Insegnamenti settimanali del 31-5-2021 – Sentire il proprio vero nome

Sentire il proprio vero nome

Abbiamo avuto modo di prendere in esame l’interazione fra l’ego, l’ombra e il vero sé e come siano importanti tali relazioni per rendersi conto del vero sé, per crescere e diventare la persona che Dio vuole che tu sia.

C’è una magnifica storia della tradizione rabbinica a proposito dell’udire il nome del vero te stesso. Il Rabbi Yehuda Loew ben Bezalel era il più grande rabbino della sua epoca in Europa, l’uomo che nella sua casa di Praga creò il Golem, la forma animata di un uomo, a cui diede vita, ponendogli sotto la lingua un pezzetto di carta con il nome ineffabile di Dio. Una notte Rabbi Yehuda fece un sogno: era morto e veniva portato davanti al Trono. L’angelo che stava davanti al Trono gli chiese: ”Chi sei?” “Sono il famoso Rabbino Yehuda di Praga, il creatore di Golem” rispose. “Dimmi, mio Signore, se il mio nome è scritto nel libro dei nomi di quelli che potranno aver parte nel Regno”.
L’angelo gli rispose: “Aspetta qui, ti leggerò i nomi di tutti quelli che sono morti oggi e che sono scritti nel libro”. E lesse i nomi, migliaia di nomi strani per le orecchie del Rabbino Yehuda; mentre l’angelo leggeva, il rabbino vedeva gli spiriti di coloro che erano stati chiamati per nome, volare nella gloria che stava sopra al Trono. E l’Angelo finì di leggere, ma il nome del Rabbino Yehuda non era stato pronunciato e lui si mise a piangere amaramente e strillava contro l’Angelo. E l’Angelo disse: “ho chiamato il tuo nome”. Ma il Rabbino rispose “non l’ho sentito”.
E l’Angelo disse ancora, “nel libro sono scritti i nomi di tutti quelli che, uomini e donne, hanno vissuto in terra perché per ogni anima c’è un erede nel Regno. Ma qui arrivano molti  che non hanno mai sentito il loro vero nome sulle labbra di uomo, donna o angelo. Hanno vissuto credendo di conoscere il loro nome; e così quando sono chiamati a condividere il Regno, sentono i nomi ma non li riconoscono come propri. Non si accorgono che è per loro che si sono aperti i cancelli del Regno. Quindi, devono aspettare qui fino a che sentono i loro nomi e li riconoscono. Forse, quando erano in vita, un uomo o una donna una volta li ha chiamati con il nome giusto: rimarranno qui fin quando staranno abbastanza in silenzio da riuscire a sentire il Re dell’Universo stesso che li chiama”.
A questo punto il Rabbino Yehuda si risvegliò e, alzandosi dal letto in lacrime, si coprì il capo, si prostrò sul pavimento e cominciò a pregare, “Signore dell’Universo ! Concedimi una volta prima che io muoia di sentire il mio vero nome sulle labbra dei miei fratelli e sorelle”. Ci preoccupiamo di chi pensiamo di essere e di cosa abbiamo raggiunto, siamo nel regno dell’ego e non sentiamo mai il nostro vero nome.

Nel vangelo di Giovanni c’è qualcosa del genere nell’esperienza di Maria Maddalena la mattina della domenica di Pasqua quando non riconosce Gesù nella sua vera forma. In questo caso non sono i suoi successi o il suo orgoglio a mettersi in mezzo, ma le sue emozioni che le annebbiano la visione. Laurence Freeman spiega così: “Maria soffre l’agonia umana del lutto e della desolazione per un’assenza irrimediabile”. E’ per questo che non riconosce Gesù quando lo vede lì in piedi e lo scambia per il giardiniere. Solo quando lui la chiama per nome, ‘Maria’, allora lei si gira verso di lui, è il momento della ‘metanoia –  vedere oltre la realtà ordinaria cioè la realtà vera. Solo allora lei lo riconosce nella sua essenza spirituale – ‘Rabbuni!’ Maestro amatissimo. E ancora Laurence Freeman: “E’ arrivata alla conoscenza di sé per il semplice fatto di esser stata riconosciuta da un altro. Lui la conosceva e l’ha chiamata per nome. La vera conoscenza di sé… è generata dalla relazione. In tale relazione ci sentiamo conosciuti ed amati… il centro della nostra consapevolezza… si sgancia dai suoi abituali ormeggi e si riposiziona sull’altro. Maria ha vissuto con sofferenza il suo passaggio dal dolore totale alla realizzazione di sé”.

Kim Nataraja