Anno 4 n. 33 Insegnamenti settimanali 27 novembre 2016

Autotrascendenza

Imparare a comprendere l’ ‘ego ferito’ è spesso visto come ‘meramente psicologico’, non come qualcosa di essenziale per il cammino spirituale. Ma che la psicologia e la spiritualità siano due diversi approcci alla condizione umana e abbiano poco a che fare l’uno con l’altro è una convinzione errata. La psicologia si occupa della conoscenza della psiche, l’anima, e i primi cristiani consideravano lo spirito come il punto più elevato dell’anima; insieme formano un tutto. Il processo di trasformazione che si verifica lungo il cammino della meditazione è supportato spiritualmente sia a livello conscio  che inconscio. Le intuizioni che ci sono concesse grazie al nostro vero Sé, il Cristo interiore, portano ad un processo psicologico di sempre maggiore conoscenza di sé, e di conseguenza, la crescita nella consapevolezza del nostro essere spirituale essenziale, il nostro legame con il Divino. È per questo che Meister Eckhart, come molti santi e saggi, fa notare che “La realtà che noi chiamiamo Dio deve essere prima scoperta nel cuore umano; inoltre, io non posso riuscire a  conoscere Dio  prima di arrivare a  conoscere me stesso”. La spiritualità e la psicologia vanno di pari passo. Se ignoriamo l’elemento psicologico, la meditazione può diventare un modo per reprimere le nostre ferite con il fine di salvaguardare una pace illusoria, impedendoci così una vera crescita spirituale. E’ così che noi potremmo interpretare il seguente insegnamento di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.” (Luca 9:23) Noi prendiamo la nostra croce ‘quando affrontiamo le sofferenze quotidiane delle nostre ferite e, così facendo, moriamo a scapito del predominio dell’ego. Spostandoci lentamente dall’egocentrismo ad altre centralità, noi ‘andiamo con lui’ e siamo come rinati. Il nostro comportamento non scaturirà più dalle necessità egocentriche, ma dal nostro centro spirituale, il nostro vero ‘sé’ in Cristo.

Diamo un altro sguardo alla parte psicologica del viaggio. Abbiamo visto come le nostre immagini sia di noi stessi o di Dio possono essere un ostacolo serio lungo il cammino della meditazione. Se rimaniamo inconsapevoli di queste immagini “false”, esse nascondono non solo chi siamo veramente, ma costituiscono anche il velo che oscura la Realtà Divina. Nel Vangelo di Tommaso Gesù ci chiama ‘ciechi’ e ‘ubriachi’ quando operiamo solo a livello dell’ego ferito. Il filosofo greco Eraclito lo descrisse come segue: ‘L’umanità è tanto inconsapevole di quello che fa quando è sveglia, come lo è quando è addormentata.’ Dobbiamo alzarci. Dobbiamo lasciare la prigione dell’ ‘ego’ ferito. Dobbiamo diventare consapevoli di chi siamo veramente: figli di Dio e templi dello Spirito Santo.

Di fronte a pulsioni inconsce ed emozioni represse ci sentiamo davvero come se prendessimo ‘la nostra croce’, un passo difficile, ma comunque molto importante da intraprendere. Ma c’è anche un pericolo – il pericolo di diventare troppo affascinati dalla nostra ‘storia’. Quando non siamo attenti, l’ego’ incoraggerà il nostro fascino e fermerà la nostra crescita in vera consapevolezza, rendendo così sicuro che non stiamo lasciando la sua sfera di influenza. Dimentichiamo la ragione per cui stiamo facendo tutto questo, in primo luogo –  siamo in pellegrinaggio dalla mente al cuore, dove Cristo abita. John Main lo scrive succintamente nel suo libro The Door to Silence:

“Le persone sono spesso interessate a ciò che la meditazione può insegnare loro su se stessi. E’ ‘facile per noi vedere tutto in termini di auto-miglioramento, auto-terapia e comprensione di sé. Questo può essere un valore. Ma l’egocentrismo può essere disastroso per il cammino spirituale. C’è il pericolo che, dopo aver iniziato la meditazione, ci accorgiamo di comprendere meglio noi stessi e quindi deviamo dall’auto-trascendenza verso l’egocentrismo. Troveremo infine che abbiamo lasciato il pellegrinaggio verso la conoscenza e la saggezza unitaria. Finiamo bloccati nella conoscenza limitata della nostra frammentarietà. Diventiamo così estasiati dal nostro funzionamento mentale che ci dimentichiamo di essere in pellegrinaggio nel mistero di Dio. L’essenza del Vangelo è l’essenza della meditazione: non auto-analisi, ma auto-trascendenza. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso,” (Lc 9,23) C’è qualcosa di faticoso e impegnativo in questo viaggio. Esso richiede il coraggio di distogliere l’attenzione da se stessi.

Kim Nataraja