Anno 4 n. 28 Insegnamenti settimanali 23 ottobre 2016

Dipendenza dai pensieri

L’aspetto più importante della meditazione è la concentrazione della nostra attenzione sulla nostra parola, che ci aiuta a lasciare andare i pensieri del passato e del futuro con tutte le loro speranze, paure, preoccupazioni e ansietà. La concentrazione sulla nostra parola ci aiuta a rimanere nel momento presente. Ascoltiamo le parole di Gesù nel Discorso della Montagna:

Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? (Mt. 6, 25)

“Quando Gesù ci dice di non preoccuparci non sta negando la realtà dei problemi quotidiani. E’ l’ansia che ci dice di abbandonare, non la realtà”. Ma sono proprio questi i tipi di pensieri che continuano a preoccuparci, nonostante tutto.

Nell’attimo in cui riusciamo realmente ad abbandonare tutti i nostri pensieri e le nostre immagini, diventiamo consapevoli di quanto la nostra mente cosciente, il nostro “ego”, li consideri come il nostro senso di identità. Fino a quando continuiamo a pensare, riteniamo di sapere chi siamo e sentiamo di avere un certo livello di controllo su ciò che succede; sentiamo di avere la situazione in mano e pertanto ci sentiamo al sicuro. Entrando nel silenzio, perdiamo il controllo e la sicurezza che a volte può creare persino un senso di panico. Dobbiamo ricordare e riconoscere che i pensieri, e solo i pensieri, sono transitori, variabili, mutevoli e sono il risultato di una percezione soggettiva limitata, una parziale veduta emotiva di un livello di realtà, quella materiale.

Siamo infatti dipendenti dai pensieri, poiché negli ultimi quattro secoli siamo stati educati ad una visione del mondo che considerava il pensiero come la più elevata attività nella quale ci possiamo impegnare. Descartes nella sua asserzione “cogito ergo sum” (penso, dunque sono) si è  addirittura spinto fino a collegare l’esistenza con il pensiero. Non pensare è come non essere, una minaccia alla nostra sopravvivenza, da cui ne deriva quel sentimento di paura, persino di panico, che ci impedisce di rimanere nel silenzio. T.S. Eliot lo esprime magnificamente nei Quattro Quartetti:

O come quando un treno sotterraneo, nella metropolitana,

si ferma troppo a lungo tra due stazioni, e la conversazione

sorge per poi a poco a poco spegnersi lentamente nel silenzio

e vedi dietro ogni volto il vuoto mentale diventare più profondo

Lasciando solo il terrore crescente che non ci sia nulla a cui pensare.

“Il terrore crescente che non ci sia nulla a cui pensare”. Il terrore non sopravvive! Dobbiamo abbandonare questo legame tra il pensiero e l’essere.

Considerando questo scenario, non sorprende che diventiamo timorosi e ansiosi quando dobbiamo affrontare una disciplina come la meditazione, che ci incoraggia ad abbandonare pensieri ed immagini, cioè tutte le attività della mente razionale, l’ego: pensiero, ricordo ed immaginazione. Abbiamo certamente bisogno dell’ego nella nostra vita di tutti i giorni che ci aiuti a sopravvivere. Ma nella meditazione non abbiamo bisogno della sua supervisione; dobbiamo essere coraggiosi e abbandonarci temporaneamente. Quando cerchiamo di buttarci nel silenzio, l’ego cerca di enfatizzare e aumentare la consapevolezza dei pensieri costruendo una barriera protettiva che ci impedisce di andare più in profondità. Ci incoraggia ad identificarci con questi pensieri e con queste emozioni superficiali. La loro folle danza serve a condurci alla distrazione e all’angoscia cosicché finiamo per ritenere che la meditazione non faccia per noi. “Sentimenti di colpa o scoraggiamento al nostro livello di distrazione sono irrilevanti. L’accettare le distrazioni altro non è che una fase  di auto-conoscenza, auto-accettazione ed integrazione:  il processo stesso che costituisce il cammino spirituale”.

Kim Nataraja