Insegnamenti settimanali del 7/6/2020 – Il problema del linguaggio

Il problema del linguaggio 

La sola cosa che la filosofia e la teologia ci insegnano è l’impossibilità essenziale delle nostre limitate capacità razionali di capire davvero la Realtà Divina. Ogni tentativo aggiunge solo limiti e restrizioni al senza nome e senza forma.

Per questo i primi cristiani consideravano blasfemo dare a Dio un qualsiasi nome. In definitiva non ci sono risposte giuste; le idee spesso contraddicono e soppiantano i tentativi precedenti. Tutte le teorie e le teologie sono sforzi limitati ed interpretazioni personali. Alfred Whitehead diceva: “E’ impossibile meditare sul tempo e sul mistero del passaggio creativo della natura senza una profonda emozione di fronte ai limiti dell’intelligenza umana”. Tommaso d’Aquino ne è un esempio. Dopo tutta una vita spesa a scrivere e a teorizzare sul Divino, egli ha avuto un’esperienza spirituale che lo ha reso profondamente consapevole dell’inutilità dei nostri sforzi di razionalizzare. Così vide tutti i suoi scritti come “pagliuzze” e non scrisse più nulla.

Il problema che hanno i mistici è che il linguaggio è l’unico strumento che abbiamo per esprimere ogni esperienza, anche se esso può solo dare una vaga idea della verità e non rappresentarla davvero. Il detto “dare un nome alle cose non è conoscere” è molto pertinente. Eppure, il linguaggio è tutto ciò di cui disponiamo.

Inoltre, l’esperienza del Divino è anche accompagnata dall’intenso desiderio di condividere con altri questa verità liberante.

Meister Eckart ne è un esempio. In uno dei suoi sermoni tedeschi egli sostiene che, anche se non ci fosse stato nessuno in chiesa, egli avrebbe comunque tenuto il suo sermone, tanto forte era il suo desiderio di aiutare gli altri a vedere chiaro.”Se non si insegna mai agli ignoranti, essi non impareranno mai e nessuno di loro conoscerà mai l’arte di vivere e di morire. Si insegna agli ignoranti nella speranza di trasformarli da persone ignoranti a persone illuminate”.

Questa stessa urgenza è anche espressa da John Main. “Eppure noi dobbiamo provare a parlare, anche se parliamo solo per condurre le persone al silenzio…Dobbiamo trovare un modo per provare a spiegare che cos’è il viaggio e perché il viaggio è così fondamentale”.

Tutti costoro, Tommaso d’Aquino, Meister Eckart e John Main sottolineano quindi l’importanza dell’esperienza stessa e di parlarne e leggerne. John Main, come Mester Eckart, vedeva il lasciare andare pensieri, concetti e immagini come la base essenziale della nostra pratica di preghiera. Nel libro “Dalla parola al silenzio” John Main dice: “La liberazione che noi sperimentiamo nella preghiera silenziosa è esattamente la liberazione dagli effetti inevitabilmente distorti del linguaggio quando cominciamo a sperimentare dentro di noi il dominio di Dio intimo e trascendente”.

Quell’esperienza poi verificherà le verità del nostro credo…”noi siamo e siamo in Dio e in Lui scopriamo la nostra essenziale identità e l’unico significato” (Moment of Christ)