Insegnamenti settimanali 9 Dicembre 2012

L’obbedienza

L’obbedienza è il primo dei voti benedettini. L’etimologia di questa parola deriva dal latino ob-audiens, che significa “ascoltare intensamente”.

 

I Cristiani del deserto erano obbedienti, prestavano intensamente ascolto: a Dio, ai comandamenti, che nel deserto erano le Beatitudini, e ai loro Padri e Madri spirituali: “Uno degli Anziani disse che Dio richiede ai monaci e alle suore due tipi di obbedienza: quella alla Sacre Scritture e quella ai loro Padri e Madri spirituali.”

L’obiettivo di questo ascolto profondo è far tacere i suggerimenti dell’ego, la nostra volontà, e imparare ad ascoltare la “piccola voce” celata all’interno del nostro essere più profondo, la volontà di Dio per noi. L’obbedienza è perciò strettamente legata alle virtù della povertà e dell’umiltà, conoscendo il proprio bisogno di Dio ed essendo consapevoli dei propri limiti.

L’essenza della meditazione è anche l’ascolto intenso, ascolto del nostro mantra che risuona esso stesso nel nostro essere. Ricordate ciò che John Main diceva: “ E’ a questo punto che la nostra meditazione incomincia davvero… invece di pronunciare o far risuonare il mantra, noi iniziamo ad ascoltarlo, assorti nell’attenzione sempre più profonda” (John Main – Dalla Parola al Silenzio).

Riuscendo a tacitare i nostri pensieri, attraverso la focalizzazione dell’attenzione e la capacità di distaccarci dalle nostre immagini condizionate, entrambe spesso prodotte dalle nostre ferite emotive, noi trascendiamo il nostro ego, la parte cosciente del nostro essere. Quindi noi possiamo lasciare il nostro vero sé, la scintilla divina dentro di noi, pervadere i nostri pensieri e le nostre azioni. Questa attenzione focalizzata è l’essenza della nostra preghiera, come Evagrio sottolinea: “Quando l’attenzione cerca la preghiera, la trova. Poiché se c’è qualcosa che accompagna l’attenzione questa è la preghiera, e per questo va coltivata.”

La stessa attenzione doveva essere riservata alla Scrittura. Nel IV secolo la cultura era ancora largamente orale e la Scrittura veniva letta agli incontri settimanali – la synaxis. Prestare attenzione era essenziale: “Gli Anziani dicevano: Dove erano i vostri pensieri, durante la synaxis, al punto che la parola del salmo vi è sfuggita? Non sapete che siete alla presenza di Dio e state parlando con Lui?”

Dopo aver ascoltato la Scrittura, i monaci del deserto andavano nelle loro celle e ripetevano uno o due versi che li avevano particolarmente colpiti. Non riflettevano sul significato – questa è una pratica moderna – ma interiorizzavano le parole e lasciavano che fossero le parole a parlare loro, personalmente. Questo avrebbe condotto alla preghiera e alla contemplazione – essere alla presenza silenziosa di Dio. Questa disciplina divenne la “Lectio Divina” della tradizione benedettina – lectio, meditatio, oratio e contemplatio. La ripetizione delle parole sacre conduce al silenzio della vera contemplazione. Questo è davvero parte integrante della disciplina della meditazione così come è stata insegnata da John Main e Laurence Freeman. “Noi abbiamo bisogno di leggere la Scrittura, gustarLa e lasciare che la Scrittura ci legga a sua volta”, così dice Laurence Freeman. e poi lasciare che influenzi il modo in cui conduciamo le nostre vite.

Kim Nataraja