore dell’amorevolezza.  E’ il frutto di sentirsi a proprio agio con se stessi. Essere un compagno  per un’ altra persona, è vivere in pieno quella verità che la solitudine non è l’abbandono  di cui si ha paura, all’inizio. E’, semplicemente, la condizione di essere la persona che Dio ha chiamato all’esistenza: una persona che nella sua natura più profonda, è  amata e capace di amare a sua volta.

L’arte dell’accompagnamento umano si sviluppa nella preghiera profonda. Meditare con un’altra persona è trovare un’intimità ed un’amicizia spirituale nel silenzio che è inspiegabile in qualsiasi altro livello di relazione.  Barriere nate dalla paura o dalla formalità si sgretolano quando il lavorio del silenzio interiore è condiviso. Essere veramente presente con l’agonizzante, dipende dal superamento della  propria consapevolezza e della concentrazione su se stessi.  Questo superamento significa cercare quell’assenza di potere che istintivamente ci sforziamo di evitare e da cui fuggiamo. Magari può anche piacerci guardare a questa “povertà di spirito” da una certa distanza di sicurezza e magari prendere un appuntamento con essa per una data da destinarsi. Ci piace leggere ed ascoltare descrizioni su questo argomento.

Ma tutto ruota attorno al momento reale in cui decidiamo di attraversare il posto di blocco della povertà in persona, dalla terra dell’illusione al regno della realtà. Quando lo facciamo realmente, gustiamo le gioie del regno di Dio in questa vita.

Laurence Freeman OSB

Estratto da: “Newsletter” giugno 1999