Insegnamenti settimanali dell’8/11/2020 – L’importanza di essere radicati in una tradizione

L’importanza di essere radicati in una tradizione

Noi viviamo in un’epoca esaltante, in cui gli insegnamenti delle grandi religioni mondiali e delle tradizioni di saggezza sono a disposizione di tutti nei libri, per mezzo di maestri o in internet.

Tutto questo ci permette una apertura più vasta della nostra consapevolezza verso una spiritualità umana più ampia. Tutte le principali religioni condividono valori fondamentali comuni. Infatti, c’è un nucleo comune nel cuore delle loro tradizioni individuali. Gottfried Leibnitz, il filosofo tedesco del ‘700 e più tardi Aldous Huxley nel secolo XX°, definirono questo nucleo come “Filosofia Perenne”. Proprio essa, molti elementi della letteratura o delle parole dei maestri di altre tradizioni hanno una eco anche in noi. Questo può avere due conseguenze: da un lato può essere un valido aiuto nel capire e nell’arricchire la tradizione che ci è propria, dall’altro può portarci ad essere simili a “farfalle spirituali”, che succhiano il nettare da differenti fonti ma sono incapaci di assorbire idee più ricche di nutrimento per il nostro essere spirituale.

Sua Santità il Dalai Lama ha sottolineato, in uno dei suo incontri in Bodh Gaya, a cui Laurence Freeman ed alcuni di noi hanno partecipato durante il programma “La via della Pace”, iniziativa di dialogo fra fedi della nostra Comunità con Sua Santità, l’importanza che ognuno torni alle proprie radici, poiché tutte le tradizioni religiose condividono lo stesso nucleo di verità. Per illustrare concretamente le sue affermazioni, il Dalai Lama ha invitato Laurence Freeman a salire sul palco con lui come esempio che questa verità è presente anche nella Cristianità. Da allora ha molto spesso messo in evidenza questa stessa affermazione in occasione di vari suoi discorsi internazionali. Benché si possano legittimamente rifiutare le strutture della fede e della religione dei nostri genitori, le nostre radici affondano ancora profondamente nella cultura e nelle idee che si sono da lì sviluppate. Inoltre, possiamo scoprire ulteriormente verità spirituali comuni nella nostra religione attraverso la pratica della preghiera contemplativa profonda.

La Meditazione, come dice Laurence Freeman nel suo libro “Gesù, il Maestro Interiore”, “è la via del silenzio e del trascendere il proprio io, una via di relazione e di solitudine, una via per leggere senza parole, per conoscere senza pensare”. La trascendenza dell’ego non dipende da una struttura di credenze, ma dalla fede. Questa fiducia amorosa della fede ci permette di abbandonare la consapevolezza fondata sull’ego e, nel nostro caso, di connetterci profondamente alla consapevolezza di Cristo, poiché “la Meditazione, alla luce della fede Cristiana, è un incontro sempre più profondo con la mente di Cristo”. La prima affermazione si applica in generale a tutte le vie di meditazione, ma l’elemento relazione/fede sarà differente per ciascuno. Noi entriamo in comunicazione con il nostro essere autentico e vero in Cristo, un Buddhista entrerà in comunicazione con la natura del Buddha.

John Main, citato da Laurence Freeman in “First Sight” – la sua esplorazione dell’esperienza di fede – dice che la Meditazione è una ‘via della fede’, poiché “Dobbiamo abbandonare noi stessi e lasciare tutto alle spalle, prima che l’altro appaia e senza nessuna pre-confezionata garanzia che l’altro apparirà” (Dalla Parola al Silenzio). La nostra fede che Cristo è là per guidarci ci permette di affrontare il rischio di entrare nel silenzio della nostra più ampia consapevolezza interiore. Senza una relazione con Cristo o un essere illuminato come il Buddha, possiamo entrare senz’altro e bene nel silenzio interiore, ma richiamo di andare alla deriva nella nostra propria inconsapevolezza con tutti i pericoli connessi.

Kim Nataraja