Anno 4 n. 27 Insegnamenti settimanali 16 ottobre 2016

Primo livello di distrazioni

Desideriamo l’interezza e l’unità al di là delle diversità di cui parlano scienziati e mistici. E sappiamo proprio che la meditazione è una strada esperienziale che va in questa direzione. Ma sappiamo anche che “non appena cominciamo a meditare scopriamo il primo livello di consapevolezza, quello superficiale: un’attività mentale irrequieta, sbadata, indisciplinata, distratta, una fantasia sbrigliata.”

Nel momento in cui ci sediamo a meditare e cerchiamo di concentrarci sul nostro mantra, i pensieri cominciano ad affollarsi e solo ogni tanto ricompare il mantra. Il problema si presenta quando abbiamo placato il nostro corpo, quando lasciamo girovagare i nostri pensieri. Svolazziamo in sogni ad occhi aperti, sul viale delle rimembranze, programmando, sperando, preoccupandoci; internamente siamo ancora pieni di un continuo rumore, di movimento, il folle vortice di pensieri sconnessi. Presto iniziamo a sentirci scoraggiati e pensiamo di non esser fatti per un’esperienza del genere. Ma bisogna perseverare! Basta concentrarsi sul mantra con attenzione e accettare ciò che accade. I nostri pensieri, per quanto caotici possano essere, hanno il diritto di essere lì. L’accettazione è la chiave. Jung ha detto “La saggezza inizia quando prendiamo le cose come sono; altrimenti non andiamo da nessuna parte.” Ma siamo così abituati a criticare e giudicare noi stessi, che ci irritiamo quando ci sediamo a meditare e i pensieri si affollano nella nostra mente. Ma più ci irritiamo con noi stessi, più cerchiamo di reprimere i nostri pensieri, più essi non fanno che diventare sempre più permanenti. Invece di unificare la nostra mente la dividiamo: una parte della nostra mente combatte l’altra.

Mi viene in mente un’immagine: anni fa mi ricordo di aver visto una pubblicità della meditazione. Su un manifesto c’era la foto di un guru indiano che, con abbigliamento e aspetto caratteristico, in perfetto equilibrio su una tavola da surf, cavalcava le onde. Sotto c’era scritta la frase: ‘Non si possono fermare le onde, ma si può imparare a fare surf’. Nella meditazione la nostra tavola da surf è il mantra, e i nostri pensieri le onde. A volte saremo in grado di cavalcarli sapientemente; altre volte i pensieri, come le onde, si placano, il mare è liscio e calmo – ci teniamo tranquillamente sulla nostra tavola da surf, il nostro mantra – e la nostra mente è ferma e calma. E ancora altre volte ci sono così tanti pensieri che ci ruotano intorno che non possiamo nemmeno utilizzare il mantra. Il mare sembra troppo agitato per fare surf. Basta accettare che questo è il modo in cui vi sentite oggi. Eppure, a volte, anche dopo una meditazione così piena di pensieri ci sentiamo comunque in pace. La superficie della nostra mente e il mare possono essere agitati, ma in profondità c’è sempre la pace infinita che influisce su di noi

E’ importante ricordare che i pensieri e le immagini ci tengono imprigionati in un tempo lineare – passato, presente, futuro, la freccia del tempo. Abbiamo la tendenza, nella nostra mente, a passare più tempo nel passato e nel futuro piuttosto che nella realtà del momento presente. Facendo attenzione e aumentando la consapevolezza lasciamo andare questa freccia del tempo. C’è solo l’adesso, come sant’Agostino esprime perfettamente nelle sue ‘Confessioni’: “Ci sono tre modi o tempi: il presente di cose passate, il presente di cose presenti, e il presente di cose future… memoria… attenzione… aspettativa.” L’attuale consapevolezza di un’esperienza è sempre nel presente, nel qui e ora. Memoria e pensieri, portano il passato nel presente. L’attesa e i pensieri, portano il futuro nel presente. Attraverso l’attenzione, la meditazione ci insegna a stare nel momento presente. Solo nel momento presente possiamo entrare nella Realtà Divina. L’attenzione è infatti la ‘porta stretta che conduce alla vita.’ Solo nel momento presente il tempo si incontra con l’eterno.

Il tempo presente e il tempo futuro

ciò che poteva essere e ciò che è stato

tendono a un sol fine, che è sempre presente.

T.S. Eliot

(Quattro quartetti)

Kim Nataraja